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Do you remember Berlusconi? Il Cav. nelle citazioni sue e di chi lo ha conosciuto

Redazione

Cronistoria dell'ex presidente del Consiglio. Attraverso una biografia personale (e le testimonianze di colleghi, amici e parenti)

«Berlusconi Silvio. Milano 29 settembre 1936. Primo di tre figli di Luigi Berlusconi (Saronno 1908–Milano 1989), funzionario e poi direttore della Banca Rasini e di Rosa Bossi, già stenografa-dattilografa alla Pirelli (defunta nel 2008). Fratelli: Maria Antonietta (Como 9 giugno 1943) e Paolo (Milano 6 dicembre 1949)».

«E' una storia che gira da tempo negli ambienti parlamentari: il premier avrebbe fatto cambiare la sua data di nascita nel 29 settembre ai tempi della sua iscrizione alla loggia P2, perché quel giorno si celebra San Michele Arcangelo, protettore dei massoni» (Enzo d’Antonio).

«Berlusconi dev’essere nato da un amplesso vagabondo di Giove» (Gianni Brera).

«Sfollati a Oltrona San Mamette, era l’unico a parlare l’italiano e per questo i compagni di gioco lo rifiutavano. In una settimana aveva già imparato il loro gergo. Vedendomi allattare Maria Antonietta, concluse: “Come la vacca col vitèll”. La maestra mi diceva: “L’è pussè bravo lù de mì”. Sempre stato molto intelligente» (Rosa Berlusconi).

«Quando mi inventavo delle malattie per non andare a scuola mia madre mi diceva che se uno parla di malattie inesistenti poi gli vengono» (Berlusconi).

«Mio caro Silvio come ti penso! Come desidero sentire la tua voce strillante, come ardo di rivedere te, la tua mammina, la tua sorellina. Com’è dolorosa questa separazione!» (Luigi Berlusconi nel diario tenuto tra il settembre ’43 e il luglio ’45, prigioniero in un campo d’internamento svizzero).

«Ricordo quelle domeniche, la messa celebrata da Don Eugenio al patronato di sant’Antonio, in via Sebenico, all’Isola, il quartiere in cui sono nato e cresciuto. C’era anche un campetto di calcio, chi aveva il pallone si sceglieva i compagni di squadra e poi, se in vantaggio, metteva fine alla partita. Dopo la messa, andavo a ritirare le paste e poi a casa. Aiutavo mia madre ad apparecchiare la tavola con la tovaglia e le posate della festa, mamma Rosella cucinava il brasato o la cassoeula o il risotto con la salsiccia» (Berlusconi).

«Era bravissimo nei temi, in latino, greco ed in espressione orale. Spesso si offriva volontario nelle interrogazioni. Ma aveva anche altre attività. Cantava spesso, in classe c’era anche Gianni Marzocchi, che andò a Sanremo con la bellissima Musetto. E con le ragazze aveva molta iniziativa. Era un giovanotto ricco di sentimenti, capace di innamorarsi spesso, che teneva molto alla sua immagine e si vestiva elegantemente» (Guido Possa, ex compagno di classe e viceministro).

«Vendeva i compiti in classe. Oltre al suo ne compilava un paio da regalare ai compagni meno fortunati che arrancavano e un paio per gli amici ricchi disposti a pagare» (Rosa Berlusconi).

«Quel che deplora è che dalle elementari di adesso sia stato esiliato il nozionismo» (Camilla Cederna).

«A maggio i preti dell’istituto Sant’Ambrogio ci obbligavano a propagandare il mensile Gioventù Missionaria. Silvio era capace da solo di far sottoscrivere centinaia di abbonamenti, noi al massimo una decina» (Guido Possa).

«Ero bambino e venni folgorato da un dribbling di Carapellese: finta a sinistra e palla a destra. Lo rammento bene perché poi replicai con successo questo gesto tecnico nelle partitelle con i miei compagni di scuola» (Berlusconi).

«Io faccio l’allenatore da quando ero bambino. Passavo la settimana a mimare le reti di Nordahl e a pensare come avrebbe potuto fare altri gol» (Berlusconi).

«Da piccolo era una punta centrale, non velocissima, priva di guizzi. Era un attaccante inguardabile, veniva bollato come “un veneziano”, ovvero un “faso tuto mi”» (Massimo Fini).

«Le prime mance le guadagnò lavandomi i piatti e dando la cera al parquet» (Rosa Berlusconi).

«Impartivo ripetizioni. Mi pagavano anche in natura, ho accettato persino uova, che rivendevo a mia madre» (Berlusconi).

«Quando posso, controllo con il dito la polvere sui mobili. Alzo i tappeti. Sono bravo anche come donnino di casa» (Berlusconi).

«Vendeva elettrodomestici. Una vigilia di Natale portò sulle spalle un frigorifero Ignis a una signora. Salito al quinto piano, s’accorse d’aver sbagliato scala e dovette rifare il percorso. Tornò a casa stravolto. La fatica non gli ha mai fatto paura» (Rosa Berlusconi).

«Sempre un passo avanti agli altri, sempre elegante. Uno dei primi Montgomery lo vedemmo indosso a lui. Intraprendente come nessun altro. Avevo 15 anni quando mi propose di vendere le spazzole elettriche Elchim. Costavano 7.000 lire. Le portava a scuola insieme col dentifricio Binaca in stock. Dava la merce a me e a pochi altri in conto vendita. Mi spiegò un metodo infallibile per convincere le casalinghe: “Tu apri la scatola di raccolta della polvere e mostri che è perfettamente vuota. La richiudi. Passi la spazzola elettrica su un tappeto che è stato appena pulito. Dopo un minuto riapri la scatola e vedrai che è piena di schifezze. A quel punto la signora ti compra l’aspirapolvere di sicuro”. Aveva ragione. Ovviamente c’era un margine di profitto per noi venditori, che ci versava puntualmente» (Guido Possa).

«Ai tempi miei ogni volta che andavo a fare un esame lo sapeva tutto il palazzo. Quando prendevo 30 e lode mia madre invitava tutti a mangiare le frittelle e quando facevo gli ultimi esami c’era il coprifuoco televisivo perché tutti dicevano che Silvio doveva studiare» (Berlusconi).

«Era nella mia band e lo licenziai. È stato un licenziamento per giusta causa. Doveva cantare e suonare il contrabbasso, ed era sempre giù a ballare con le ragazze» (Fedele Confalonieri).

«Sapevo più parole delle canzoni francesi io che Chirac, una volta abbiamo fatto una gara e ho vinto» (Berlusconi).

«Venne a sapere che il conte Leonardo Bonzi vendeva molti terreni a Segrate, quelli su cui poi sorse Milano 2. Ma non aveva i soldi per comprarli. Carlo Rasini, proprietario della banca dove lavorava mio marito, gli concesse un prestito. Noi gli demmo tutto quello che avevamo da parte. “Però ricordati che di figli ne ho tre”, gli disse suo padre, “perciò un giorno dovrai aiutare la Maria Antonietta e il Paolo”. Alla fine mio marito lasciò la banca per seguire le imprese di Silvio. In casa avevamo valigie piene di cambiali. Ogni tanto el me Gino diseva: “Rosella, me buti giò de la finestra”» (Rosa Berlusconi).

«Ai tempi in cui faceva il presidente dell’Edilnord si mise in testa di comprare un certo Radice di ruolo fantasista. Una sera mi venne a prendere e mi disse: “Portami dai genitori di quel ragazzo”. Ci andammo. Lui fece e fece finché non convinse il padre a firmare per il figlio il cartellino dell’Edilnord. Gli imbottì la testa di parole. Sa a chi lo portammo via? Al Milan» (Marcello Dell’Utri).

«Sì, era interista» (Giovanni Ticozzi, ex giocatore dell’Edilnord).

«Non ricordo la data precisa, ma confermo che durante una riunione per il Mundialito, Berlusconi mi domandò: “Scusi, Mazzola, può chiedere a Fraizzoli se è disposto a vendermi l’Inter?”. Risposi che mi sarei informato e riferii. Sulle prime Fraizzoli non disse di no. Anzi. Indicò una strada: “Potrei cedere a Berlusconi il cinquanta per cento delle azioni”. Trascorso qualche giorno ci ripensò: “No, niente Berlusconi”. Comunicai la risposta e la cosa finì lì. Berlusconi voleva comprare l’Inter e a volte mi interrogo: che cosa ne sarebbe stato del Milan se l’operazione gli fosse riuscita?» (Sandro Mazzola).

«Io conoscevo un interista che aveva un cane interista. Il cane quando l’Inter pareggiava guaiva e quando perdeva si infilava sotto il letto e non c’era verso di farlo uscire. Quando io chiedevo che fa il cane se l’Inter vince, questo amico mi rispondeva: non lo so, ce l’ho da quindici anni» (Berlusconi).

«Il calcio è come le donne: un po’ irrazionale» (Berlusconi).
«Alla Edilnord mio fratello Paolo segnava caterve di gol. Confalonieri era un discreto dilettante, Galliani ala destra» (Berlusconi).
«La decisione di comprare il Milan Berlusconi la prese in aereo mentre tornavamo da Sankt Moritz» (Fedele Confalonieri).

«Al Milan non sarò un presidente ricco e scemo» (Berlusconi).

«Era il cumenda moderno, circondato dal servilismo dei collaboratori. Arrivava all’allenamento del Milan in elicottero, si toglieva l’impermeabile e lo lanciava dietro le spalle, dove c’era sempre qualcuno che lo pigliava al volo. Scrissi che il raccattacappotti era il nuovo portiere del Milan e si arrabbiarono tutti, specie il portiere del Milan. L’allenatore Sacchi, adulatore furbissimo, iniziava le conferenze del sabato con una formula magica: “Permettetemi anzitutto di ringraziare il Dottore, che è una persona meravigliosa. Senza di lui, noi non saremmo qui”. Alla decima volta un collega alzò la mano: “Senta Sacchi, premesso che il Dottore è una persona meravigliosa, ci dice la formazione?”» (Massimo Gramellini).

«Il calcio è metafora di vita: dai successi del Milan la gente ha capito che la mia è una filosofia vincente, che lavorando si possono raggiungere risultati ambiziosi» (Berlusconi).

«Di calcio Berlusconi ne capisce molto più di me» (Gianni Rivera).

«Sulle cronache sportive si parla del Milan di Sacchi, di Zaccheroni e di Ancelotti, mai del Milan di Berlusconi. Eppure sono io che da 18 anni faccio le formazioni, detto le regole e compro i giocatori. Sembra che io non esista» (Berlusconi).

«Era maniaco dell’estetica, dell’ordine. Teneva continue lezioni su come doveva essere la sua città modello» (Giorgio Medail).

«Il suo sogno sarebbe esser ricercato in tutto il mondo per fare città, e “chiamiamo il Berlusconi” dovrebbe essere l’invocazione di terre desiderose di espandersi. Di Milano 2, l’enorme quartiere residenziale nel comune di Segrate, parla come di una donna che ama, completo com’è di ogni bellezza e comfort, e centomila abitanti, che a dir che sono soddisfatti è dir poco» (Camilla Cederna).

«Io lo conosco dal 1974, non l’ho mai votato. Quando è diventato presidente del Consiglio l’ho invitato da me e gli ho detto: “Bene, adesso puoi darmi del tu”. E lui mi ha risposto: “Ma come faccio”. Gli ho consigliato: “La mattina, quando ti fai la barba, ti guardi allo specchio e dici: caro Francesco”» (Francesco Cossiga).

«I clienti stronzi sono quelli che si devono conquistare a tutti i costi, sono i clienti che non dobbiamo assolutamente lasciarci scappare, quelli sono i clienti che dobbiamo assolutamente raggiungere prima degli altri. Perché questi si alzano e tutte le mattine, guardandosi allo specchio, che cosa vedono? Vedono uno stronzo. Giorno dopo giorno, mattina dopo mattina, quello specchio riflette la stessa, drammatica immagine. E quindi i signori che appartengono disgraziatamente a questa categoria si incazzano immediatamente e restano incazzati per tutto il giorno. Questi uomini vengono sempre trattati da stronzi, tutti li trattano da stronzi, perché logicamente, essendo tali, vanno trattati così. Però, fate attenzione, perché dovete entrare in campo voi, con la vostra arte e le vostre astuzie. Siccome lo stronzo viene trattato da tutti come uno stronzo, se trova invece qualcuno che lo tratta in maniera diversa gli sarà grato, anzi gratissimo, per sempre. Sarà disponibile, sarà aperto, sarà cordiale, sarà gentile, sarà riconoscente, insomma sarà meno stronzo. E quindi abbiamo anche reso un servigio all’umanità, l’abbiamo alleggerita. Quindi bisogna conquistare questi clienti principalmente perché diventeranno gli amici più sinceri, i clienti più preziosi, in quanto vi saranno per sempre grati e riconoscenti» (Berlusconi).

«I venditori di Berlusconi erano fortemente disincentivati dal fumare, portare la barba, i baffi o i capelli lunghi e disordinati, veniva detto loro di avere sempre l’alito fresco, di stare attenti alla forfora e di non avere mai, cascasse il mondo, le mani sudate» (Alexandre Stille).

«Feci fare un depliant, un pieghevole dal quale usciva un omino che diceva: “Son felice e son contento del mio nuovo appartamento”» (Berlusconi).

«Poteva essere la fine del ’77 o l’inizio del ’78: a Telemilano facevamo dibattiti con i politici, trasmettevamo sketch di cabaret... Con me c’era Viviana Kasam, lui andava su e giù pensando a voce alta. “I programmi che realizziamo per noi potremmo venderli alle altre tv private”, ragionava. “Potremmo vendere anche più programmi collegati dalle nostre annunciatrici, e magari mettergli dentro la pubblicità che raccoglieremo per autofinanziarci”. Parlava e gli venivano le idee. “Finché poi, un giorno, chissà, magari batteremo la Rai...”. Io e Viviana ci guardammo increduli: questo è matto. Viviana si picchiettò la tempia con l’indice» (Giorgio Medail).

«“Troppi sono oggi i fattori ansiogeni, la mia sarà una tv ottimista”. Staff di otto redattori, più tecnici e cameramen, quaranta persone in tutto» (Camilla Cederna).

