Brunetta ci spiega perché Forza Italia deve appoggiare i referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto

Dalle consultazioni regionali un’opportunità per il paese. Se vince il Sì si realizza il Federalismo 4.0. Ecco perché il partito del Cav. deve farne una sua battaglia

Brunetta ci spiega perché Forza Italia deve appoggiare i referendum per l’autonomia in Lombardia e Veneto

I governatori di Lombardia e Veneto, Roberto Maroni e Luca Zaia (foto LaPresse)

Al direttore - Nel dibattito pubblico si stanno affacciando i referendum per una maggiore autonomia, che si terranno prossimamente in Lombardia e in Veneto. Referendum che potrebbero rappresentare una grande opportunità. Potrebbe realizzarsi, finalmente, il federalismo, quello vero: un Federalismo responsabile, 4.0. Forza Italia dovrebbe farne una “battaglia”, dapprima nelle regioni subito chiamate al voto, e dopo in tutta la Penisola. Potrebbe essere un’occasione di rilancio e responsabilizzazione per tutte le regioni, per i loro amministratori, e per la più complessiva governance del paese.

 

E’ giunto ormai il momento, infatti, di interrogarsi sul destino del regionalismo italiano, dopo il fallimento del maldestro tentativo di riforma costituzionale del governo Renzi, che proprio nei limiti del Titolo V della Costituzione radicava una delle sue principali giustificazioni. Vanno però fatte alcune precisazioni.

 

Innanzitutto oggi, dopo quindici anni di sentenze della Corte costituzionale su qualsiasi materia, non mancano indicazioni riguardo a chi spetti la competenza: in effetti il contenzioso costituzionale si è sensibilmente ridotto. Inoltre, qualora ricorra un serio interesse nazionale, al legislatore statale nemmeno manca, grazie all’istituto della cosiddetta chiamata in sussidiarietà, introdotta dalla Consulta, la possibilità di intervenire. Infine, con la sentenza che ha bocciato la riforma Madia, sancendo l’applicazione anche al procedimento legislativo del meccanismo dell’intesa in caso di concorrenza di materie, la Consulta ha ridimensionato il limite di un impianto costituzionale che stabilisce, da un lato, un forte decentramento legislativo ma rimane privo, dall’altro, di un Senato delle autonomie.

 

Detto questo non si può però ritenere che i problemi si siano esauriti; tuttavia, prima ancora che insistere su una nuova riforma costituzionale, quello che potrebbe essere opportuno, almeno per il momento, è considerare i percorsi comunque attivabili per raggiungere un ulteriore livello di razionalizzazione.

 

Vanno allora considerati con attenzione i prossimi referendum sulla maggiore autonomia di Veneto e Lombardia, che consentiranno, per la prima volta nella storia repubblicana, di soppesare l’aspirazione del corpo elettorale di regioni che presentano indubbi elementi di virtuosità. Non è difficile ipotizzare che qualora si risolvessero in una netta e partecipata vittoria dei Sì, potrebbero avere la forza di imporre un cambio di paradigma rispetto a quella politica dell’uniformità che ha irragionevolmente condizionato lo sviluppo del regionalismo italiano.

 

I principali errori della riforma del Titolo V, prima ancora che strutturali, si sono infatti consumati nel processo di attuazione, avvenuto senza alcun riguardo dei pur previsti e innovativi principi di adeguatezza, differenziazione e sussidiarietà. Si è irragionevolmente rischiato di riconoscere indistintamente a tutti i territori regionali quel livello di autonomia che poteva essere accordato solo alle realtà più evolute.

 

Si sono decentrate in modo imponente competenze e aboliti controlli secondo un criterio di piena uniformità, anche laddove era invece senz’altro prudente mantenerli. In questo modo si è contribuito a estendere il divario tra nord e sud, fino a un livello che ormai non ha equivalente all’interno dei paesi Ocse.

