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"Così la mia pizza ha conquistato Kim Jong-Il"

Ci sono voluti dodici anni di assaggi per aprire il primo ristorante italiano a Pyongyang. E’ stato Kim Jong-Il a interessarsi e a ispirare l'impresa, come si conviene a ogni tiranno buongustaio che si rispetti. Una missione diplomatica si incaricò di rintracciare il miglior maestro pizzaiolo per insegnare ai cuochi nordcoreani l'arte del forno a legna.

Leggi il ritratto di Kim Jong Il

16 Aprile 2009 alle 14:17

Ci sono voluti dodici anni di assaggi per aprire il primo ristorante italiano a Pyongyang.  E’ stato Kim Jong-il, il Caro Leader in persona, a interessarsi e a ispirare l'impresa, come si conviene a ogni tiranno buongustaio che si rispetti. Tutto cominciò nel 1997, in piena crisi alimentare, quella che costò quasi due milioni di morti al regno eremita. Quell'anno una missione diplomatica si incaricò di rintracciare proprio in Italia il miglior maestro pizzaiolo per insegnare ai cuochi nordcoreani l'arte del forno a legna. Lui si chiama Ermanno Furlanis, è friulano ovviamente, ed ha vissuto una delle più curiose esperienze che si possano raccontare. Il suo viaggio segreto in Corea e le sue lezioni speciali sono oggetto di un memorabile resoconto in tre parti che campeggia da anni nell'edizione online di Asia Times, lettura obbligata per chiunque sia interessato alla realtà del comunismo dinastico di Pyongyang. Lo abbiamo intervistato per Il Foglio.

Innanzitutto una breve presentazione per chi ancora non la conosce. Chi è Ermanno Furlanis e di cosa si occupa esattamente?
Più che un pizzaiolo mi considero un ricercatore e un istruttore: ho sviluppato un metodo didattico per la pizza che cerca di adattare l’insegnamento ad ogni allievo. Attualmente sto lanciando un centro di formazione in Friuli, il primo in tutta Italia con ambizioni internazionali.

Si era mai interessato di Corea del Nord prima che la mandassero a chiamare?

No, a malapena sapevo che la Corea fosse ancora divisa.

Le autorità italiane sapevano della sua visita?
No, non ne erano al corrente.

Brevemente. Cosa ricorda di Pyongyang? Com'era la città, come si comportava la gente?

E’ pur sempre una immensa metropoli abitata da milioni di persone, ricostruita per il 90 per cento dopo i bombardamenti a tappeto della guerra di Corea. Tutta la città risponde ad un piano urbanistico avanzato, moderno e di alto livello: molto ariosa, larga, immersa nel verde, le strade sono come quelle di New York a sei corsie o anche più in alcuni tratti... Il problema è che il traffico è rarefatto: poche limousines diplomatiche, alcune auto di delegati e turisti,  poi i mezzi pubblici e militari e pochi mezzi privati scassati.
Il clima è surreale. Anche i condomini dei centri residenziali sono stranissimi: è città ma si vedono le caprette e le galline come in campagna. La sera il tutto assume un aspetto ancora più strano. Le luci sono quanto di più fioco esista: per risparmiare energia hanno lampadine che sembrano candele. Il risultato finale è quello dei loculi di un cimitero. Di giorno comunque la gente a Pyongyang non pareva troppo scontenta: i giardini pubblici erano accoglienti e ben curati e si giocava a scacchi cinesi o si dipingeva. Le arti estetiche sembravano mediamente più diffuse che da noi.

Che aspetto avevano gli abitanti?

Le persone che abbiamo incontrato erano ben vestire e curate. La maggior parte erano militari in divisa o studenti anche loro con belle divise a seconda del grado. Spesso camminavano in fila, anche qualche centinaio pr volta. Gli scorci che ci fecero visitare della città, pur con qualche sbavatura, comunicavano un’atmosfera molto piacevole e un clima quasi bucolico.

E' riuscito a parlare con qualcuno che non fosse il suo guardiano/guida nella capitale?
Nella capitale no, oltre ad alcune battute col personale di servizio abbiamo solo parlato per pochi istanti con qualche passante, durante una fuga per fare delle foto. In un’altra località abbiamo parlato a lungo con una cameriera di un hotel.

Ci racconti cosa trasmetteva la tv nordcoreana mentre eravate là.
Un canale trasmetteva un notiziario a intervalli regolari ma riportava solo notizie interne a quanto ho potuto capire. Un altro canale per tutto il tempo della nostra permanenza in città ha trasmesso delle pantomime che parevano comiche con attori tutti in divisa militare, un terzo canale era di karaoke con canti struggenti e patriottici sui quali scorrevano immagini di parate trionfalistiche dell’esercito e immagini gloriose di guerra.

