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Dentro CasaPound

Il ragazzo dai capelli biondo cenere arriva davanti alla scuola un po’ prima che suoni la campanella dell’ingresso. Come sempre, è una giornata di sole. Indossa un paio di combat militari, scarpe da ginnastica, occhiali a goccia e una maglietta “Entra a spinta”, come il fratello grande che addosso ha “una semplice polo nera, un paio di pantaloni verde oliva tagliati al ginocchio, una cintura con una grossa fibbia d’ottone e scarpe da ginnastica nere con le tre strisce bianche.

24 Ottobre 2010 alle 08:00

Il ragazzo dai capelli biondo cenere arriva davanti alla scuola un po’ prima che suoni la campanella dell’ingresso. Come sempre, è una giornata di sole. Indossa un paio di combat militari, scarpe da ginnastica, occhiali a goccia e una maglietta “Entra a spinta”, come il fratello grande che addosso ha “una semplice polo nera, un paio di pantaloni verde oliva tagliati al ginocchio, una cintura con una grossa fibbia d’ottone e scarpe da ginnastica nere con le tre strisce bianche. Una catena attaccata a un passante assicura il portafoglio”. Si direbbe uno skin, ma non è uno skin. Il ragazzo controlla se sono ancora al loro posto i manifesti su Rino Gaetano che hanno attaccato la notte prima come omaggio al cantautore col libretto intriso di genio, sberleffo infinito a chi ha stabilito che il calabrese anticonformista comunque voce critica della sinistra dovesse rimanere. Quello stesso ragazzo altre volte s’è affacciato sull’uscio del liceo del centro e di quello di periferia, all’istituto sotto casa e a quello da raggiungere in motorino all’altro capo della città. Una liturgia di sopralluoghi, presenza, ci sono i manifesti col saluto di Paolo Di Canio, o la conferenza sulle carceri affollate con un ex brigatista rosso, l’incontro con Paola Concia sulle coppie di fatto che incassa la recensione buona di gaynews.it, o Marcello Dell’Utri con i fantasmagorici diari del Duce, o Stefania Craxi, o la convocazione per un’adunata sul guevarismo. O la battaglia per il mutuo sociale. E poi concerti, tanti concerti. Il ragazzo si chiama Flavio o si chiama Giorgio, tiene lo sguardo dritto, ha l’aura corazzata, è di qua ma viene da altrove.

Sul manifesto, sui manifesti su cui Flavio o Giorgio
vigilano con amorevole cura, c’è il fulmine cerchiato simbolo del Blocco studentesco o c’è una tartaruga, la tartaruga di CasaPound. Da cinque anni, Casapa’ è il gigantesco palazzone umbertino occupato all’Esquilino in cui vivono più di venti famiglie altrove sfrattate, e alcune centinaia di ragazzi fanno laboratorio dell’esperimento politico più originale partorito nel milieu del radicalismo di destra da tanto, tanto tempo, sin da quando Carlo Mazzantini e Alberto Burri, braccati, si davano appuntamenti fantasmagorici nelle soffitte romane, o qualche animo inquieto metteva mano alla fantasia dei campi Hobbit.

CasaPound.
Talmente tanto spiazzante che quando c’è capitato Antonio Scurati, e prima di lui e dopo di lui qualche troupe della tivù emotiva a caccia d’immagini d’adrenalina notturna, insomma, quando c’è capitato allora Scurati per girare un documentario su tutto quel nero così nero ma così luccicante, sulle strade nuove che il facho sceglie per ritagliarsi il suo posto al sole, ne è rimasto colpito, trafitto dall’energia di questa zona temporaneamente autonoma secondo i canoni di Hakim Bey, isola di resistenza all’omologazione nel quartiere più multietnico, multiculturale e multipasticciato di Roma. Roma che ha paura di sbandamenti identitari ma sonnecchia. CasaPound è il virus occupazionista che contagia a destra in forme creative, fatto di atti situazionisti, occupazioni-lampo, gara soda per il controllo del “sociale” nella sua dimensione primaria e profonda. E’ una storia di lotta metropolitana che oggi trova la sua epica minuta.
Il significato della tartaruga, di quest’animale schiacciato e riprodotto come una corazza cibernetica, e questa corazza è la sua casa, è uno dei quesiti a cui danno risposta le pagine elettriche di “Nessun dolore” (Rizzoli, pagg. 227, euro 16,50), libro di Domenico Di Tullio. Di Tullio, avvocato e musicista punk pazzo dei Sex Pistols, conoscitore antico e osservatore partecipante delle storie di questa originale generazione di postfascisti – a cui nel 2006 già aveva dedicato “Centri sociali di destra” (Castelvecchi) – lo definisce nel suo sottotitolo “Una storia di CasaPound”.

La trama. Volutamente scorrevole.
Contrappunto di una narrazione politica che sgorga nelle pagine. Due ragazzi. Flavio è un pariolo, pischello della Roma borghese, ben vestito e ben avviato alla carriera del padre, soldi in vista e master all’estero; Flavio è bello, le ragazzine lo circondano. E’ il perfetto cortometraggio estetico del personaggio da lucchetto moccista, magari un fasciobar abituato a svernare tra i locali di ponte Milvio, e invece sotto scuola il suo spirito inquieto incontra Giorgio, giovane come lui, colosso bruno della Roma popolare, tanto coraggio nel tascapane dell’adolescenza. Lo annusa, lo affascina. Entrano insieme allo stadio da sconosciuti e ne escono camerades tra le file dei Blocchetti (per capirci, i militanti del Blocco studentesco) e la tartaruga che marcia per la città. Si sa che la politica, assieme allo stadio e allo sport, è ciò che a Roma può unire biografie diverse di quartiere, altrimenti irriconoscibili l’una all’altra. Flavio e Giorgio sono così, “i due boni del Blocco”, più uniti di una testuggine. Spavaldi e non sbruffoni (dice a un certo punto Massimo, fratello coltello di Giorgio in attesa di redenzione: “Non abbiamo mica bisogno di cercarci i guai: sono loro che vengono a bussarci alla porta tutti i giorni”). Allenati alla disciplina del corpo e della mente nelle palestre di periferia. Saccheggiatori di letteratura ribelle. Pronti a conquistarsi l’egemonia nelle scuole. Concentrati sull’obiettivo di dimostrare ai giovani che la fascisteria oggi vive la sua nuova primavera, senza nascondersi, senza inseguire modelli perdenti e suicidi. Assaltando rideremo.

Flavio e Giorgio, il biondo e il bruno. Li divide solo l’attrazione per Giorgia la ribelle, capelli biondi e pelle di pesca, fino a che Giorgio non viene arrestato e incarcerato perché accusato di aver accoltellato uno spacciatore molesto all’uscita di un locale alla moda. Lì incontra il Legionario, uomo pieno di muscoli, storie e ferite, che lo sottrae alle insidie della galera e gli apre gli occhi sulla tragedia dell’“esercito di Dio” e del popolo Karen. Scagionato dal fratello e scarcerato Giorgio, lui e Flavio si incontreranno per il finale, che è il nuovo inizio del Blocco studentesco, a piazza Navona, ottobre 2008. Il Blocco ha i camion che sparano musica, gli studenti apprezzano e seguono, però c’è qualcuno che non gradisce la scena. E lì la narrazione del romanzo incontra la cronaca…

Nessun dolore. Il titolo non attinge alla canzone funky di Giorgia ma a una suggestione contenuta nell’ultimo disco degli Zetazeroalfa, il gruppo di traino carismatico alla penetrazione di Casapa’ nell’immaginario giovanile. Ecco passo di Disperato amore: “Ti sento solo su questa strada, ma non sei solo su questa strada / E brucia il peso, brucia il dolore di questo tuo disperato amore. / Ti senti solo su questa strada, ma non sei solo su questa strada. / E non c’è peso, non c’è dolore: figli di un disperato amore!”. Senza peso e senza dolore, l’amore per la lotta. Poco marziale, l’atmosfera è quella della rivolta metropolitana. Gli ZZA sono Sine Vox, Atom Takemura, John John Purghezio, Dr. Zimox e Joey Tucano. Nomi da manga con sfumature cyberpunk. Un mercato alternativo che vende e distribuisce migliaia di copie, concerti ovunque, la voglia di sottrarsi alla tetraggine delle cantine e alla scusa dell’underground per giocarsela a cielo aperto. Compilano testi aitanti e sfoggiano copertine epico futuriste. Per loro e i loro testi e i loro concerti all’unisono di corpi c’è il posto d’onore, nel romanzo che Di Tullio congegna come un incrocio tra la “storia autentica” di CasaPound e il racconto romanzato di quella che è, perché lo è a prescindere, una bella storia picaresca e piratesca.

Personaggi sono il Capitano, che ammicca non poco nel nome e nell’immagine a Captain Harlock, il pirata cartoon con la cicatrice e la benda nera, navigatore dello spazio, e L’Irresponsabile culturale, teso a spiegare che la vecchia mistica culturale neofascista è terra bruciata e arida, ché per catturare il cuore della meglio gioventù devi usare parole nuove e nuovi binari di linguaggio. I luoghi sono Casapa’, coi suoi murales, Area 19-Postazione Nemica, un luogo gigantesco arrampicato dietro lo stadio Olimpico, con tunnel di una stazione mai inaugurata, e il Cutty Sark, il pub saltato in aria e poi ricostruito a far da bunker di oceaniche bevute della “Santa teppa”: “Santa teppa brinderai anche stasera / Ad un fratello che è ritornato / O un altro sogno che hai realizzato!”.

