Cristo non è democristiano
Grandissimo discorso di Angelo Bagnasco, cardinale e presidente della Conferenza episcopale italiana, ieri a Todi. Lo stesso presule che ha di recente duramente condannato Berlusconi per i comportamenti emersi dalle intercettazioni, denunciate peraltro anch'esse come degenerazione della giustizia, ha messo un fermo tombale alle grandi e piccole manovre per rifare una specie di Democrazia cristiana, per trascinare la chiesa italiana in uno scontro fra schieramenti, che il cardinal Ruini aveva evitato per decenni.
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Grandissimo discorso di Angelo Bagnasco, cardinale e presidente della Conferenza episcopale italiana, ieri a Todi. Lo stesso presule che ha di recente duramente condannato Berlusconi per i comportamenti emersi dalle intercettazioni, denunciate peraltro anch'esse come degenerazione della giustizia, ha messo un fermo tombale alle grandi e piccole manovre per rifare una specie di Democrazia cristiana, per trascinare la chiesa italiana in uno scontro fra schieramenti, che il cardinal Ruini aveva evitato per decenni guadagnando l'autonomia dei movimenti e delle idee giovanpaoline e benedettine. Il passaggio di fase, secondo molti apparatcik neodc, avrebbe suggerito di aprire adesso, a copertura, il capitolo della questione sociale (quoziente familiare, povertà, accoglienza come orizzonte unico, seppelliti i grandi temi della lotta culturale dei cristiani nello spazio pubblico sulle questioni non negoziabili della bioetica moderna e postmoderna). Niente da fare. Il capo dei vescovi va a Todi, che alcuni avrebbero voluto fosse il laboratorio della spallata politica di corto respiro, e rovescia completamente la frittata.
Con grande piacere intellettuale e per dir così spirituale questo giornale accoglie laicamente, ma l'aveva prevista parlando dei “delusi imminenti da Bagnasco”, un pensiero antropologico ribadito con i chiodi della Croce, espressione forte ma che significa: Cristo è un maestro di giustizia e un redentore dei peccati, non l'assistente o il portaborse di politici ambiziosi e di operatori sociali che non sanno unire l'accoglienza agli immigrati all'accoglienza alla vita nascente, in un occidente piagato dalla decostruzione dell'amore e della carità nella verità, e dalla sordità morale verso l'aborto e altre forme di manipolazione estrema e annientatrice della vita umana. I vescovi non sono e non saranno, e con loro le parrocchie e i volontariati cattolici che ieri il direttore del Corriere della Sera preconizzava inclini a chiudere il capitolo dei criteri di vita per aprire quello del dopo Berlusconi (figuriamoci!), agenzie di politica partitica. Un colpo devastante a chi fa della gloriosa tradizione storica democristiana e popolare uno strumento callido per premiare oggi il cattolicesimo facinoroso dei progressisti alla Bindi, gente perbene ma malamente radicalizzata, pronta ad allearsi con gli opportunisti terzopolisti alla Casini e alla Pisanu, per fare squadra partitica sulla pelle della dottrina dei cristiani veri. E i cattolici o simil cattolici del Pdl, Cl governativa compresa, non devono per questo rallegrarsi in modo settario: la chiesa dice quel che ha da dire, ed è molto, sia quando è insoddisfatta, come noi del resto, delle politiche pubbliche del governo Berlusconi, e di qualche deriva privata che tale avrebbe dovuto restare, materia per il confessionale e poi per sincere scuse pubbliche mai pervenute, sia quando impedisce a vecchie concezioni politiche di risorgere impropriamente, e con effetti devastanti, all'insegna della lotta faziosa contro Berlusconi. Confermiamo, ma stavolta alla luce di parole estremamente chiare nel loro profetismo etico, pronunciate dal capo dei vescovi italiani: la ricchezza di un'Italia eccezionale rispetto al disordine mentale e psicologico dell'occidente ultrasecolarizzato, e fanaticamente laicista, è una ricchezza comune, non ha partito. E sta ai diversi schieramenti laici cercare di farne tesoro con le giuste politiche.
Viene una conferma di questo punto di vista anche da un documento ben fatto, con certi toni un po' vecchi e qualche equivoco ma sostanzialmente giusto, e firmato da alcuni prestigiosi intellettuali della sinistra postcomunista (i Tronti, i Vacca, i Barcellona, i Sorbi e altri). Dicono che sono interessati fondamentalmente a un dialogo sulle cose che contano nel XXI secolo, cioè sulla bioetica e sui grandi comportamenti collettivi in una società aperta, in cui sono in crisi amore, matrimonio, famiglia, procreazione, rispetto della vita umana, piuttosto che dettagli.
Pubblichiamo nel Foglio questi due documenti. E sopra tutto lo straordinario manifesto di vitalità, emendata dal tempo e dai fatti ma non rinnegata, dello stile e del modo di vedere le cose di uno dei più straordinari cardinali del secolo scorso, quel Camillo Ruini che in nome del lavoro con due papi (Giovanni Paolo II, Benedetto XVI) ha inventato un nuovo modo di essere, dovunque si sia, cristiani e laici. Con la argomentata controfirma di un solido e severo e attento cardinal Bagnasco, sulla scia del viaggio filosofico di Benedetto XVI a Berlino.
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