Lei scrive che all'arrivo vi confiscarono i passaporti fino alla fine del soggiorno. Inoltre non avevate nessuna libertà di movimento e dovevate seguire un programma prestabilito. Vi siete sentiti sotto sequestro in alcuni momenti?

In verità loro sono stati molto premurosi nei nostri confronti e hanno cercato sempre di metterci a nostro agio; ci organizzavano belle gite ed escursioni e ci hanno poi sistemato in appartamenti con la parabola in modo da vedere anche canali cinesi e giapponesi. Anche con tutte queste premure in ogni caso ci siamo sentiti spesso degli animali da cavia in un laboratorio.

Lei conosceva la storia del regista sudcoreano sequestrato dalla Corea del Nord perché Kim voleva rinnovare la sua collezione di film? Lui non ha vissuto una bella avventura. Lei ha mai avuto paura?

Questa storia non la conosco ma so della passione per il cinema di Kim. Vera paura direi proprio di no: da molti segnali emergeva che ci tenevano nella massima considerazione e che avevano avuto ordini per farci stare il meglio possibile. Un piccolo dettaglio che spiega  questa condizione: quando salivo sullo yacht che era ormai il mio taxi privato per raggiungere la postazione sul mare, c’erano ben due marinai che mi trattenevano per le braccia per evitare che potessi scivolare in acqua o anche solo mettere male il piede.

Vi hanno mai comunicato i risultati delle analisi mediche cui siete stati sottoposti?
Al mio collega che ha insistito per averle hanno dato una copia! Io non li ho voluti, erano in coreano e quindi inutili. In ogni caso se ci fosse stato anche un piccolo raffreddore non ci avrebbero fatto neanche avvicinare alle cucine.

Avevate la sensazione di essere spiati anche nell'intimità delle vostre stanze?

Non ci abbiamo mai pensato ma posso escluderlo quasi certamente.

Secondo me uno degli aspetti che rendono questa vicenda ancora più affascinante è il fatto che arrivaste in Corea del Nord nel bel mezzo della grande carestia che si dice uccise quasi due milioni di persone. Lei che percezione ebbe di quel che le stava succedendo attorno?
Una percezione minima: abbiamo appreso di questa catastrofe dai notiziari della CNN rimbalzati tramite la tv cinese. Eravamo talmente increduli da pensare che fossero delle vere e proprie montature per screditare il paese. Dopo avere visto i servizi sulla carestia abbiamo cominciato a essere più circospetti ma non abbiamo visto nessun segno della fame a parte alcune scene di gente che raccoglieva erba nei campi, come si usa anche da noi. Il sospetto che fossero delle montature ci è rimasto.

Torniamo alle sue lezioni di cucina. Mentre voi eravate impegnati tra forni e lieviti le vostre mogli come passavano il tempo?
Hanno cercato di farle divertire: ogni giorno ci dicevano che stavano cercando un’interprete che le accompagnasse in giro, ma i giorni passavano e loro restavano nelle stanze. Al mare meglio: sulla spiaggia era stato allestito nei giorni di sole un intero stabilimento balneare ad uso solo delle due dame italiane.
Erano comunque sempre guardate a vista anche perchè c’era il pericolo di imbattersi in guardie con ordine di sparare: un ragazzino di 16 anni, terrorizzato, ha perfino puntato loro addosso il fucile. Poi sono arrivati i sorveglianti, ma le guardie non erano avvisate della nostra presenza.

In che lingua comunicava con i suoi allievi?

Inglese, prima con l’interprete, poi mi sono fatto insegnare qualche parola in coreano e tanto bastava per poter lavorare.

Pizza a parte, di cosa avete parlato in quei giorni?

Parlavamo spesso di politica internazionale! Ovviamente il discorso non andava molto al di là di una celebrazione monocorde della Nord Corea e di una condanna senza appello dell’imperialismo degli USA.  A loro piaceva vantarsi della loro potenza. Mi hanno spiegato il piano di emergenza sempre attivo: tutta la popolazione è inquadrata in plotoni, compagnie, brigate e battaglioni. Nei villaggi esistono centinaia di depositi di armi e i battaglioni possono essere armati in pochi minuti,  mobilitati entro un’ora. Gli piaceva molto anche vantarsi dei missili atomici: ne parlavano con disinvoltura e naturalezza. Ci confessarono che una rampa era proprio dietro a un cancello verde che un giorno avevamo varcato in limousine per errore.

Qualcuno di loro ha mai accennato a Kim Jong Il direttamente o alla situazione politica del paese?

