Breve, crudele, giusta. Guida alla lettura di Nuovo Cinema Mancuso

Giuliano Ferrara

Breve e crudele. Mariarosa Mancuso poggia le dita sulla tastiera come Glenn Gould sul pianoforte: dal basso. Esige la resa narrativa e commerciale, perché lo spettatore pagante ha diritti inalienabili, come il lettore di Georges Perec da lei stessa chiamato in causa. Detesta la prosa d'arte, lo snobismo da tinello e “il venerabile presupposto accademico che è un privilegio essere annoiati”. Breve, crudele e giusta. Non avendo pregiudizi di dottrina, e padrona invece di una sofisticata passione per idee extracinematografiche (filosofia, linguaggio, critica letteraria), MM sa ammirare.

    Pubblichiamo l'introduzione al libro “Nuovo Cinema Mancuso” (Bur, Rizzoli, 11 euro), da domani in libreria

    Breve e crudele. Mariarosa Mancuso poggia le dita sulla tastiera come Glenn Gould sul pianoforte: dal basso. Esige la resa narrativa e commerciale, perché lo spettatore pagante ha diritti inalienabili, come il lettore di Georges Perec da lei stessa chiamato in causa. Detesta la prosa d'arte, lo snobismo da tinello e “il venerabile presupposto accademico che è un privilegio essere annoiati” (1). In un corpo a corpo con un autore italiano, troppo autore e forse anche troppo italiano, ricorda che “personaggi credibili, anche dal punto di vista estetico e guardarobiero, fanno parte dei diritti dello spettatore (e sono compresi nel prezzo del biglietto)”. Non è una bonanza, per un trattato di stile che è insieme un compendio di cinema in pillole, questo amore temerario per il lavoro ben fatto?
    Breve, crudele e giusta. Non avendo pregiudizi di dottrina, e padrona invece di una sofisticata passione per idee extracinematografiche (filosofia, linguaggio, critica letteraria), MM sa ammirare: spontaneo, innamorato e definitivo il suo inno a Elizabeth Stamatina Fey, detta Tina, e alla sua serie esilarante “30 Rock”. Ma l'austera e scherzosa rassegna del Nuovo Cinema Mancuso, che certo non pullula di campioni nazionali, sa dare il suo a ciascuno, anche ai “nostri” all'occorrenza, purché evadano in allegria dall'epica dei buoni sentimenti. Basta rivedere i film italiani nei suoi giudizi, e nutrirsi del suo “popcorn” internazionalista con molto burro e sale.

    In questa versione Pixar della critica, esercizi di stile cartoon e di perfetta comunicazione ellittica dopo l'esaurimento dei giudizi diretti e letterari dei moderni, luccica poi spesso la massima nascosta. Come questa, risolutiva, formulata in delicato dispregio della filosofia dell'Academy che “gira le spalle alla nuova Golden Age dell'animazione”: “Il senso del pop, se uno non lo possiede, non se lo può dare”.

    Il pop di MM è da virtuosi, è spesso un colpo di sapienza, un brillio dell'intelletto sensibile. Il senso del pop è serio, rigoroso, perfino pedante nel suo apparente eclettismo. L'aura di queste pagine è il classico e l'inedito, uno sguardo novissimo sugli eterni “pesci rossi” nella palla di vetro: solo che Emilio Cecchi (2) ci vedeva dragoni cinesi, mentre Mariarosa getta l'amo e li pesca senza pietà, poveri pesciolini. MM esclude programmaticamente il penoso eccesso di metafore e va sempre al sodo, al letterario e al politico, di ogni maledetto movie. Venezia diede il premio “Persol per lo stile” a Kathryn Bigelow, per quella “bella storia da raccontare” che fu “The Hurt Locker”. Un'attrice giurata disse di un racconto di guerra perfetto: “Manca di etica, non si può premiare”. Ebbe comminati 6 Oscar.

    Non chiedete a questo grande critico la morale della favola o il messaggio che trascende il mezzo. Non otterrete da lei nemmeno il punto e virgola, mio attrezzo prediletto, mia cadenza amata; Mariarosa Mancuso è un tipo asciutto, il suo senso del ritmo, e della misura, è da orecchio assoluto. Queste pillole sono biglie giocose e durlindane sospese sulla testa dei fessi, a difesa dei talenti e dei cercatori di talenti. Appunto. Non si può essere più crudeli di MM, e anche più amici di chi va al cinema. La philìa è infatti la sua vera vocazione nascosta, il risvolto soave della sua cattiveria presunta. Mariarosa Mancuso non scrive per sé, non tiene un diario, annota tutto in conversazione con il pubblico, di cui è devota parte senza essere schiava della sua ipostasi. Questa è la ragione della sua popolarità crescente, del bisbiglio subliminale che supera il circuito dei suoi lettori e si diffonde ogni volta che si va al cinema: che ne dirà MM? Se talvolta è severa, è perché (a suo modo) ci vuole bene. La sua brevitas si combina con una completezza da paura: c'è un film che MM non abbia visto? Il suo lexicon lo si può usare. Per divertirsi alle spalle dei noiosi. Per pensare senza il surrogato molesto della pensosità. Per giudicare senza che sia mai sputata una sentenza. Per andare al cinema molto e di buon animo. E per evitare qualche trabocchetto.

    (1) Glenn Gould, “L'ala del turbine intelligente – Scritti sulla musica”, Adelphi, pagina 138. Il pianista sublime e critico pazzo aggiunge… “nell'interesse dell'esattezza storica”, e Mancuso è odiatrice sistematica dell'esattezza verista, del racconto in tempo reale, di tutto quel che al cinema non è taglio, montaggio, movimento.

    (2) Cecchi non era solo il suo estetismo e novecentismo, era anche un genio sensuale. MM, antirondista se ce n'è una, potrebbe sottoscrivere questo “l'arte, in fondo, come tante fra le cose più belle, vien meglio un po' di nascosto (“Pesci rossi”, Vallecchi, 1923).

    • Giuliano Ferrara Fondatore
    • "Ferrara, Giuliano. Nato a Roma il 7 gennaio del ’52 da genitori iscritti al partito comunista dal ’42, partigiani combattenti senza orgogli luciferini né retoriche combattentistiche. Famiglia di tradizioni liberali per parte di padre, il nonno Mario era un noto avvocato e pubblicista (editorialista del Mondo di Mario Pannunzio e del Corriere della Sera) che difese gli antifascisti davanti al Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato.