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I Messicani che arbitrarono l'Italia

Non è la prima volta che un messicano è chiamato ad arbitrare una partita decisiva per l'Italia al mondiale. Stavolta, l'onore e l'onere spetterà a Marco Antonio Rodríguez Moreno

24 Giugno 2014 alle 10:23

I Messicani che arbitrarono l'Italia

Non è la prima volta che un messicano è chiamato ad arbitrare una partita decisiva per l'Italia al mondiale. Stavolta, l'onore e l'onere spetterà a Marco Antonio Rodríguez Moreno (fino a un paio di giorni fa era semplicemente Marco Rodríguez, ma da quando il designatore Busacca l'ha mandato a decidere il destino italico i media, tanto per aumentare le palpitazioni cardiache, hanno rispolverato il Moreno d'infausta memoria). Espertissimo e "cattivissimo". Soprannominato Dracula per l'abitudine di cospargere con quintali di gel i capelli nero corvino rigorosamente pettinati all'indietro, è considerato uno tra i più severi del pianeta. Lo scorso marzo, in una partita di Copa Libertadores, ha cacciato dopo ventiquattro secondi dal fischio d'inizio un calciatore troppo esuberante.

 

A chi scrive, Marco Rodríguez non entusiasma. Per carità, è al suo terzo mondiale, ma gli altri due li ha sempre fatti all'ombra di chi era più bravo di lui. Nella fattispecie, sempre uno due tre passi indietro dal grande Benito Archundia. Lui, il simpatico e assai tollerante fischietto messicano che ci diresse in ben due match nel 2006: dopo la terza partita del girone – tu chiamale coincidenze – contro la Repubblica Ceca di Milan Baros, allora temuto come fosse il pistolero Suárez, gli fu affidata la sfida tra l'Italia e la Germania. Semifinale mondiale a Dortmund, davanti a settantamila tedeschi. Ne uscì magistralmente e, diciamola tutta, avrebbe meritato anche la finalissima. Di quella partita rimarrà l'abbraccio che gli diede un Marco Materazzi in ginocchio, incredulo dopo il goal di Grosso. Confesserà più tardi, Archundia, che non riusciva a staccarsi di dosso il nostro difensore.

 

Andò meno bene quattro anni più tardi, in Sudafrica, quando un Archundia in declino ci arbitrò nell’esordio contro il Paraguay. Ma i bei ricordi con i fischietti messicani in sfide decisive risalgono a molto prima. Di uno di loro, addirittura, c'è una targa appesa fuori dallo stadio Azteca di Città del Messico. 17 giugno 1970, semifinale Italia-Germania. Il risultato è quello più conosciuto: 4-3. El partido del siglo, scrissero allora i giornali (tranne un tutt'altro che entusiasta Gianni Brera). L'arbitro era il peruviano, ma naturalizzato messicano, Arturo Yamasaki. Leggenda del fischietto che quattro anni prima aveva gestito i ventidue di Cile-Brasile, semifinale di uno dei mondiali più fallosi della storia. Una tradizione di gloria che ci fa ben sperare, dunque, benché la storia sia come sempre costellata anche da qualche intoppo.

 

Il più brutto (anche se poi è andata bene) risale a vent'anni fa. Ottavo di finale contro la Nigeria nel caldo asfissiante dell’estate americana. Arbitro il messicano Arturo Brizio Carter, definito solo qualche giorno prima da Blatter (allora segretario generale della Fifa) il miglior direttore di gara presente ai mondiali. Sarebbe passato alla storia, "il migliore arbitro dei mondiali" per un'inesistente espulsione comminata a Gianfranco Zola, appena entrato in campo, colpevole di aver sfiorato un avversario buttatosi prontamente a terra urlando di dolore per un fallo mai subito. Brizio Carter, a dir la verità, in quella partita si sarebbe dimenticato di accordarci almeno due tre calci di rigore solari, prima di quello finalmente fischiato nei tempi supplementari. Speriamo che oggi la storia sia diversa e che Rodríguez sia andato a scuola non da Brizio, ma da Archundia.

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