Il ritorno di Renzi al Lingotto e il cerotto di D'Alema

Promosso l'ex segretario del Pd, unica alternativa credibile al grillismo; bocciata l'idea di chiamare la nuova piattaforma del Pd, Bob: porta sfiga; bocciato il sorrisino e il dito puntato di Travaglio; promosso il ministro degli interni Marco Minniti. Il Pagellone alla settimana politica

Il ritorno di Renzi al Lingotto e il cerotto di D'Alema

Matteo Renzi (foto LaPresse)

E’ ripartito così così, Renzi al Lingotto. Secondo alcuni commentatori autorevoli avrebbe detto solo frasi di circostanza, la sua autocritica sarebbe stata superficiale e poco approfondita. Ora, a parte che non s’è mai visto nessuno salire alla tribuna per raccontare con ricchezza di dettagli e note al margine le dieci cazzate della sua carriera senza venire sommerso dai fischi e invitato ad tornarsene a casa: giustificazionismo, assenza di memoria, anche a rischio di stravolgere i fatti, fanno parte del bagaglio del leader carismatico che deve trascinare i suoi, e piaccia o meno Renzi (voto 8) è l’unico capace di tirare la carretta a sinistra e nel centro sinistra. Ve lo figurate un comizio con tanto di crescendo oratorio di Orlando, di Gentiloni o di Emiliano che magari ha pure stazza e cofano ma alla seconda curva del discorso comincia a pencolare nel vuoto per poi finire fuori strada? O di un uomo probo e intelligente come Pisapia (voto 8) che arrossisce anche quando è solo?

Renzi è dunque la sola alternativa a Grillo e l’unico argine al populismo, visto che Berlusconi non c’è e se pure ci fosse non è detto che abbia ancora voglia di fare da argine a qualcosa.

Quindi bisogna tenersi il bicchiere mezzo pieno (e anche un po’ di più) del Lingotto. Non è poi male che per una volta si parli sia pure in modo affastellato di contenuti, di programmi, di visioni per il futuro del paese. Almeno ci cambia per qualche ora dai miasmi del talk show. Dal giornalismo truce “ma lei quanto guadagna” (voto 0) che va a caccia del vitalizio milionario del politico locale a quota quattromila sotto una fitta neve. Da quelli che manette per tutti, corrotti, collusi, conniventi, intrecciati, Romei, polizze vita, gigli, babbi, intercettati, verbalizzanti e segretati, ora riaffiora il filone mafia massoneria, grazie a Rosi Bindi e a Beppe Lumia (voto 4): non se ne può più davvero del sorrisetto trionfante di Travaglio e infanti (voto 3) che guardano l’interlocutore con il ditino alzato e davvero lo vorrebbero mandare in galera e tenercelo: capitasse anche a loro l’errore giudiziario, la banale omonimia, una mesata mica tanto, poi ne riparliamo.

 

GUERRA DI PIATTAFORME

Davide Casaleggio jr. ha annunciato la discussione del programma dei 5 Stelle in rete sulla piattaforma Rousseau: comincia questa settimana, punto per punto, con votazioni parziali e voto finale. E’ aperta ai contributi dei cittadini, perché Grillo e i suoi non scelgono, non decidono, accarezzano nel senso del pelo le opinioni espresse dal basso da chiunque, che siano venditori ambulanti tassisti o fans delle stampanti in 3D. Sarà una vetrina del buon senso dal basso, “le bon sens près de chez vous”, così i francesi chiamano soluzioni all’apparenza facili ma in realtà demagogiche e inadatte alle società complesse.

Nella storia una sola cosa ha dimostrato di saper fare e bene il popolo: distruggere. Tra una esplosione di furia e un’altra ha delegato a suoi rappresentanti. Grillo non crede nella democrazia rappresentativa, vuole che sia il popolo a decidere istantaneamente in rete, legiferare, insomma a governare.

Non faccia l’ipocrita, il caga-sotto: conduca i barbari italiani a una vera rivoluzione. Sennò dia il rompete le righe (voto 4) e torni a teatro. Lo stato già ai tempi di Lenin non era affare della cuoca, a scimmiottarlo oggi si finisce come spalla di Gabbani (voto 9).

 

BOB PORTA SFIGA

La piattaforma invece del Pd si chiamerà Bob, omaggio a Robert Kennedy.

Va bene il lascito veltroniano ma è egualmente inspiegabile la fascinazione del Pd per il kennedismo. Cinquanta anni fa, si poteva rimanere colpiti dagli elementi di rottura, di novità provocati dell’emergenza della grande famiglia, ma di questo appunto si trattava, e si vedeva e si sapeva fin da allora, solo di una famiglia tentacolare, ricca, ambiziosa con scheletri in tutti gli armadi. Il glamour non è bastato a nascondere l’evidenza: John risolse la crisi dei missili a Cuba ma poi si fece impelagare nel Vietnam, il nuovo welfare così come la legge dei diritti civili furono messi a punto soprattutto dal successore Lyndon J. Johnson. Per la storia del mondo è meglio un demonio vero che un santo falso: l’imbroglione Nixon contro cui la sinistra bruciò macchine e bandiere americane  mise fine agli accordi di Bretton Woods, dichiarò l’inconvertibilità del dollaro in oro, seppe firmare la pace con i vietcong e aprì alla Cina.

A rendere indimenticabili i fratelli Kennedy fu solo la loro tragica fine.

 

BOCCIOFILA DICIAMO

Max D’Alema (voto 6) ha ritrovato motivazioni e giovanili energie. Non fa più finta di occuparsi di politica estera, di raffinati scenari strategici: ora sta sul pezzo, il vino lo puoi anche lasciare all’enologo e al contadino, ma la politica non la puoi lasciare a Speranza e a Bersani, ci vuole l’occhio del padrone.

Così a braccetto con Enrico Rossi, governatore della Toscana, Max batte paeselli, circoli periferici, bocciofile, parla a molti vecchi militanti ma anche ai tanti giovani presenti, viene salutato come il salvatore della sinistra patria, lui paga 25 euro per la cena sociale di autofinanziamento anzi paga pure per Rossi, 50 euro e che crepi l’avarizia. Dal palco si scaglia contro Renzi: ha voluto comprare consenso per vincere il referendum dando elemosine in deficit e facendo il bullo in Europa, il risultato è stato che non ha avuto il consenso e ha fatto incazzare l’Europa, “un brillante statista, diciamo”. Applausi scroscianti in sala. Meno quando ha detto che uscire dal Pd è stato doloroso solo per un attimo, poi il sollievo è stato immediato come quando ci si toglie un cerotto. Un cerotto? Sessant’anni di militanza o giù di lì? Mah.

 

SALVINI LIBERO

Contrariamente alle idee dominanti è nei regimi dittatoriali che non si fischia, non si contesta e non ci si mena: in democrazia invece è legittimo il confronto, la scaramuccia, lo scontro fisico e persino la violenza. Quindi i centri sociali di Napoli sono nel loro ruolo di opposizione democratica, quando protestano, anche se la loro è protesta stupida, non serve a nulla, è pura testimonianza e non sposta rapporti di forza.

Lo stesso ha perfettamente ragione Salvini (voto 6) nel mantenere l’appuntamento con i napoletani.

Quello che invece inquieta sono i consigli di amministrazione che non confermano l’affitto della sala per paura di ritorsioni cioè per viltà. O il sindaco De Magistris (voto 3) che si schiera dalla parte dei giovani per pura ruffianeria e calcolo elettorale. Meno male che c’è sempre un ministro dell’Interno Marco Minniti (voto 7) che dice chiaro e forte che Salvini deve poter parlare

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