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Né con Dio né con Darwin

Thomas Nagel lo sapeva dall’inizio che invitare Aristotele al raduno del consenso materialista prevalente non gli avrebbe procurato nuove amicizie. Infangare davanti a tutti gli invitati il nome di Charles Darwin, bollare la sua teoria dell’evoluzione come “quasi certamente falsa” e certamente inadeguata a spiegare la complessità dei fenomeni, difendere dalla casamatta del pensiero ateo l’approccio teleologico, rivendicare un’impopolare stima per l’argomentare di Stephen Meyer e della minoritaria carboneria del disegno intelligente, gli avrebbe, per soprammercato, fatto perdere anche molte vecchie amicizie.

23 Febbraio 2013 alle 15:12

Né con Dio né con Darwin

Thomas Nagel lo sapeva dall’inizio che invitare Aristotele al raduno del consenso materialista prevalente non gli avrebbe procurato nuove amicizie. Infangare davanti a tutti gli invitati il nome di Charles Darwin, bollare la sua teoria dell’evoluzione come “quasi certamente falsa” e certamente inadeguata a spiegare la complessità dei fenomeni, difendere dalla casamatta del pensiero ateo l’approccio teleologico, rivendicare un’impopolare stima per l’argomentare di Stephen Meyer e della minoritaria carboneria del disegno intelligente, gli avrebbe, per soprammercato, fatto perdere anche molte vecchie amicizie. Sapeva che i personaggi più improbabili sarebbero accorsi in sua difesa, che sarebbe stato celebrato da un’ala minoritaria del consesso filosofico, quella che non viene invitata ai convegni degli scienziati perbene non tanto per il disaccordo sulle conclusioni con la linea dominante, ma per il profondo disprezzo nei confronti del metodo. Avrebbero applaudito Nagel i superstiziosi, i sentimentali, i retrogradi, gente antiscientifica dedita al proselitismo più che alla divulgazione e per questo tenuta ai margini di una comunità che tutto è pronta a mettere in discussione in nome della debolezza del pensiero tranne le fondamenta galileiane della scienza e il riduzionismo materialista che è stato, su queste, edificato nei secoli. Nagel conclude così i ringraziamenti in apertura del suo ultimo libro, “Mind and Cosmos: why the materialist neo-darwinian conception of nature is almost certainly false”: “Alla luce dell’eterodossia delle conclusioni, spero che questi ringraziamenti non siano presi come un’offesa”.

Il professore della New York University, tempio della cultura liberal e secolarizzata, ha sfidato frontalmente il pensiero dominante in ambito scientifico e filosofico. Nell’area delle credenze private tutto è concesso, “ma fra gli scienziati e i filosofi che si esprimono sull’ordine naturale come tale, il riduzionismo materialista è postulato come l’unica possibilità seria”. Ogni paradigma alternativo è un residuo della doxa o oppio per gli scienziati premoderni che vedono una tendenza verso l’ordine dove c’è soltanto scontro casuale di particelle senza qualità e selezione naturale; invocano una mente che avrebbe apparecchiato un cosmo intelligibile quando invece c’è soltanto una catena fortuita di eventi spiegabile senza uscire dall’ambito delle leggi fisiche. “Il riduzionismo psico-chimico è la visione ortodossa in biologia e ogni resistenza è considerata non soltanto come scientificamente scorretta, ma anche come politicamente scorretta. Per molto tempo ho trovato difficile da credere la versione materialista su come noi e gli altri organismi siamo arrivati all’esistenza, inclusa la versione standard dell’evoluzionismo. Più dettagli scopriamo sulla base chimica della vita e sulla complessità del codice genetico, più questa versione storica mi sembra incredibile”. Ancora: “Mi sembra che la presente ortodossia sull’ordine cosmico sia l’esito di premesse non dimostrate”. Husserl diceva: “Allora siamo noi i veri positivisti”. Nagel potrebbe dire: allora sono loro i veri dogmatici. E il ritrovamento di un dogmatismo materialista lungo la via della ricerca moderna, con le sue pretese di indipendenza ed esaustività, diventa un’accusa esplicita quando Nagel anticipa le reazioni piccate che puntualmente sono arrivate dopo la pubblicazione del suo intenso libercolo: “I miei dubbi saranno considerati da molti oltraggiosi, ma questo succederà perché quasi tutti nella nostra cultura secolare sono stati costretti a considerare i dettami del riduzionismo come sacrosanti, sulla base del fatto che qualunque altra cosa non può essere considerata scienza”. L’aggravante è che Nagel è un disertore. Un apostata dell’ateismo scientista. Era sul carro che portava gli eredi di chi ha vinto la guerra della modernità e improvvisamente è saltato giù. In “The Last Word” ha difeso con passione il proprio ateismo: “Voglio che il mio ateismo sia vero. Non voglio che ci sia un Dio”. In “Mind and Cosmos” spiega che il suo scetticismo radicale attorno a quel materialismo che è la calce dell’edificio evoluzionista “non è basato su un credo religioso, o su un credo in qualunque alternativa definita. Credo soltanto che le evidenze scientifiche disponibili, malgrado il consenso delle opinioni scientifiche, in questa materia non ci impongano razionalmente di obliterare l’incredulità del senso comune. E questo è specialmente vero rispetto all’origine della vita”. La forza che muove l’indagine di Nagel è il vecchio ideale filosofico di trovare “un singolo ordine naturale che unifica tutte le cose”, le montagne e l’origine della vita, i neuroni e la coscienza; quanto più il filosofo prende sul serio l’aspirazione verso il principio fondante, tanto più il dualismo cartesiano e il materialismo o l’idealismo mostrano i loro limiti. Con una differenza: Cartesio aveva in sostanza rinunciato alla ricerca di un ordine naturale unificante, mentre per poter offrire un modello credibile il materialismo ha dovuto “escludere la mente dal mondo fisico”: per sostenersi ha dovuto cioè restringere radicalmente il campo della sua indagine, accontentandosi di una “comprensione quantitativa del mondo, espressa in leggi fisiche formulate in modo matematico”. La fortuna della scienza galileiana e dell’evoluzionismo darwiniano è stata l’efficacia.