«La prima trasmissione fu un’intervista fatta in francese e senza traduzione al capo della resistenza curda. Trasmettevamo soprattutto dibattiti politici. Accettarono di venire anche Scalfari (che non aveva ancora fondato Repubblica), Bocca, Massimo Fini. Qualche film che piratavamo ai preti delle edizioni San Paolo. Berlusconi si faceva sentire di rado» (Giorgio Medail).

«Un giorno nel salotto dei divani, lui disse: “Dobbiamo portare via Mike Bongiorno dalla Rai”. E noi: lei è matto Dottore, non ci verrà mai» (Carlo Freccero).

«“Chi è ’sto Berlusconi?”, chiesi in giro. “Un palazzinaro che non capisce niente di televisione”, mi risposero» (Mike Bongiorno).

«Estate-autunno del ’77. Convinse Mike a venire da noi. Pensava in grande: “Telemilano mi costa troppo”, diceva, “per poche migliaia di persone. Dobbiamo potenziare il segnale, farci vedere in tutta la Lombardia. Metteremo un ripetitore sul Pirellone”. Nel ’78 nacque Telemilano 58 via etere. Con Mike arrivò Massimo Inardi, il parapsicologo ex campione di Rischiatutto, che fece con me L’uomo e l’ignoto, un programma sulla magia e i misteri. Poi Mike volle chiamare un giovane che sentiva sempre alla radio, Claudio Cecchetto» (Giorgio Medail).

«Alla Rai, in un anno, mi davano più o meno 26 milioni di lire lorde. Mi guarda e improvvisamente mi fa: “Io avrei pensato a seicento”. Chiedo io: “Seicento che?”. E lui: “Milioni, ovviamente”. Ero così incredulo che gli chiedo ancora: “Oddio, per quanti anni di contratto?”. Mi fa: “Per un solo anno, ovvio. Ma poi potrai arrotondare con le televendite e con gli sponsor”» (Mike Bongiorno).

«Il Natale del ’77, aprivamo i regali. C’eravamo io, Confalonieri, Moccagatta, l’architetto Hoffer, qualcun altro. “Adesso dobbiamo decidere chi fa le case e chi la televisione”, disse Berlusconi. E poi aggiunse: “Però, guardate, potremmo essere un’ottima squadra di governo”» (Giorgio Medail).

«La Rai era la longa manus della politica, abitata dai parenti, dagli amici, dagli amici degli amici della politica, anche se ricca di professionalità spesso mortificate. Il “partito Rai” godeva di tutto l’appoggio del mondo della politica che la considerava cosa sua» (Berlusconi).

«Il primo novembre del 1979 Berlusconi mi invitò a cena. Non l’avevo mai visto prima di allora. La mia società, Elettronica Industriale, fabbricava apparati per ricevere le tv estere. Io capii che attraverso questa strada che passava per i tetti si poteva accelerare la diffusione delle tv locali che intanto erano nate. Provai a convincere prima Rizzoli, poi Mondadori, poi ancora Rusconi. Niente. Quella sera, a cena, Berlusconi dopo un’ora mi disse che era d’accordo nel rilevare la metà dell’azienda. Per un miliardo. E così nacque il nostro sodalizio» (Adriano Galliani).

«Dovevate vederlo discutere la programmazione per capire come siamo riusciti a superare la Rai. Era in grado di prevedere i dati d’ascolto di qualsiasi programma. Si interessava della riscrittura dei copioni, delle scenografie, del montaggio di tutte le produzioni. Dava suggerimenti agli autori, ai registi, agli attori. Inventava i format, i titoli dei programmi, gli slogan pubblicitari, le campagne promozionali. Era davvero l’Uomo Televisione» (Fedele Confalonieri).

«Berlusconi prendeva il pennello e faceva vedere al pittore il colore che voleva. Se la scenografia doveva essere arancione il colore lo dava lui: l’ho visto pitturare. Poi andava in sartoria e spiegava come voleva i costumi. Aveva intuizione non pensando di averla. Un dono dei grandi capitani d’industria» (Gerry Scotti).

«Lo conobbi quando ancora non era un politico, e posso testimoniare che fino al 1994 è stato un formidabile imprenditore televisivo. Solo che, appunto, con una certa disinvoltura diceva che ero l’unica, fra le sue star, a non avere le tette grosse come piacciono a lui» (Lorella Cuccarini).

«Avrò avuto vent’anni e lui mi voleva nelle sue tv. Mi portò a San Siro, bagni inclusi, poi un tour: la villa, lui che suona il piano... mi ha mostrato un Tiziano in una cornice pacchiana con l’orgoglio di chi è venuto dal niente e se l’è potuto permettere» (Jovanotti).

«Era scoppiata la guerra a Baghdad. Una di quelle notti, erano circa le tre, mi chiamò e disse: “Senti Emilio, devi cambiare l’evidenziatore della rassegna stampa perché il giallo non sta bene”» (Emilio Fede).

«Venne allo studio di Non è la Rai e, in mezzo a quel centinaio di ragazze, esclamò beato: “Io il paradiso terrestre me lo immagino così”» (Gianni Boncompagni).

«Io all’inizio ho provato a mettermi le cravatte per fargli piacere, so che ci tiene tanto. Ma non ho collo, come faccio, dopo un paio d’anni ho smesso. Lui non m’ha mai detto una parola» (Maurizio Costanzo).

«L’ho incontrato ad Arcore, per i contratti. Mi preparavo per tre giorni, studiavo la migliore cravatta, il vestito più opportuno. E lui si presentava in tuta» (Lucio Presta).

«Un giorno dissi a Berlusconi: mi deve fare un grande piacere, mi deve comprare Villa San Martino. E lui: “ma, avvocato, cosa me ne faccio di una villa? Io sto in città, ho i miei affari in città”. Gli dissi: venga a vederla. Andammo e lui mi fece una proposta tipicamente sua: “me la lasci provare. Ci sono le vacanze di Pasqua, ci vado per qualche giorno”. Non se n’è più andato» (Cesare Previti).

«Legge tutte le novità di architettura e urbanistica, qualche best-seller ogni tanto, rilegge spesso l’Utopia di Tommaso Moro, sul quale vorrebbe scrivere un saggio. Si ritiene l’antitesi del palazzinaro, si ritiene un progressista, è cattolico e praticante, ha votato Dc; e “se l’urbanistica è quella che si contratta fra costruttori e potere politico, la mia allora non è urbanistica”» (Camilla Cederna).

«La prima vacanza con Confalonieri e Dell’Utri, passata a leggere e rileggere i grandi classici: Dante, Carducci, Cicerone, Erasmo, e i vangeli in greco e latino» (Berlusconi).

«Sciuscià? Ne ho visto solo un pezzo, non sono riuscito a resistere di più» (Berlusconi).

«Mi disse: “Voglio un monumento funerario, ma non macabro, semmai inneggiante alla vita”. Io sono un sarto della pietra, quello che mi chiedono faccio. Così per dargli luce ho scelto il travertino e il marmo bianco di Carrara. E ho scelto le grandi forme dei giocattoli metafisici di Savinio, piramidi, meteore, ma tutti collegati a formare la catena che simboleggia la famiglia, dunque gli affetti, nel divenire della vita. Me lo ricordo simpatico e non superstizioso, atletico, ben fatto, volitivo come tutti gli uomini piccoli. Innamorato della sua villa e della vita. Ma curiosamente con questa premonizione per la morte» (Pietro Cascella).

