I sei mesi di guerra in Libia

Redazione

Da metà febbraio 2011 il vento della primavera araba è arrivato anche in Libia, dopo aver portato alla caduta del presidente tunisino Ben Ali il 14 gennaio e del presidente egiziano Hosni Mubarak l'11 febbraio scorso. Ecco che cosa è successo in Libia e (quasi) tutto quello che ha scritto il Foglio nei sei mesi di crisi internazionale.

Da metà febbraio 2011 il vento della primavera araba è arrivato anche in Libia, dopo aver portato alla caduta del presidente tunisino Ben Ali il 14 gennaio e del presidente egiziano Hosni Mubarak l'11 febbraio scorso. Ecco che cosa è successo in Libia e (quasi) tutto quello che ha scritto il Foglio nei sei mesi di crisi internazionale.

FEBBRAIO 2011

Il 17 febbraio la "giornata della collera", la protesta antiregime organizzata dai partiti di opposizione libici, fa tra i dieci e i venti morti. Il centro della protesta è a Bengasi, ma le forze di sicurezza di Gheddafi sono intervenute anche in altre zone della Cirenaica. Il contagio della primavera araba, allora, sembrava solo sfiorare Tripoli [continua a leggere].

Le polemiche in Italia scoppiano dopo la dichiarazione del premier, Silvio Berlusconi, che aveva detto di non voler "disturbare" il leader libico Gheddafi in un momento difficile. Il giorno stesso la repressione in Libia fece trecento morti e il Cav. ricalibrò il con dichiarazioni toste e chiare contro “l'inaccettabile violenza sui civili” [continua a leggere]. 

Subito abbiamo capito che la situazione della Libia era un problema geopolitico che riguardava da vicino l'Italia [continua a leggere Tripoli e petrolio]. Al Foglio l'ex ministro della Difesa, Gianni De Michelis, spiegava che "l'inferno libico poteva essere prevenuto", per esempio scegliendo interlocutori diversi da Gheddafi [continua a leggere tutta l'intervista]. I rapporti del governo Berlusconi con Gheddafi suscitarono molte polemiche all'indomani della crisi libica. Anche la sinistra, però, trattò spesso con il regime libico.

Nel frattempo l'Europa si divideva sulla gestione della crisi e Obama si schierava nettamente al fianco dei manifestanti [continua a leggere]. Anche un ex funzionario Cia oggi al Saban Center for Middle East Policy della Brookings Institution, Bruce Riedel, intervistato dal Foglio spiegava perché il regime di Gheddafi stava rischiando la "morte violenta" [continua a leggere l'intervista]. Il rais in uno dei suoi primi discorsi dall'inizio della rivolta diceva di non avere nessuna intenzione di lasciare il paese e lasciare il posto "all'occupazione americana".

Paul Wolfowitz, ambasciatore in Indonesia, vicesegretario alla Difesa e visiting scholar presso l'American Enterprise Institute, scriveva sul Wall Street Journal che non basta condannare i massacri ma bisogna aiutare le piazze, a partire dalla Libia [continua a leggere l'articolo]. Così come Bill Kristol, il direttore del magazine conservatore americano Weekly Standard, che al Foglio diceva che Europa e Stati Uniti "devono aiutare la primavera araba" [continua a leggere l'intervista].

Sempre a febbraio, in un lungo articolo il Foglio ipotizzava l'intervento di una coalizione militare in Libia per fermare gli scontri tra gli uomini rimasti con Gheddafi e i ribelli. L'ipotesi dell'intervento, allora, era ancora remota [continua a leggere].

MARZO 2011

Il rais parla in un'intervista alla Bbc e rifiuta l'esilio, mentre si comincia a pensare cosa potrebbe succedere se Gheddafi lasciasse il potere. Nel frattempo i caccia del rais arrivano su Brega, e a Bengasi i ribelli si addestrano per l'attacco contro le truppe lealiste.

Europa e America cominciano a considerare l'ipotesi dell'intervento umanitario, ma Obama temporeggia e cerca il suo interlocutore a Bengasi. Si comincia a parlare di "no fly zone" imposta dalla Nato, ma anche il Foglio ipotizza le alternative più efficaci per fermare in poco tempo i caccia del colonnello e non passare per le stanze dell'Onu. In ogni caso, la comunità internazionale non può restare a guardare.

La diplomazia di guerra si muove anche in Italia. A marzo l'Italia aveva due canali aperti in Libia: il primo è con i ribelli di Bengasi, sfrutta gli sforzi della diplomazia e le prove tecniche d'intervento umanitario; l'altro è con il regime di Muammar Gheddafi [continua a leggere].