 

Queste contraddizioni avrebbero potuto essere perlomeno ridimensionate assumendo la prospettiva del regionalismo differenziato che veniva introdotta, sempre con la riforma del Titolo V, nel nuovo art. 116, III comma e che avrebbe consentito ad alcune regioni virtuose di ottenere maggiore autonomia. Essa è invece rimasta, per disinteresse politico, lettera morta: è qui che sta l’impatto dirompente dei prossimi referendum del Veneto e della Lombardia, destinati con tutta probabilità a rovesciare questo destino di inattuazione.

 

E’ la stessa Corte costituzionale che lo ha riconosciuto nella sentenza n. 118/2015 (che per la prima volta ha legittimato questi referendum) precisando che il processo parlamentare di attuazione del suddetto art.116 Cost., ne sarà “politicamente condizionato”. Questi referendum, infatti, consentiranno di misurare la domanda di autonomia presente in territori che, ad esempio, grazie ai propri sistemi di gestione della sanità non solo ottengono risultati eccellenti in termini di garanzia del diritto alla salute ma rispettano anche l’equilibrio finanziario, rappresentando nelle classifiche Ocse eccellenze senza pari.

 

Verrà quindi alla luce una domanda di autonomia che si sviluppa in una valenza non difensiva ma funzionale allo sviluppo di tutto il paese. Riconoscere, infatti, una maggiore autonomia a regioni che presentano, grazie alla propria tradizione legislativa e amministrativa, un livello di virtuosità più alto di quello dello Stato centrale, permetterebbe di mantenere su questi territori ad alta resa (non solo economica, ma anche in termini di garanzia dei diritti) più risorse, con un beneficio, in termini di Pil (oggi drammaticamente piantato) e di diritti sociali (oggi smantellati), per tutto il sistema nazionale. Si potrà quindi aprire un circolo virtuoso dell’autonomia: ad esempio la Toscana potrebbe chiedere una maggiore autonomia in materia di valorizzazione dei beni culturali: probabilmente gestirebbe questa risorsa meglio dello Stato.

 

C’è però un corollario: se la nuova prospettiva implica, da un lato, la valorizzazione delle autonomie efficienti, essa richiede, tuttavia, dall’altro, che laddove l’autonomia (come avviene in numerose realtà italiane) ha prodotto solo modelli dissipativi sia compito dello Stato intervenire ben più decisamente di quanto non faccia oggi, sostituendosi all’autonomia stessa fino a quando non si siano ricreate le condizioni per modelli generativi. 

 

Si deve però constatare che questa prospettiva non sta trovando alcuno spazio nel legislatore statale. Lo dimostrano alcuni recenti interventi normativi, primo fra tutti quello della legge di bilancio 2017 che ha rimesso in vigore, anche per regioni come Calabria e Campania, la prassi dei cosiddetti “Governatori Commissari” che è stata una delle principali cause delle inefficienze nella gestione della sanità. Si degenera così in forme di “federalismo clientelare”, dove a farla da padrone è una trama di transazioni occulte, senza alcuna trasparenza, dove una regione viene favorita perché asseconda la linea politica del Governo e un’altra, magari virtuosa, è penalizzata.

 

Occorre, invece, tornare a un “federalismo razionale”, superando il paradosso di uno Stato centrale invasivo per le regioni del nord, assente per quelle del sud, che determina una grave lesione delle potenzialità sia delle realtà efficienti che di quelle inefficienti (abbandonate a se stesse).  In questa ottica, una volta realizzato questo processo, si potrà poi ragionare, con una riforma costituzionale, in termini di macro regioni, identificando macro aree omogenee più funzionali a conseguire economie di scala.

 

Considerando, quindi, l’esempio paradigmatico del percorso referendario avviato dal Veneto e dalla Lombardia per ottenere un maggiore grado di autonomia, nell’ottica del perseguimento di un generale riequilibrio del livello di efficienza regionale in tutto il paese, sarà necessario muoversi su un doppio binario.