«È vero che sua madre aveva scritto l’epitaffio per il suo Silvio? “È vero. Una volta a cena ne parlammo scherzandoci sopra. Il mattino dopo mi portò un foglietto su cui aveva scritto, non più per gioco ma seriamente, la frase che lei avrebbe voluto fosse scolpita sulla mia tomba. Posso dirgliela. “Fu un uomo buono e giusto, dolce e forte”. Grazie, mammina, le dissi, cercherò di essere proprio così”» (Umberto Brindani).

«Andai con lui nel suo mausoleo e mi chiese: “Non è che qui sotto fa troppo freddo?”» (Emilio Fede).

«Berlusconi accompagnò Montanelli nel mausoleo e gli mostrò il cerchio dell’amicizia, cioè la zona loculi. Gli disse: “Qua vado io, qua va Previti, qua Dell’Utri, poi Emilio Fede e Fedele Confalonieri. E lì, se volessi farmi questo grande onore, avrei pensato a te”. Montanelli gli rispose: “Domine, non sum dignus”» (Marco Travaglio).

«Prima non potevo crederci, don Verzé mi ha spiegato ogni dettaglio della mappatura genetica, degli usi scientifici delle staminali. Mi sembrava una bufala e allora ho chiesto una consulenza ad alcuni professori e mi sono accorto che è tutto vero. Fra pochi anni il traguardo dei 100 anni di vita media sarà a portata di mano e fra non molto anche quello dei 120. Chi vuole seguirmi su questa strada è benvenuto, io ho già scucito parecchi soldi per finanziare le ricerche» (Berlusconi).

«Venite a morire in Italia, abbiamo tolto le tasse di successione» (Berlusconi a New York parlando con imprenditori italiani e americani, 2003).

«Prima di andare a dormire mi faccio il segno della croce» (Berlusconi).

«Sono religioso, cattolico praticante. Ho cinque zie suore e la domenica un mio cugino sacerdote viene ad Arcore a celebrare Messa nella mia cappella privata. Mi comunico spesso. Anche perché, se non lo faccio, mia madre mi chiama in disparte e mi rimprovera: “Cos’hai fatto a Dio, che oggi non hai preso l’ostia?”» (Berlusconi).

«All’Ospedale San Raffaele una madre mi pregò di convincere il figlio bloccato provvisoriamente su una sedie a rotelle a riprendere a camminare. Mi presentai dal ragazzo e gli dissi: “Giacomo, fatti forza. Alzati e cammina”. Lui, dopo alcuni giorni, si alzò» (Berlusconi).

«Mi iscrissi alla P2 perché stremato dall’insistenza del mio amico Roberto Gervaso. Ricevetti la tessera di “apprendista muratore”, dissi di rimandarla indietro: “O mi fanno grande maestro o niente”» (Berlusconi).

«Aveva 6 anni quando s’invaghì per la prima volta di una donna. “Era una mia coetanea con i boccoli neri e gli occhi scuri. Successe al Castello di Baradello, sul lago di Como”» (Bruno Vespa).

«Ebbe una relazione molto intensa con una ragazza. Si favoleggiava che fosse una commessa della Standa. Lo vidi piangere per questa storia» (Guido Possa).

«Una procace cameriera gli stava insaponando la schiena mentre gli faceva il bagno, il ragazzo la baciò e il resto venne da sé» (Bruno Vespa).

«Una mattina, passa davanti alla Stazione Centrale. Lo attende l’imprevisto. Si chiama Carla Dall’Oglio. Sta aspettando l’autobus. Improvvisamente Berlusconi dimentica tutto. Si presenta, scherza, si offre di accompagnarla a casa. Lei tergiversa e infine accetta» (da Storia di un italiano).

«Il caso volle che mi trovassi a Milano. Una persona, che lavorava nella compagnia di Alberto Lionello e di cui ero amica, mi invitò a partecipare a una cena in casa del giovane imprenditore che da poco aveva comprato il teatro Manzoni... Il padrone di casa ci accolse “scompagnato” e mi sembrò single nel modo di porsi ai presenti. Era la prima volta che lui entrava nella mia vita e col tempo imparai che quel suo modo di voler apparire “solitario” era una costante della sua personalità. Imparai che già era accaduto prima e negli anni sarebbe accaduto anche dopo... Anch’io, come le altre e numerose giovani ospiti della serata, ottenni un poco della sua svolazzante e onnipresente attenzione. Nel suo sforzo appassionato non fu ingeneroso di sorrisi... A parte i sorrisi, quella sera finì lì» (Veronica Lario).

«Nei primi anni di vita in comune Silvio mi chiedeva consiglio su tante cose che riguardavano il suo lavoro, le sue decisioni. Poi, col tempo, ho capito che lo fa con tutti» (Veronica Lario).

«Quando Silvio la conobbe lei era bellissima e l’amante di Enrico Maria Salerno. La corteggiò e lei passò con lui facendo soffrire Salerno che era già malato. Furbissima e arida. A Silvio non ha mai dato il senso di avere una donna accanto. Non l’ha mai accompagnato alla Scala, ai congressi internazionali. Gravissimo» (Franco Zeffirelli).

«La mattina, come gli capita spesso, Berlusconi era sceso in elicottero a Milanello. Ma ecco una voce che lo chiama all’interfono: Agnelli al telefono. In realtà non è Gianni Agnelli che chiama Berlusconi, ma Berlusconi che da mezz’ora ha dato incarico alla segretaria di rintracciare l’Avvocato. Agnelli non è a casa, e il presidente della Fininvest parla con qualcun altro a Torino. La sua voce è squillante e arriva fuori dall’ufficio a orecchie indiscrete. Dice: “Riferisca all’Avvocato che Berlusconi voleva la sua benedizione perché si sposa oggi alle 5”» (Enrico Bonerandi).

«Quando il dottore la acquistò, Villa Belvedere, progettata nel 1907 dall’architetto Alemagna, era disabitata da decenni. Se ne innamorò appena vide lo stemma dei Visconti, il Biscione. Con la signora Lario litigavano sempre sulle statue. C’era un andirivieni frenetico di questi pezzi: andavano e venivano. Ricordo un cavallo di legno gigante che avevano regalato a lui: lei lo odiava, e così appena poteva lo faceva sparire. E poi le piante. Veronica ama la spontaneità. Lui il contrario: massima linearità, bordure ben potate. Così se lei mi chiedeva cascate di rose Cocorico e White, il dottore la contraddiceva e domandava più aceri e magnolie. Poi, però, se ne faceva una ragione. E magari alla fine diceva che quell’idea era stata sua» (Patrizia Pozzi, architetto paesaggista).

«Era un industriale eccezionale, mi parlava sempre di suo padre antifascista, della fuga in Svizzera. Erano i tempi in cui giravo Tenebre, con la sua allora fidanzata Veronica Lario, una autentica comunista bolognese, seria e determinata, molto silenziosa. Io ero sicuro che Berlusconi fosse di sinistra, non un compagno del Pci, ma un socialista convinto sì» (Dario Argento).

«Mara Carfagna, se non fossi già sposato la sposerei subito...» (Berlusconi, 2007).

«Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l’età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all’uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente» (Veronica Lario).

