È l’ora del califfo

Intelligence, strategie, bombe, forze speciali. I segreti di Abu Bakr al Baghdadi, l’uomo che da qualche parte tra Iraq e Siria muove le leve del jihad globale. Come funziona la guerra contro l’uomo più pericoloso del mondo. Un’inchiesta

È l’ora del califfo

Illustrazione di Vincino

La sera del 21 giugno 2017 i miliziani dello Stato islamico hanno distrutto la moschea Grand al Nuri di Mosul, il luogo dove il 4 luglio 2014 Abu Bakr al Baghdadi tenne il suo unico discorso a viso scoperto, pochi giorni dopo l'annuncio della nascita del Califfato da parte di Abu Muhammad al 'Adnani il 29 giugno su internet. "La distruzione del minareto al Hadba e della moschea al Nuri è il riconoscimento ufficiale della loro sconfitta", ha detto il primo ministro iracheno. 

Riproponiamo questo articolo monografico di Daniele Raineri pubblicato nel Foglio del 10 marzo 2017 per capire come funziona la guerra allo Stato islamico e la caccia al califfo.


 

Quando la Delta Force americana va a caccia del capo dello Stato islamico in Iraq e Siria si fa scortare da due elicotteri speciali chiamati Dap, “Direct Armed Penetrator”. I Dap sono cannoniere volanti, i piloti le fanno stipare di armi in quantità inverosimile e prendono in considerazione soltanto un limite, quello di peso – che se è eccessivo fa consumare troppo carburante e accorcia il loro raggio d’azione. Per il resto sono liberi di scegliere e di caricare sopra gli elicotteri la combinazione di fuoco che preferiscono: razzi da settanta millimetri, missili guidati, un cannoncino automatico che spara dieci colpi al secondo in direzione del suolo. I Dap sono una coperta di Linus in versione tecnologico-militare e offrono un’illusione di sicurezza quando le squadre di venti-trenta soldati americani decollano da un paio di basi segrete in medio oriente e vanno a posarsi da sole in mezzo al territorio controllato dall’Isis dopo centinaia di chilometri di volo. I soldati passano a terra meno di un’ora – con i Dap a galleggiare in circolo nell’aria sopra le loro teste – e poi devono risalire a bordo degli altri elicotteri perché più i minuti scorrono e più cresce la possibilità che il nemico arrivi loro addosso da tutte le direzioni e in massa. Se succedesse, nel giro di qualche ora i siti di notizie batterebbero titoli come: “Lo Stato islamico cattura venti soldati americani nella Siria orientale”.

 

Questo scenario è quasi successo davvero fra le montagne dello Yemen centrale una settimana fa. In quel caso però si trattava di una caccia a un capo di al Qaida e non dello Stato islamico e a terra c’erano i marinai dei Navy Seals e non la Delta Force

Sta aumentando il ritmo delle incursioni della Delta Force
dietro le linee nemiche

dell’esercito, perché le forze speciali americane si sono spartite i settori d’intervento nel mondo. Al Qaida non controlla quelle alture in modo stretto come fa l’Isis, ma nella fase finale del raid notturno gli yemeniti hanno sparato così tanto contro un velivolo americano da costringerlo a improvvisare un atterraggio duro. Un marinaio è morto, gli altri sono stati recuperati, ci sono state decine di vittime civili e un’ora dopo un jet americano è arrivato a bombardare il velivolo al suolo per non lasciarlo nelle mani di al Qaida (che non lo avrebbe fatto volare di nuovo ma lo avrebbe usato come un set di sfondo per la propaganda, era un Osprey da 65 milioni di euro).

 

La Delta Force ha fatto nove di queste missioni a terra in Iraq e Siria negli ultimi tre anni, ma questo è soltanto il numero che è filtrato fino ai media – del resto a chi è dato conoscere con precisione quante ne fanno e che cosa succede in quelle aree inaccessibili? In pratica, sappiamo poco. Da una parte il Pentagono è avaro di informazioni perché ha chiuso questa campagna sotto un coperchio di segretezza. Dall’altra lo Stato islamico non dice nulla perché non vuole ammettere che il suo territorio è violato dai nemici. Così le operazioni che portano gli elicotteri ad appoggiarsi con i motori accesi sul terreno piatto attorno a Deir Ezzor o nel mezzo del “corridoio del fiume Eufrate” oppure sulla brughiera verde attorno a Mosul diventano pubbliche soltanto di rado e per caso, vale a dire quando ci sono testimoni civili nei paraggi che poi parlano con i giornalisti arabi. Gli addetti ai lavori affermano che i raid americani sono stati molti di più e a volte fanno gli sbruffoni: “Ormai è una routine”, dicono. Sappiamo che il ritmo sta accelerando. Nel 2015 ce ne fu uno, a metà maggio. Nei primi venti giorni di gennaio 2017 ce ne sono stati tre, il che vuol dire che Obama aveva sperato di essere lui a trovare il capo dello Stato islamico, e invece quasi certamente succederà a Trump.