I rapporti del rais con accademici progressisti, intellettuali di grido e musicisti famosi iniziano a emergere, e quasi tutti cominciano a scaricarlo [leggi Gheddafi il filantropo]. Dal 7 al 15 luglio 1982 Adriano Sofri fu ospite di Gheddafi a Tripoli, membro, come giornalista di Lotta continua, di un gruppo di esponenti e pacifisti “verdi” di vari paesi europei. Ecco cosa scrisse in quell'occasione.

Sabato 19 marzo l'alleanza passa all'offensiva. L'America di Obama si accoda con reticenza alla Francia e all'Inghilterra in una missione umanitaria in Libia senza capi e con troppe code di paglia [leggi Dall'insurrezione in Cirenaica alla guerra: ecco cosa è successo in Libia].

Il 29 marzo i capi di trenta diplomazie provenienti dagli Stati Uniti, dall'Europa e dai paesi arabi si sono riuniti ieri a Londra per discutere la missione in Libia e il futuro del paese senza Muammar Gheddafi [continua a leggere].

La polemica è sulla leadership dell'intervento, che dalla Francia a fine marzo passa alla Nato. L'Italia riluttante entra in guerra costretta dall'eccitazione franco-britannica. Obama il 28 marzo spiega al popolo il ruolo americano nella guerra in Libia. A condannare l'intervento tardivo dell'Onu è anche Giovanni Innocenzo Martinelli, Vicario apostolico di Tripoli [leggi tutta l'intervista].

APRILE 2011

Le avvisaglie di una svolta politica in Libia si sovrappongono alle notizie sulle vittime civili dei bombardamenti, assenti paradossali dalla narrazione di questa "guerra profumata" di Barack Obama [continua a leggere]. Intanto inizia a trasparire l'inadeguatezza delle forze dei ribelli dopo il ritiro degli aerei americani dal cielo libico [leggi Tour guidato tra le opposizioni troppo deboli che vogliono rimpiazzare i regimi arabi].

L'idea di un'operazione internazionale rapida e schierata senza equivoci dalla parte del bene, di una spintarella a una rivoluzione popolare araba che stava per essere soffocata nel sangue da un despota più feroce degli altri, sta fallendo [continua a leggere]. Ma a queste condizioni, si fa strada l'idea che Gheddafi possa resistere più dei suoi nemici. Intanto inizia il problema dell'immigrazione clandestina e dei rapporti tra la Francia e l'Italia, oltre che quello sui costi della guerra [leggi I costi della guerra italiana in Libia].

MAGGIO 2011

A maggio i raid dell'alleanza sulla Libia proseguono. In un editoriale il direttore, Giuliano Ferrara, scrive: "Come mai la guerra più sporca di tutte, quella che ha indossato la maschera umanitaria della protezione dei civili per partecipare a una oscena guerra civile, non solleva le passioni pulite delle anime belle?". L'umanitarismo è la forma ideologica per nascondere la verità a un'opinione pubblica pigra, e la guerra in Libia diviene la guerra stolta [continua a leggere]. Intanto cominciano a venire fuori i retroscena politici sull'intervento italiano contro il regime di Gheddafi (Il neutralismo iniziale, i dossier francesi, gli interessi dell'Eni e un incontro a Washington su South-Stream).

Lo scopo della missione è cambiato assieme all'intera visione sulla primavera araba e sembra che l'occidente non abbia soluzioni per controllare le rivoluzioni.

GIUGNO 2011

Toni Capuozzo è stato a Tripoli dove ha aggiornato il suo diario. Da lì ha raccontato le incursioni Nato, le battaglie dei ribelli, le code dei civili per gli approvvigionamenti di benzina, le fughe e i ritorni del leader libico Muammar Gheddafi [leggi tutto Ma Tripoli dov'è?]. E' di Carlo Panella, invece, il lunghissimo ritratto del dittatore, raccontato dal 1969 a oggi [leggi Gheddafi il beduino]. A fine giugno torniamo a sostenere che è nell'interesse di Italia ed Europa trovare una soluzione politica [leggi l'editoriale di Giuliano Ferrara].

A fine giugno l'Aia emette un mandato d'arresto contro Gheddafi.

LUGLIO 2011

Mentre i ribelli di Bengasi si affidano ai lobbisti di Washington per avere riconoscimenti (e quindi soldi), Sakozy perde ufficialmente la "sua" guerra in Libia dicendo: “Gheddafi può anche restare, in un'altra stanza nel suo palazzo, con un altro titolo” [continua a leggere].

AGOSTO 2011

Riaffiorano i dubbi: chi stiamo finanziando grazie al fiume di soldi promesso dall'occidente per tenere in piedi la rivolta libica? Un'accozzaglia di bande che s'ammazzano fra loro [continua a leggere]. Intanto Gheddafi inizia a usare gli immigrati come un'arma contro la Nato. Alla fine Giuliano Ferrara ha scritto: "In Libia siamo stati leali fino all'impossibile, ora basta".