«Cara Veronica, eccoti le mie scuse. Ero recalcitrante in privato, perché sono giocoso ma anche orgoglioso. Sfidato in pubblico, la tentazione di cederti è forte. E non le resisto. Siamo insieme da una vita. Tre figli adorabili che hai preparato per l’esistenza con la cura e il rigore amoroso di quella splendida persona che sei, e che sei sempre stata per me dal giorno in cui ci siamo conosciuti e innamorati» (Berlusconi).

«Ogni due anni organizza una rimpatriata della classe. Ha sempre invitato anche Angelo Gallicchi, che da sindacalista socialista dell’Azienda trasporti milanesi aveva fatto carriera nella Cgil, tanto che fu chiamato a Mosca per il 50° dalla fondazione del Pcus» (Guido Possa).

«L’avevo invitato alle mie nozze, ma non ci speravo. Io e mia moglie eravamo già all’altare da mezz’ora, quando a un certo punto mi sento bussare sulla spalla: “Sono io, sono arrivato”» (Paolo Bonaiuti).

«Silvio soffrì moltissimo per la morte del padre. Lo vidi piangere come una vite tagliata, e quella volta erano lacrime vere. Qualche giorno dopo, parlando di lui, mi disse: “D’ora in poi mio padre sei tu”. Mi chiedo a quanti altri lo aveva già detto, o stava per dirlo. Ma sono arciconvinto che a tutti lo diceva con la stessa assoluta sincerità» (Indro Montanelli).

«Tutti questi giornalisti, Biagi, Montanelli, erano più anziani di me e credevano di essere loro quelli importanti nel nostro rapporto. Poi il rapporto si è capovolto e io sono diventato ciò che loro stessi volevano essere» (Berlusconi, 2003).

«Sono quattro i punti cardine della mia filosofia: appartamento a Milano, villa per il weekend, casa al mare e patrimonio in contanti per i figli» (Berlusconi).

«Sono i miei nipoti gli indiscussi amministratori del mio tempo libero. Per loro sono un Nonno Superman» (Berlusconi).

«Sono molto orgoglioso di uno dei miei nipotini. A un anno sa contare fino a 15, conosce i nomi di tutti i fiori. Io lo chiamo il mio piccolo Dalai Lama» (Berlusconi).

«Mi disse: “Lei quanto è alto? Un metro e 78? Non esageri. Venga qui allo specchio, vede, io sono alto un metro e 71. Ma le pare che un uomo alto un metro e 71 possa essere definito un nano?”» (Augusto Minzolini).

«Ai miei tempi potevo dirmi abbastanza alto, oggi con le nuove generazioni confesso di essere sotto la media. Ma non significa essere così nano come mi dipinge la satira» (Berlusconi).

«Misurando soltanto un metro e sessantasette, Silvio Berlusconi il problema della statura lo sente. Nelle conferenze stampa i suoi collaboratori gli sistemano un cuscino sulla sedia perché appaia alto come gli altri. E quando c’è una foto di gruppo, si alza sulla punta dei piedi subito prima del flash» (Alessandra Stanley).

«Ha una bella pelle, per lui uso una crema idratante ultraleggera Chanel e dei fondi francesi, tutto qui. Niente agli occhi: né rimmel, né quel kajal bianco, quella matita bianca dentro gli occhi che ho visto utilizzata anche per alcuni leader politici. Sul viso del presidente bastano soltanto un buon fondotinta, qualche ombra e una cipria dorata» (Massimiliano Lucci, truccatore).
«All’istituto Trivulzio di Milano, all’apertura di un reparto intitolato a mamma Rosa, sono andato a salutare un’anziana e le ho detto: “Signora, che età ha?” e lei: “Siamo coetanei!”. Madonna! Sono stato un quarto d’ora a guardarmi le rughe» (Berlusconi).

«Aveva tantissimo trucco, sembrava arancione. Quando rideva si vedevano le rughe» (Patrizia D’Addario).

«Il suo grande dolore è la calvizie. Non può fare il trapianto perché ha capelli molto sottili, capelli d’angelo» (Pippo Baudo).

«Se Berlusconi fosse mio padre, non gli avrei permesso di tingersi i capelli» (Mara Carfagna).
«Mi dà sempre consigli. L’ultimo è quello di tingermi i capelli: dice che un politico del mio spessore deve avere un look più curato ma io non sono adatto a queste cose» (Bossi).

«Mi chiama Michela se la comunicazione riguarda fatti non rilevanti. Ma se le faccende sono serie preferisce Vittoria» (Michela Vittoria Brambilla).

«Non ho mai passato una serata come quella che abbiamo trascorso con lui in Sardegna. Fuochi d’artificio con la scritta “Viva Tony” e ritrovarsi a cantare insieme Summertime» (Cherie Blair).

«In realtà uso la bandana da 25 anni per andare in barca. Questa estate non potevo immaginare che la signora Blair mi avrebbe chiesto di scendere a terra per fare un po’ di shopping. A quel punto avevo già la bandana addosso» (Berlusconi).

«Ha una bocca complessa e davanti al dentista diventa un fifone. Si fa toccare solo da me. Lo misi davanti a uno specchio e lo invitai a lavarsi i denti. Non lo sapeva fare, glieli spazzolai io e la volta dopo mi mostrò la dentatura: perfetta» (Massimo Mazza, dentista e igienista di Berlusconi).

«Sono riuscito a stare in piedi dopo solo 24 ore dall’operazione al menisco. Aiutato dalle stampelle, ma in piedi. Persino i campioni del Milan, per lo stesso intervento, hanno impiegato più tempo a reggersi sulle gambe» (Berlusconi, 2006).

«Quando al centralino della televisione hanno sentito qualcuno che diceva di essere il presidente del Consiglio e voleva acquistare dei coltelli, hanno pensato a uno scherzo. Fino a quando il compratore non ha comunicato il numero della carta di credito e l’indirizzo di Arcore al quale far recapitare la merce» (Mario Prignano).

«Era tardi, mi era passato il sonno e in tv c’erano solo film preistorici. Ho fatto zapping in tv e sono finito su un canale dove si vedevano delle signorine che invitavano a telefonare. Ho voluto tastare il polso della situazione: “Mi consenta, signorina, ma lei il 9 e 10 aprile per chi voterà?”. Sette su nove hanno detto Berlusconi» (Berlusconi).

«Berlusconi evita le feste e le occasioni mondane, coltiva un suo distacco: nessuno può vederlo (e soprattutto fotografarlo) scamiciato o scomposto» (Ugo Volli).

«Negli anni Ottanta lei si fece fare una serie di foto in posa da attore: perché?
“Quelle foto erano un semplice gioco, un puro divertimento per fare il verso all’Humphrey Bogart di Casablanca”.
Se lo facesse oggi, chi imiterebbe?
“Oggi c’è qualcuno che si fa fotografare cercando di imitare Berlusconi. Ma non è così facile”» (Umberto Brindani).

«Ho incontrato Berlusconi una volta in un ristorante. Si alzò in piedi per salutarmi e io gli dissi: “Stia comodo, la prego”. E lui: “Ci mancherebbe altro”» (Giancarlo Magalli).

«Io gli do del tu, lui mi dà del lei» (Aris Zonta, medico).

«Mi lasciai convincere da Celentano e dalla Rai a fare Fantastico ’87 pur avendo un’esclusiva con Canale 5. Il Cavaliere mi fece causa, nell’89 la vinse e il giudice mi condannò a pagare due miliardi e 250 milioni di lire, bloccandomi i beni. Andai a Roma e mi presentai a casa di Berlusconi alle sette del mattino. Mi venne incontro Gianni Letta, mi disse che non avevo un appuntamento. Io insisto. Faccio quattro ore di anticamera, poi Berlusconi mi riceve, mi abbraccia e mi dice che nella vita può capitare a tutti di fare una cazzata. Mi ha abbonato tutto» (Massimo Boldi).

«Un giorno si presenta a casa nostra. Ci dice che è pronto a darci un programma, che ci aspetta a braccia aperte. Ha uno stile asciutto, convincente. È un venditore. In quegli anni la Rai è un ministero, non si capisce con chi parlare di nuovi progetti, nuove idee. Avremmo dovuto realizzare un unico programma a Canale 5 e poi tornare a Viale Mazzini. Berlusconi offre patti chiari. E soldi. Insomma, ha argomenti convincenti. A un certo punto gli chiedo se vuole bere qualcosa. Lui mi risponde: “Non avrebbe un panino?”. Mi assale un dubbio: ma questo è davvero miliardario?» (Raimondo Vianello).

«La famosa discesa in campo fu un processo molto graduale, cominciato nel giugno del 1993, quando la Guardia di finanza piombò in via Rovani e si capì che era partito l’assalto per via giudiziaria alla Fininvest. Il pubblico ministero Margherita Taddei fu particolarmente dura. Le Fiamme gialle sequestrarono tutto, anche il mio computer, nonostante l’unico indagato fosse Salvatore Sciascia, il direttore dei servizi fiscali del gruppo. Nel pc avevo annotato i resoconti delle riunioni sull’evolversi della situazione politica che da sei mesi, ogni sabato, Berlusconi teneva con i suoi più stretti collaboratori e con alcuni giornalisti amici, come Maurizio Costanzo. I riassunti finirono sulle pagine dell’Espresso. Ai primi di agosto ci disse: “Ragazzi, quest’estate niente vacanze. Fra pochi mesi si vota. Non c’è tempo da perdere”. Io, a dire il vero, andai lo stesso a Bormio. Al ritorno, trovai già pronti il logo, la bandiera e l’inno di Forza Italia e anche il kit del militante azzurro» (Guido Possa).

«Agnelli è il principe della seduzione. Forse, è l’unica persona che mi abbia completamente sedotto» (Berlusconi).

«Ricevetti l’invito a recarmi a casa di Gianni Agnelli. Era curioso di conoscermi poiché gli avevano parlato di me e quindi, naturalmente, voleva incontrare questo giovane imprenditore rampante. Senonché io possedevo una lussuosa Mercedes, dunque mi venne il dubbio se fosse il caso di presentarmi con quell’auto. Finì che ci andai con una 130 Fiat» (Berlusconi).

«Berlusconi negava, ma aveva già deciso di entrare in politica. Per cominciare visita guidata alla villa. Poi Fedele Confalonieri al pianoforte: Gershwin, Rapsodia in blu. Non è che ne avesse proprio voglia, però molto bravo. Infine l’omaggio della casa: Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, prefazione del Cavaliere, lo regala a tutti» (Mino Martinazzoli).

«Nell’89, da sindaco comunista di Fivizzano, insieme con il maestro Cascella incontrai Berlusconi. Il Dottore mi ha regalato una biografia di Hitler con dedica: “A Sandro Bondi, cultore dell’utopia, un libro sull’utopia perversa”. Poi mi ha detto: “Lei che sembra così perbene, come fa a essere comunista?”» (Sandro Bondi).

«Sebbene sia il titolare della più importante casa editrice italiana, devo ammettere che probabilmente da 20 anni non ho più letto un romanzo» (Berlusconi, 2003).

«De Benedetti mi ha raccontato che, prima del caso Sme, Berlusconi lo andava a trovare per proporgli contratti pubblicitari. “Ricordo che Berlusconi veniva da me, si sedeva, chiedeva un bicchiere d’acqua e metteva una pillola vicino al bicchiere. Io naturalmente non dicevo niente: se uno deve prendere una pillola sono fatti suoi. Allora lui, che sperava che io gli chiedessi la ragione di quella pasticca, mi dice: ‘Non mi chiedi perché prendo questa pillola?’ Dico: No, non te lo chiedo. Perché te lo dovrei chiedere? E lui: ‘Perché con questa pillola io ne mando storte due al giorno’”» (Paolo Guzzanti).

«Ho avuto più donne di lui» (Franco Califano).

«Girava la voce che Berlusconi stava concludendo un accordo con Cristina e Luca Formenton nonostante i Formenton avessero firmato un accordo con De Benedetti.
Un giorno Berlusconi mi invitò a cena. Io, prima della cena, vidi Luca Formenton il quale mi smentì le voci. Mezz’ora dopo Berlusconi mi disse: “Carlo, abbiamo chiuso l’accordo con i Formenton”. Io gli dissi: “Sei un mascalzone e finiremo davanti al giudice”. E lui: “Deciderà il giudice”» (Carlo Caracciolo).
 
«Quando B. e la Mondadori, non ancora sua, avevano firmato di venerdì pomeriggio un accordo solenne per spartirsi la pubblicità televisiva a partire dal lunedì successivo. Dopo le foto e i sorrisoni di rito, rientrò nei suoi uffici e, così narra la leggenda, si rivolse al segretario Urbano Cairo e agli altri collaboratori come in un film: “Sincronizzate gli orologi: abbiamo solo 48 ore prima che entri in vigore l’accordo. Rastrellate tutta la pubblicità che c’è in giro!”. Il lunedì la Mondadori si trovò senza più neanche uno spot e di lì a qualche giorno dovette vendere Retequattro. A chi?» (Massimo Gramellini).

«Gianni Letta ha organizzato una colazione a casa sua, ci sono andato e il presidente mi è venuto incontro dicendomi: “Perché non mi vuoi bene?”. Come faccio, ho replicato. Mi hai fregato la Sme, la Mondadori e pretendi anche che ti voglia bene» (Carlo De Benedetti).

«Quando si parla di Letta ormai vivo una crisi di identità. È sempre più bravo di me» (Berlusconi).

«Mi spiace, non voglio parlare di me in terza persona ma molto spesso mi viene comodo. Questo però non significa nessuna aumentata considerazione di me stesso, anche perché più alta di così non potrebbe essere» (Berlusconi).

«Lui è un Peron della mutua, e noi gli abbiamo smontato il balcone da cui intendeva affacciarsi» (Umberto Bossi, 1995).

«Bossi, un disastro, una mente contorta e dissociata, un incidente della democrazia italiana, uno sfasciacarrozze con il quale non mi siederò mai più allo stesso tavolo» (Berlusconi, 1995).

«Berluskaz è un impomatato fra le nuvole azzurre» (Umberto Bossi, 1995).

«E' un kaiser in doppiopetto» (Umberto Bossi, 1995).

«Per Prodi si è usata la stessa tecnica di Lenin e Stalin: quella dell’utile idiota: si prende una persona, la si mette lì e ci si nasconde dietro» (Berlusconi, 1995).