 

Obama sperava di essere lui a trovare il capo dell’Isis. Invece succederà quasi certamente a Trump

A volte li incontri, i soldati della Delta Force che partecipano a queste missioni, nelle pieghe e nelle pause delle guerre ibride che l’America ha combattuto in questi anni. Li vedi mescolati alle forze locali, embedded per sei mesi di seguito assieme con i soldati iracheni che loro – in virtù della sola presenza – dovrebbero in qualche modo indurire e rendere più tosti, da sfaccendati e paurosi che erano. Le forze speciali sono considerate una specie di lievito umano, ne spargi in modica quantità in mezzo alla truppa e quella sperabilmente gonfia in prodezza militare e organizzazione. I duri dei reparti d’élite spiccano perché godono di una disciplina rilassata e di alcuni privilegi e ci tengono a che gli osservatori capiscano la differenza rispetto ai normali: si lasciano crescere la barba e i capelli, portano scarpette da trekking invece che gli scarponi d’ordinanza, verniciano le armi in colori mimetici e sulle maniche portano insegne in velcro non ufficiali, per esempio alcuni hanno sfoggiato il triangolo verde della guerriglia comunista curda – fino a quando il Pentagono non ha ordinato loro di toglierlo – e altri hanno una bandiera americana con il motto: “Fuck al Qaeda”. Il risultato, dopo tredici anni di presenza americana in medio oriente, è che i soldati iracheni li imitano in tutto e oggi in Iraq non c’è più coscritto diciottenne per quanto smilzo e inoffensivo che non abbia una maglietta con scritto “Swat Special Team” oppure non indossi occhiali scuri fascianti tipo Oakley o non abbia addosso il logo del Punisher – il Punitore, un eroe della Marvel annunciato da un teschio bianco stilizzato prediletto dalle forze speciali. Ed è subito posa: “Sura sura, mister!”, fammi una fotografia mister, guardami che sembro un americano.

Un manifesto dello Stato islamico che promette la vittoria contro apostati e crociati. È del 2010, l’anno in cui al Baghdadi prese il potere


 

Da gennaio 2015 le forze della Delta sono diventate la Expeditionary Targeting Force (Etf) il corpo di spedizione che si occupa di prendere i “target”, i comandanti dello Stato islamico in Iraq e in Siria. I soldati scivolano a terra dagli elicotteri, quando è possibile lo fanno di notte perché così riescono a sfruttare il vantaggio dei visori notturni che i loro nemici non possiedono, altrimenti in pieno giorno. Di solito la missione è prelevare il ricercato e ripulire il luogo dove lo hanno trovato – a volte una casa, più spesso la macchina dove stava viaggiando – quindi prendere tutto quello che si può portare via: appunti, computer, documenti, cellulari, si chiama “sensitive site exploitation”, e ripartire. I leader dell’Isis non si fanno catturare vivi perché indossano una cintura esplosiva e riescono ad azionarla prima che i commando americani riescano a raggiungerli – finora tutti tranne uno, che è stato fatto prigioniero – ma questi raid non sono mai un successo incompleto, c’è sempre materiale interessante e in qualche caso ci sono le mogli, che sono a conoscenza di molte informazioni.

 

I leader dell’Isis non si fanno catturare vivi perché indossano una cintura esplosiva e riescono ad azionarla prima che i commando americani possano raggiungerli. La barbara esecuzione di due militari turchi

I soldati americani sanno che se fossero loro a essere catturati finirebbero in qualche video di propaganda in alta definizione e che i loro carcerieri escogiterebbero qualche sistema speciale per ucciderli. A dicembre gli uomini dell’Isis hanno ammazzato due militari turchi davanti a una telecamera, li hanno fatti uscire da una gabbia, li avevano legati con un sistema di catene e aculei di ferro che li costringeva a camminare a quattro zampe, poi li hanno bruciati vivi – è un video peggiore di quello del pilota giordano ucciso nel gennaio 2015 ma in qualche modo è passato inosservato, forse perché ormai siamo più assuefatti a questo tipo di produzioni o forse perché i filtri internet funzionano meglio. Dei tre raid fatti a gennaio, uno nel deserto siriano e due in Iraq – Hawija e ovest di Mosul – l’ultimo è fallito perché gli elicotteri sono stati avvistati mentre si avvicinavano e il fuoco da terra era troppo intenso per saltare giù. Il raid numero due è interessante perché il bersaglio era il chirurgo capo dell’ospedale di Hawija, in Iraq, che era anche un leader del gruppo terrorista. A marzo 2016 una ragazza diciottenne della minoranza yazida riuscì a scappare e a raggiungere la salvezza con i curdi e raccontò che quel dottore l’aveva tenuta come schiava per un anno intero – è uno dei pochi casi in cui si riesce ad associare una schiava all’uomo che l’ha comprata e stuprata. Secondo fonti irachene del Foglio, quel chirurgo era in confidenza con la leadership  dello Stato islamico, ed è possibile che fosse sulla lista della Etf perché aveva informazioni fresche sui suoi pazienti, compreso forse il più importante. Tutti questi raid e questo lavoro di intelligence sono fatti per arrivare al bersaglio finale: amir al muminin, khalifa, imam, il capo dei credenti, il califfo e l’imam: Abu Bakr al Baghdadi.