La riduzione materialista scompone i fenomeni e li analizza, spiega la biologia con la chimica e la chimica con la fisica, e il linguaggio matematico che unisce le scienze prevede e seziona l’esistente, ma soltanto a condizione di limitarsi a un “universo senza mente”. Per non rovinare i calcoli la coscienza deve essere tenuta fuori dalla porta. Il governo americano difficilmente investirebbe 3 miliardi di dollari in uno studio su un paradigma epistemologico comprensivo per colmare le falle di Darwin e riconciliare il materialismo e l’emergere irriducibile e misterioso della coscienza, ma orgogliosamente spende 3 miliardi di dollari per mappare il cervello e “sbloccare il segreto dell’Alzheimer”, come ha detto il presidente Obama. L’indagine della scienza moderna produce risultati apprezzabili in termini materiali.
Nagel non abbraccia nemmeno la prospettiva teista, con la quale pure accetta di percorrere qualche tratto di strada: per rendere ragione di sé deve cercare un appiglio fuori dall’ambito della natura; e tuttavia per Nagel il teismo è, tutto sommato, armato di strumenti d’indagine più potenti rispetto a quelli a disposizione del materialismo, perché è più serio rispetto alle domande che muovono la ricerca. La risposta divina, dice, è oscura e si sottrae all’ambito naturale, ma prende sul serio la natura dell’universo più di quanto faccia il materialismo. “Qualunque cosa si pensi circa la possibilità di un ‘designer’, la dottrina prevalente, cioè che la nascita della vita dalla materia morta e la sua evoluzione attraverso i mutamenti accidentali e la selezione naturale fino alla sua forma attuale non sia scaturita da altro che dalle leggi fisiche, non può essere considerata inattaccabile. E’ un postulato che guida il progetto scientifico, non un’ipotesi scientifica confermata”.