«La sua leadership è in discussione? “Tiè”» (Pino Corrias, 1996).

«Dini l’ho inventato io. E si tratta della peggiore invenzione della mia vita» (Berlusconi, 1996).

«Cara Santità, mi lasci dire che lei assomiglia molto al mio Milan. Infatti, lei, come noi, è spesso all’estero, cioè in trasferta, a portare in giro per il mondo un’idea vincente. Che è l’idea di Dio» (Città del Vaticano, 1998).

«Un mio amico, Aldo Brancher, mi disse che anche Bossi aveva voglia di incontrarmi. Mia mamma, che era presente, disse a Brancher: “Dig al Boss de fa’ il brau. Dag un basin e te ghe diset che ghel do’ mi”. Come potevamo andare contro la volontà della mamma?. Ci siamo trovati subito nel dire che polenta e ossobuchi è un piatto eccezionale» (Berlusconi).

«Anch’io, quando ero un giovanotto, ho fatto la vita dei campi: so che vuol dire alzarsi la mattina all’alba, stare nelle stalle, tornare a casa con la schiena spezzata...» (Berlusconi).

«Sa dormire. Gli bastano 3, 4 ore a notte, più mezz’ora strategica al pomeriggio, che gli consente di recuperare il 40% delle energie. È sbalorditiva la sua capacità di dormire ovunque e in qualunque momento, in auto, in aereo» (Umberto Scapagnini).

«E' dotato di un profilo ematochimico paragonabile a quello di un giovane adulto del tutto sano. Se appare stanco è perché mentre gli altri dormono lui lavora. È persino irrispettoso della mia autorevolezza, quando gli consiglio riposo. Con un’équipe medica, lo accompagno all’estero da anni e posso assicurare che al termine dei summit tutti sono stravolti mentre lui è sorprendentemente fresco. Io, al suo posto, sarei già morto dieci volte» (Alberto Zangrillo, medico).

«Non pensavo che per farmi fuori si fosse scomodato Bin Laden in persona» (Berlusconi, 26 novembre 2006, riaprendo gli occhi sulla barba del dottor Giuseppe Papaccioli dopo lo svenimento durante un convegno a Montecatini).

«Lavorando a Mediaset, ho assistito a scene di disperazione dei suoi collaboratori per gli appuntamenti con lui alle quattro del mattino» (Sabrina Ferilli).
«Lo vedo la domenica. Ogni tanto viene a casa per una sera, mangia con noi e poi se ne va» (Barbara Berlusconi).

«Se andassi in Sardegna a dormire da qualche altra parte papà brontolerebbe troppo: con tutte le ville che ha» (Marina Berlusconi).

«Io che ho avuto un incidente d’auto, un tumore molto aggressivo e sono stato in coma, ho 3 o 4 rapporti a settimana. Berlusconi, che è superiore, ne può avere 6 alla settimana» (Umberto Scapagnini).

«A Villa Certosa passeggia con le cesoie in mano. Il telefono nella sinistra, e la forbiciona nella destra. Un passo pota qua, il successivo telefona là. Controlla il ghiaietto, le pale del ventilatore sotto un gazebo azionate da un telecomando, le cinque piscine per la talassoterapia» (Renato Farina).

«Per il mio compleanno mi ha mandato il giardiniere di Arcore, che ha piantato davanti alla finestra del mio ufficio fresie, ortensie e roselline rosse. Sono roselline del buon governo, un innesto fatto per la vittoria del ’94» (Emilio Fede).

«Si sveglia alle 7, va a letto non prima delle due. Lo faceva prima del bypass, lo continua a fare. Inizia con del tè, gli piace lo yogurt, le buone intenzioni inseguono pochi carboidrati e molto pesce, molte verdure (in Sardegna una cucina di quasi 100 metri quadrati ospita 4 forni, uno solo per i cibi da cuocere a vapore). Che sia ad Arcore o a Roma, Berlusconi prende appuntamenti ogni 15 o 30 minuti: accoglie nel suo studio fra 10 e 20 persone diverse, ogni giorno. Il riposino dopo pranzo non esiste, al massimo un pisolino, ricarica le batterie negli spostamenti: in macchina o in aereo» (Marco Galluzzo).

«Berlusconi dovrebbe fare jogging non ogni tanto ma regolarmente ogni mattina» (George W. Bush).
«Al Parlamento inglese mi hanno portato nella sala dove processarono Tommaso Moro, ma mi hanno detto che lì ci fanno funerali e processi. Sono scappato subito» (Berlusconi, 1999).

«Rispetto alla media degli uomini di potere, il suo abbigliamento è ancora più costrittivo: l’abito è un doppiopetto sempre abbottonato e molto fasciante (niente giacche aperte o gilet), la camicia ha un colletto rigido di forma molto tradizionale (proibiti l’azzurro e i colletti botton down), la cravatta di solito è blu scuro a pallini bianchi. Unica trasgressione alla severità, una “cimice” di Forza Italia sempre all’occhiello. Altrettanto severo l’abbigliamento di riposo: un maglione blu accollato, che sembra di una taglia troppo piccola, pantaloni chiari lisci» (Ugo Volli).

«Non sono mai andato in vita mia alla prima della Scala e se debbo dire la verità non ci tengo proprio ad andarci. Purtroppo non potrò andare tra dieci giorni a Tokyo per la coppa intercontinentale» (Berlusconi, 1989).

«Ha l’idiosincrasia per l’aglio. Così perde uno dei sapori fondamentali della cucina italiana e oltre il 50 per cento del suo ricettario. Berlusconi subisce una vera perdita gastronomica» (Edoardo Raspelli).

«Una caprese per antipasto. Dopo, un primo di pennette bianche con i formaggi del Nord, verdi con il basilico mediterraneo, rosse con i pomodori del nostro Sud. Un secondo di carne chianina rossa con composte di spinaci verdi e di patate per il bianco. Infine i formaggi e il gelato, sempre in tre colori: fior di latte, pistacchio e lampone. Un menù patriottico, lo stesso che offro sempre, ed è graditissimo ai miei ospiti internazionali» (Berlusconi).

«Data l’età ho bisogno di pochi alimenti proteici e quindi sono un moderato consumatore di carne» (Berlusconi).

«Ama i risotti e le minestre rustiche, la carne rossa come la chianina, ma solo due volte la settimana. Mai seguito diete. Se gli succede di ritardare a tavola, viene in cucina a scusarsi, ringrazia sempre, apprezza il lavoro ben fatto» (Michele Persechini, chef personale).

«A Silvio, e sempre co’ ’sto risotto» (Gianfranco Funari).

«Prendo l’amaro solo se ho adempiuto a tutti i miei doveri. Quindi lo prendo sempre» (Berlusconi).

«Probabilmente porta pigiami di seta sui quali i sogni scivolano» (Tahar Ben Jelloun).

«L’editore chiese una volta, a titolo di favore, “un occhio di riguardo” per la sua creatura prediletta. Non la televisione, come i lettori saranno stati forse indotti a pensare, ma il Milan. Sottoposi questa sommessa istanza alla redazione sportiva. La risposta fu una lettera collettiva di dimissioni. Caso chiuso. Da allora rinuncio a leggere le cronache delle partite del Milan, per non dovermi dispiacere del dispiacere che ne prova probabilmente Berlusconi» (Indro Montanelli).