Capiamoci. CasaPound è un esperimento relativamente recente, una subcultura metropolitana che però ha già scavato un varco: sia nella tradizionale iconografia dei gruppi della destra radicale e dei loro miti incapacitanti, sia nella percezione pubblica. Una specie di rivoluzione estetica: smessi i panni minoritari, i casapoundini e le loro avanguardie studentesche danno del tu alla contemporaneità, si sentono a loro agio nelle occupazioni scolastiche, esibiscono comportamenti e stili di abbigliamento che sì, lo diciamo così, vanno di moda. A Roma e non solo. Il “topo nero” fa posto al ragazzo di tendenza, a una sorta di stile minimal militant che acchiappa proselitismo pure tra le ragazzine: lo racconta Di Tullio a proposito delle veterane della “Blonde Crew”, tutte pescate dalla Roma più a nord, che “avevano dato immediatamente prova di quanto il Blocco differisse dall’accozzaglia di piccoli balilla pelati e sovrappeso con i quali l’immaginario collettivo identificava i fasci nelle scuole fino ad allora”. Tracce di sfiga lavate via a suon di combat rock, tamburi che pestano, chitarre distorte che sparano a megawatt, atmosfere narrative da Black rain sempre appese tra la tarda notte e il mattino presto, un concetto di amicizia che mischia attimi fuggenti, ragazzi della via Pal e surfisti di “Point Break”, “Fight Club” e il Bradbury di “Fahrenheit 451”. Ai concerti degli ZZA c’è di tutto, “dallo skinhead al pariolino, passando per lo psycho-rockabilly, l’harleysta, il punk rocker, il goth neofolk, il metallaro, l’hardcore, ognuno con il suo tipico stile sotto culturale ben in evidenza, ognuno in pace e rilassato, molte birre in mano”. In piedi si prende più aria.

Si capisce che questo romanzo è un salto in avanti, che spinge il ragionamento ben al di là del solito birignao sugli sdoganamenti e sullo sfilacciamento delle ideologie. La novità è assoluta e il dato è chiaro. CasaPound va di moda nella capitale. Non bastavano più le cronache giornalistiche per contenere il suo racconto. E’ una moda che andava codificata dalla prosa, assegnando il compito a un Io narrante-militante. Anni fa ho definito questo e altri fenomeni sotto l’etichetta di pop-fascismo, una postideologia che coltiva il sogno della sua possibilità in una vocazione eterodossa, uno stile adatto per le barricate di tutti i giorni, battaglie politiche fascinose: il mutuo sociale, le occupazioni a scopo abitativo, la resistenza al globalismo, le campagne per la nuova maternità.

A ragionar di radicalismo, è come se CasaPound avesse colmato il vuoto di identità, al centro e nelle periferie, lasciato dalla crisi delle sinistre dei centri sociali e dell’altermondismo a cui opporre: il nostro mondo è qui, hic et nunc, il passato conta, certo che conta, ma la tradizione se non viene reinventata è solo un arredo cimiteriale dell’immaginario. Un vocabolario in grado di catturare le energie del ribellismo giovanile quando il confine del conflitto politico ufficiale tende a normalizzarsi, si cristallizzi nel bipolarismo centrodestra-centrosinistra e costringe in questo schema anche le organizzazioni giovanili di partito, e al neoribellismo capace di offrire una colonna sonora, un codice di condotta, un sistema esplosivo e cangiante di punti di riferimento. Un’equazione personale semplice, essenziale: “Il tuo amore che ti sorride leggero un secondo prima di iniziare la battaglia, non esiste più nessuna paura, nessun dolore”.
Il mistero non è buffo. La Rizzoli e i suoi editor a caccia di buone idee hanno scovato, nelle loro intenzioni, una fetta di mercato da occupare e presidiare. Marketing del casapoundismo. Si sono accorti che i nipotini scafati della destra radicale leggono, stanno nelle scuole, spalancano il sorriso fermo della seduzione nelle università e nei luoghi in cui si raduna la giovinezza, hanno un gusto laico che ha immerso il vecchio armamentario neofascista nell’acido dei codici contemporanei, lo ha sciolto e ricomposto in una nuova lega di simboli, idee, stili, e lo ha restituito alla pubblica visione completamente diverso. Irriconoscibile. Se proprio si vuole, il casapoundismo mette da parte il neofascismo e propone in chiave postmoderna lo spirito goliardico, scanzonato, urticante e scandaloso del primo squadrismo: Balbo+rock+multimedia: “E sali sempre un po’ di più e dona sempre un po’ di più / che qui niente è scontato siamo quello che facciamo”. E così, una grande casa editrice commissiona a Di Tullio, già allenato alla scrittura nel collettivo Bombacarta, un racconto di birre e cinghiate, futuristi remoti e neorivoltosi dei licei, sudore di palestre e adrenalina di piazza, e accoglie questa specie d’altare laico ai fa’ (romanizzazione di “fascio”, a sua volta declinazione popmoderna e postideologica di fascista…) confezionato con una copertina stile samurai-cibernetico. E’ una rivoluzione che fora il tetto di vetro della distribuzione di massa, finora blindata a operazioni di questo genere. Nell’epoca imagologica, per Flavio e Giorgio conta come l’amore di Giorgia.

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