Al filosofo americano nato a Belgrado la spiegazione in senso squisitamente materialista dell’universo è apparsa come una coperta troppo corta, una lente che mette a fuoco soltanto il primo piano e non coglie lo sfondo, almeno dai tempi di “Cosa si prova a essere un pipistrello?”, un classico della filosofia della mente apparso nel 1974. Le leggi fisiche, chimiche e biologiche, sosteneva allora Nagel, non riescono a spiegare adeguatamente la coscienza, non esauriscono quella che lui chiama “esperienza soggettiva”. Carpire e tradurre in linguaggio matematico i processi attraverso cui il pipistrello esperisce il suo ambiente, conoscere in modo esaustivo la corteccia cerebrale e la catena di reazioni chimiche che ne determinano il funzionamento non ci dice nulla su cosa effettivamente si provi a essere un pipistrello. La coscienza cade fuori dalla portata dell’indagine materialista e, in mancanza di strumenti adeguati per esplorarla, viene bollata come un accidente, pura apparizione casuale che disturba l’irreprensibile concatenazione causale. Un mero “effetto collaterale” delle leggi fisiche. Notare: Nagel non sostiene che la mente e il suo “supporto” fisico siano distinti, non concepisce una coscienza instillata nell’uomo con un soffio divino e disgiunta dai neuroni e dalle sinapsi che la neuropsichiatria studia con zelo positivistico. Non rifiuta il naturalismo, rifiuta una concezione ridotta del naturalismo. E allo stesso modo non rifiuta la teoria dell’evoluzione, rifiuta il modello materialistico che quella teoria dell’evoluzione ha elevato a strumento inadeguatamente univoco per la comprensione della complessità dei fenomeni. Proprio per questo il filosofo percepisce la bruciante necessità di una rifondazione della scienza. E’ qui che si squaderna la “open question” di Nagel, quella che ha fatto schiumare di rabbia i tedofori della scienza pura e “mindless” che si sono scandalosamente ritrovati sul banco degli imputati con l’accusa di aver adulterato la ragione, di averla ridotta con il pretesto di liberarla dai lacci di una teleologia superstiziosa e irriducibile alla pura fisica. Quella stessa ragione in nome della quale si sono battuti – e in nome della quale hanno vinto, almeno a livello dell’establishment accademico – per frantumare i detriti dell’oscurantismo portati dal fiume della storia. La domanda di Nagel suona così: quale principio unitario può spiegare l’esistenza della vita, degli organismi, dell’uomo, la sua evoluzione, la comparsa della mente, i desideri, i valori, l’intenzione senza uscire dall’ambito della natura e senza ridursi all’ambito della materia? Nagel non offre una risposta cartesianamente chiara e distinta – anche se gli argomenti teleologici abbondano e si trovano più somiglianze con l’impianto aristotelico-scolastico di quante l’autore sia disposto ad ammettere – ma il valore dirompente (e la vis polemica) del suo “Mind and Cosmos” è nella preparazione del terreno, nel raffinamento della domanda e nella scelta degli strumenti. “Se la biologia evoluzionista – scrive Nagel – è una teoria fisica, come è generalmente concepita, allora non può considerare la coscienza e altri fenomeni che non sono riducibili all’ambito fisico. Dunque se la mente è il prodotto dell’evoluzione biologica – se gli organismi con una vita mentale non sono miracolose anomalie ma una parte integrante della natura – allora la biologia non può essere una scienza puramente fisica. Si apre la possibilità di una concezione pervasiva dell’ordine naturale molto diversa dal materialismo, una concezione che mette al centro la mente, invece di considerarla soltanto un effetto collaterale delle leggi fisiche”. La visione materialista si incaglia sugli scogli della coscienza e per riprendere a navigare serenamente la deve “accidentalizzarla”: è solo un incidente di percorso.

Ricapitolando: la mente è una parte essenziale della vita, eppure la concezione prevalente della scienza è dominata da una forma di riduzionismo materialista che non può spiegare adeguatamente i fenomeni mentali con i parametri fisici che ha a disposizione (tutti gli altri strumenti, del resto, sono stati proibiti in quanto non scientifici). Con la chimica e la fisica, scrive Nagel, la scienza moderna ha ottenuto successi spettacolari, “ma il grande passo in avanti nel progresso della concezione materialista verso l’ideale della completezza è stata la teoria dell’evoluzione, più tardi corroborata dalla biologia molecolare e dalla scoperta del Dna”. Una scienza galileiana che si occupa di gravi, pendoli e verità astronomiche è rivoluzionaria ma può venire a noia. Darwin ne ha rinfocolato le ambizioni dimostrando che gli stessi principi riduzionisti si potevano applicare felicemente all’uomo, il quale, però – tremenda complicazione – non è soltanto l’oggetto ma anche il soggetto dell’indagine. E’ la mente che rintraccia le leggi del mondo intelligibile ed è a sua volta intelligenza intelligibile, autocoscienza. Nagel non scioglie il groviglio, né pretende di farlo, ma spiega con argomenti razionali che il materialismo neodarwinista è certamente incapace di esaurire il problema, nonostante si arroghi il diritto esclusivo sulla spiegazione dei fenomeni in virtù del “consenso secolare che questa sia l’unica forma di comprensione esterna di noi stessi che offre un’alternativa al teismo, il quale deve essere rifiutato come una mera proiezione della nostra concezione di noi stessi sull’universo”. La scolastica mette al tappeto Darwin grazie a un improbabile agente infiltrato nel secolarismo? Non così in fretta. “Mind and Cosmos” non è un trattato creazionista, ma una ricerca di quello che Tom Sorell chiama “monismo neutrale”, un principio per rendere ragione della natura che detronizzi le premesse riduzioniste dell’evoluzionismo riportandole al livello che compete loro. Paradossalmente il testo di Nagel può rendere a Darwin un servizio enormemente più valido di quello che offerto dai suoi più invasati seguaci, incastonando il darwinismo nell’ambito d’indagine che gli è proprio. “Mind and Cosmos” si conclude con una profezia ambiziosa almeno quanto la confutazione dalla quale muove il ragionamento: “Scommetto che l’attuale consenso scientifico nel giro di un paio di generazioni sarà considerato ridicolo. Anche se, certamente, potrebbe essere rimpiazzato da un nuovo consenso altrettanto debole”.

Quello di Nagel è un invito ad allargare la ragione per inquadrare in tutto il suo abbacinante splendore un cosmo irriducibile al paradigma della scienza galileiana; e contemporaneamente è un atto rivoluzionario in un’epoca dominata dai dati e dagli algoritmi, idoli della postmodernità cresciuti nel solco di un conformismo scientifico che Nagel non teme di rovesciare.
 

Mattia Ferraresi

Mattia Ferraresi

Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.

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