«Ormai i giornali non li leggo quasi più. Bonaiuti si è abituato all’idea della signora Thatcher e mi fa leggere solo le cose che mi fanno piacere» (Berlusconi).

«Gianni Letta è il mio padrone assoluto. Sono costretto ad una serie di impegni, anche 30 al giorno» (Berlusconi).

«Lo disegno senza caratterizzarlo perché con quel suo sorriso a 32 denti è perfetto per le vignette» (Giorgio Forattini).

«Il tumore ci ha unito, sì. Siamo due tumorati di Dio» (Gianni Baget Bozzo).

«Nell’estate del ’93, Aldo Brancher, uomo chiave della Fininvest, venne arrestato per una storia di finanziamenti illeciti ai partiti; con Confalonieri ci mettemmo a girare in macchina intorno a San Vittore, per fargli sentire che gli eravamo vicini, per metterci in comunicazione spirituale con lui» (Berlusconi).

«Fantastica quella volta che ho parlato a Eltsin per venticinque minuti della Csce, la Conferenza per la sicurezza e la cooperazione europea, e non sapevo cosa fosse. Eravamo a cena. Eltsin si lamentava che l’Europa non lo aiutava a risolvere la crisi in Cecenia attraverso la Csce. Io mi dicevo: chissà di che parla. Finisce, silenzio, finché lo svedese Carl Bildt per toglierci d’imbarazzo dice: “Abbiamo qui il presidente di turno, chiediamolo a lui”. E si gira verso di me. Io sussulto, poi sento i tricolori che sventolano alle mie spalle, capisco che non posso fare una figuraccia per il mio Paese. E comincio a parlare e per venticinque minuti discetto di Cecenia, Europa, guerre. Alla fine Mitterrand mi dice: “Bene, la questione è nelle tue mani”. Quale?, mi chiedo io. Appena finisce la cena prendo Felipe Gonzales da parte e gli chiedo: “Ma tu lo sai che cos’è la Csce?”. Lui comincia a ridere, non si ferma più, e finisce seduto per terra tanto che lo devo raccogliere» (Berlusconi).

«A Palazzo Chigi quando esco spengo io la luce in ufficio. E scrivo sempre sul retro dei fogli di carta» (Berlusconi).

«Applicando l’insegnamento della mia zia Marina le dico di essere stato e di essere di gran lunga il migliore presidente del Consiglio che l’Italia abbia potuto avere nei suoi 150 anni di storia» (Berlusconi).

«A un ragazzo che fa il cantante e il pianista sulle navi da crociera per pagarsi l’Università e che, figlio di un impiegato di banca, riesce a fare quel che ha fatto lui, che consiglio vuoi dargli? Dia lui qualche consiglio a me» (Francesco Cossiga).

«Silvio non è stato mai noioso. Ha reso divertenti le nostre riunioni» (Tony Blair).
 
«Una giovane giornalista italiana in abito succinto si è seduta davanti a Putin protendendo il registratore e divaricando le gambe. Il panorama, dalla reazione di Berlusconi, non potevano sognarselo neanche gli agenti dell’Fbi interrogando Sharon Stone in Basic Instinct. Il premier ha chiuso gli occhi, ha teso le braccia verso la giornalista e, a gesti, ha descritto la visione che gli si era parata davanti agli occhi. Vi assicuro, erano gesti espressivi, da artista» (Andrei Kolesnikov).

«Premesso che i panni sporchi si lavano in casa, a me pare che uno dovrebbe essere libero di andare alle feste che vuole senza subìre il rompimento di coglioni di nessuno, tanto meno dei fotografi. Che poi un premier di 70 anni e passa si faccia chiamare “papi” da una biondina di 18 anni mi pare una roba lunare. Berlusconi, sul piano del gusto, è una vera catastrofe» (Massimo Cacciari).

«Mi consenta (uso il Suo linguaggio, vede) d’esporre quel che in Lei non mi piace, ad esempio, la Sua mancanza di buon gusto e d’acume. Il fatto, ad esempio, che tenga tanto ad esser chiamato Cavaliere. E poi non mi piace la mancanza di serietà che dimostra col Suo vezzo di raccontar barzellette. Io odio le barzellette, oddio quanto odio le barzellette, e ritengo che un leader anzi un capo di governo non debba raccontare le barzellette cioè fare politica con le barzellette» (Oriana Fallaci).

«Non è vero che io racconto barzellette, anzi disistimo chi lo fa. Io invece uso delle storielle per scolpire meglio dei concetti» (Berlusconi, 2002).

«Eravamo noi due, soli, nella grande sala vuota. Era stanchissimo. Davanti a quel minestrone, cucchiaiata dopo cucchiaiata, diceva: “Sono teso, dormo pochissimo, quattro ore per notte. Mi attaccano da tutte le parti”. E pensavo: “Ma guarda un po’, sono qui con l’uomo più potente d’Italia, il più acclamato, una cena che tutti m’invidieranno e mi viene una gran tristezza. Quest’uomo mi sembra così solo!”» (Mike Bongiorno).

«E' vero che s’è messo in politica per diperazione, ma è anche vero che si crede un incrocio tra Winston Churchill e Charles De Gaulle. Giudizio perfetto. È così grande nella retorica di sé che un giorno leggeremo sui libri di storia questa frase: “Churchill si credeva una via di mezzo fra De Gaulle e Berlusconi”» (Enrico Mentana).

«Berlusconi è candore, è purezza. Lei dice che ha fama di uomo generoso ma spregiudicato, simpatico ma se necessario spietato? Berlusconi è la negazione della spietatezza. Se fosse spietato, non sarebbe Berlusconi» (Sandro Bondi).

«Gli storici di domani parleranno del periodo 1994-2013 come oggi noi parliamo del fascismo. In che senso? Non certo nel senso che l’Italia di oggi abbia tratti fascisti, ma nel senso che entrambi saranno visti come due periodi storici piuttosto lunghi, piuttosto omogenei, e dominati da una figura politica centrale, Mussolini nel ventennio fascista, Berlusconi in quello – appunto – berlusconiano. Lo storico di domani sarà meno accecato dall’amore e dall’odio di quanto lo siamo noi oggi, e quindi riuscirà a vedere le cose freddamente. Naturalmente ci saranno gli storici di sinistra, che giudicheranno negativamente “il ventennio”, e ci saranno gli storici di destra, che lo giudicheranno positivamente. Ma quel che entrambi si chiederanno è: perché? Perché la sinistra è uscita sconfitta da Tangentopoli e dalla crisi della prima Repubblica (1994)? Perché è stata sconfitta di nuovo nel 2001 e nel 2008? Perché per vent’anni è stata succube, come ipnotizzata, dalla figura del Cavaliere?» (Luca Ricolfi).

«Lei, onorevole Berlusconi, lo dico con grande rispetto, è in fondo l’ideologia di se stesso» (Clemente Mastella).

«Io non temo Berlusconi in sé, temo Berlusconi in me» (Giorgio Gaber).

«“Io a Berlusconi l’ho detto: guarda che devi avere un’opposizione, altrimenti non duri”.
E lui che cosa risponde?
“Dice: ‘Che ci posso fare? L’opposizione non c’è’”» (don Verzé a Sabelli Fioretti).

(a cura di Daria Egidi)

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