 

Da un lato, infatti, sarà opportuno intraprendere la strada di un progressivo ridimensionamento del divario presente e persistente tra le regioni settentrionali e quelle meridionali, attraverso un maggiore riconoscimento delle istanze autonomistiche che proverranno dal territorio, con il dichiarato obiettivo di porre in luce le diverse potenzialità presenti all’interno nelle realtà regionali e di valorizzare le esperienze positive intraprese, puntando a un deciso ripensamento del regionalismo in chiave di programmazione (più che di gestione) in determinati ambiti di competenza.

 

In altre parole, si tratterebbe di favorire la nascita e, in alcuni casi, lo sviluppo di forme di regionalismo differenziato non solo delle regioni del nord, ma anche delle entità regionali del sud nella prospettiva di una concreta – e da più parti auspicata – attuazione al principio di promozione di forme di autonomia differenziata ulteriori – seppur in materie espressamente specificate – così come stabilito dal terzo comma dell’articolo 116 della Costituzione.

 

Dall’altro lato, invece, risulterà quanto mai basilare intraprendere una seria riflessione sulle prospettive dell’attuale assetto istituzionale delle autonomie territoriali alla luce dei risultati del referendum dello scorso 4 dicembre 2016, dalla quale è uscita sonoramente sconfitta la proposta di riforma costituzionale portata avanti dal Governo che conteneva, tra le altre, disposizioni volte al definitivo depotenziamento dell’ente provincia, ad oggi non completamente abolita ma, al contrario, spesso “sovrapposta” agli enti di area vasta di recente istituzione, con inevitabili duplicazioni strutturali e funzionali a danno della qualità dei servizi offerti ai cittadini.

 

Il sistema autonomistico, infatti, pur essendo stato, in un primo momento, oggetto di alcune riforme legislative dirette ad un riordino/accorpamento delle Province, è nei fatti approdato ad un profondo cambiamento strutturale rimasto, tuttavia, “a metà del guado”: alla nuova configurazione delle province quali “enti di area vasta”, dotate di funzioni fondamentali di carattere gestionale (es., strade provinciali, edilizia scolastica), di pianificazione (servizi di trasporto, rete scolastica) e di supporto ed assistenza tecnico-amministrativa agli Enti locali, non ha fatto seguito, alla luce delle risultanze referendarie, un chiaro disegno completa abolizione delle stesse. Ciò ha conseguentemente causato, in diversi casi, la compresenza delle tradizionali Province e dei nuovi enti di area vasta, con confusioni ed incertezze, che ha condotto ad una decisa applicazione “a macchia di leopardo” della legge istitutiva (n. 56  del 2014).

 

Rispetto a tale quadro tutti gli attori istituzionali coinvolti dovrebbero essere chiamati ad una chiara assunzione di responsabilità al fine di superare al più presto sovrapposizioni e duplicazioni inutili, le cui conseguenze negative non fanno altro che ricadere interamente sulla quotidianità dei contribuenti italiani.

 

Bel terreno di confronto tra tutto il centrodestra unito e una sinistra fallita e sconfitta dal referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, e indecisa a tutto.

 

*Presidente dei deputati di Forza Italia

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    11 Marzo 2017 - 18:06

    Sinceramente la lettera dell'on. Brunetta non è che sia chiara. Dimostra l'incoerenza del centrodestra sulle scelte da fare, prima contro il regionalismo, poi, per ragioni di poltrone, scopre il regionalismo virtuoso. La verità è che le regioni dovrebbero essere ridimensionate, altro che maggiore autonomia di Lombardia e Veneto. Inoltre le province debbono essere cancellate: questa è la coerenza del centrodestra. L'edilizia scolastica e la manutenzione delle strade possono essere fatte da qualsiasi comune di competenza per territorio. In ultimo dove sono le proposte di modica della Costituzione del centrodestra o siamo alle promesse di D'Alema che annunciava, assieme a Berlusconi, le nuove riforme in sei mesi?

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  • lorenzolodigiani

    10 Marzo 2017 - 19:07

    Tutto il centro-destra unito? Auguri Brunetta, ma i sogni muoiono all'alba.

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