Più che altro parlavano sempre in terza persona del “Grande Leader” Kim-Il-sung. Del successore meno, come fosse un astro minore che brillava di luce riflessa. Della situazione del paese parlavano continuamente e convintamente: la loro missione è liberare i fratelli del sud dall’oppressione capitalistica e riunire il paese, al quale si riferiscono sempre in toni unitari.

Cosa sapevano del mondo esterno le persone con cui entrò in contatto?
I nostri allievi abbastanza, erano tutti ufficiali ed avevano un buon grado di conoscenza. Una ragazza dell’albergo che parlava inglese era assolutamente indottrinata e non sapeva niente se non dei paesi comunisti: quando le abbiamo detto che eravamo italiani ci ha guardato con stupore.

I suoi interlocutori, sia i guardiani/guide che gli apprendisti, le facevano domande sulla vita in Italia? Dimostravano qualche curiosità?
Non molto. I miei allievi, ripeto, erano tutti ufficiali ben a conoscenza del sistema e della vita capitalistica che non invidiavano per niente. A loro, dicevano, non serve denaro, non serve lo stress: lo stato ti passa tutto, basta metterti in lista. Qualcuno aggiungeva che però le liste duravano decenni. Se avevi un figlio dovevi già iscriverlo per l’automobile perchè così da grande forse gli arrivava.

Lei racconta che Kim Jong il un giorno venne personalmente a controllare i lavori. Lei non lo vide ma il suo collega Macchia lo scorse da lontano. Ci descrive brevemente quel momento? Poi ci dice anche se alla fine Kim Jong Il provò la sua pizza.
Certo che l’ha assaggiata! Lui e il suo entourage facevano queste scampagnate sul mare e si concedevano lo sfizio della pizza. Un giorno volle salire sul piroscafo dove c’erano la cucina con la mia pizzeria trasferita quotidianamentea sul posto e riportata poi la sera alla base. Il nervosismo fu totale. Man mano che il motoscafo “imperiale” si avvicinava, i miei allievi si facevano più tesi. Uno di loro chinò il capo e contemporaneamente mi fece schermo sul viso per impedirmi anche solo di guardare in quella direzione. Il mio collega invece era in cucina, proprio di fronte all’attracco, e da un grande finestrone vide tutta la scena. Alcuni minuti  dopo mi confessò di sentirsi ancora turbato, “è come avere visto Gesù Cristo”.

Le hanno mai proposto una sceneggiatura cinematografica a partire dalla sua storia?

A parte un piccolo radiosceneggiato sulla BBC per ora no, ma effettivamente non sarebbe una cattiva idea.

Perché non ha ancora scritto un libro su questa vicenda?
Il manoscritto c’è, con alcune premesse e dei risvolti interessanti, quasi da spy-story...ora serve un editore.

E' vero che l'hanno contattata i servizi segreti italiani? A che scopo?
E' uno dei risvolti contenuti nel libro...

E' più tornato in Corea del Nord negli anni successivi? Ha in programma di farlo?

Non ancora, certo che mi piacerebbe tornarci, al di là di tutto è una nazione bellissima con una condizione sociale e politica unica e coinvolgente.

Ha mantenuto qualche contatto nel paese?
Purtroppo no.

Un’ultima domanda. Che impressione ebbe del regime in quei giorni e qual è oggi la sua opinione sulla situazione politica nordcoreana?
Il mio giudizio sul regime è meno severo di quel che ci si potrebbe attendere. La popolazione della capitale mi è sembrata fondamentalmente contenta e pareva avere un  livello di vita più che accettabile. Le testimonianze dirette che abbiamo raccolto dimostravano una fede salda nel paese, nel suo sistema, nei reggenti e nelle istituzioni. Parlando del “Grande Leader” tutti si commuovevano sinceramente, anche se abbiamo contattato solo personale dell’entourage del regime. Segni di disagio comunque non ne mancavano, spesso abbiamo visto gente dispersa per ogni dove a fare cose poco spiegabili alle ore più disparate: in particolare molti  pedoni che camminavano sui bordi delle strade tra una città e l’altra e che di notte dormivano lì dove si trovavano, anche sull’asfalto, a rischio di venire calpestati dai pochi mezzi in transito, soprattutto camion militari e limousines. Una notte abbiamo anche attraversato una piccola città, vicino alla base di servizio: nell’oscurità si percepivano migliaia di persone vocianti attorno a noi. Le situazioni che si vedevano scorrere accanto alla macchina erano strane, gente trasportata in carriole che cercava riparo nel caldo opprimente, niente a che vedere con la capitale. E gli sguardi puntati verso la limousine erano davvero poco amichevoli. In generale comunque la situazione era solida e monolitica attorno al regime.

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Enzo Reale

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