 

Di solito a questo punto un analista intelligentissimo con gli occhiali e la camicia a scacchi salta su a dire che la morte o la cattura di al Baghdadi non sarà la fine dello Stato islamico, che presto sarà rimpiazzato da un successore e tutto ricomincerà, ma non è vero fino in fondo. Baghdadi è un simbolo potentissimo ed è anche un manager dall’abilità diabolica e nel 2010 ha raccattato da terra un gruppo terrorista che era ormai ridotto allo stato larvale e l’ha portato a un’altezza mai vista prima.

 

Digressione: come fu che Baghdadi arrivò al potere assoluto grazie a un tradimento. Ricordate il video dell’uccisione di Nicholas Berg? Era il maggio 2004, Nicholas Berg era un antennista americano che non c’entrava nulla con l’esercito e l’occupazione, fu catturato dai terroristi mentre girava l’Iraq per proporre i suoi servizi – quel paese ha bisogno di riparazioni, aveva pensato. In Italia eravamo così poco preparati che fin da subito fiorirono teorie del complotto, non potevamo credere all’esecuzione che avevamo visto, si scriveva che non erano stati i guerriglieri iracheni, erano invece stati gli americani per gettare discredito su di loro, la Cia, perché gli insorti non commettono simili macellerie. Questa presunzione d’innocenza oggi, vista tredici anni dopo, suona ridicola. Ma torniamo al video: al centro dell’inquadratura appare per la prima volta il fondatore, il nume votivo, il super eroe dello Stato islamico come lo conosciamo oggi, il giordano Abu Musab al Zarqawi in passamontagna nero, e alla sua destra c’è un uomo alto con il volto coperto da una kefyah bianca, che alla fine prende la testa di Berg e la solleva davanti all’obbiettivo della telecamera. Il suo nome è Manaf al Rawi, all’epoca del filmato aveva diciannove anni, nato a Mosca e poi cresciuto in Iraq. Tutti e cinque gli uomini mascherati nel video hanno poi fatto carriera, ma al Rawi è quello che ha vissuto più a lungo (gli iracheni lo hanno impiccato nell’aprile 2013). Belloccio, sguardo basso, mani enormi, alto quasi due metri – è per questo che si riconosce nel video – nel 2009 e  2010 è uno dei capi più pericolosi dello Stato islamico in Iraq. E’ il cosiddetto governatore di Baghdad, il “Wali” secondo la vecchia denominazione islamica, ma i suoi uomini lo chiamano el diktatur, il dittatore, per i modi bruschissimi. C’è al Rawi dietro i tre grandi attacchi con camion bomba del 2009, agosto (101 morti), ottobre (155 morti) e dicembre (127 morti). Fa venire gli attentatori suicidi da Mosul, perché a Baghdad non trova più iracheni disposti a farsi saltare in aria, c’è aria di disfatta, tocca aspettare gli stranieri, teenager tunisini che passano il confine con la Siria, arrivano a Mosul e poi c’è da accompagnarli nella capitale, settecento chilometri di autostrada. Al Rawi ha un paio di trucchi che funzionano sempre per viaggiare senza essere controllato. Uno, offre passaggi ai soldati in divisa che fanno l’autostop sul ciglio della strada, così ai checkpoint gli altri soldati vedono la divisa dentro e fanno passare con un gesto veloce del braccio, non si fermano a ispezionare l’automobile e i passeggeri. Due, riempie l’auto di cartoni di alcolici, gli uomini ai posti di blocco li vedono, pensano che un fanatico dello Stato islamico non viaggerebbe mai assieme a un carico di birre e whisky, fanno passare. Se pensate che siano due stratagemmi troppo cretini per funzionare sappiate che in quegli anni in Iraq una ditta inglese vende alle forze di sicurezza centinaia di finti congegni elettronici che dovrebbero rivelare la presenza di esplosivo a bordo delle auto in colonna, sono simili a bacchette di rabdomante però di plastica, sono una truffa e infatti le autobomba continuano a esplodere, ma tutti continuano a credere alla loro efficacia – lo Stato islamico li irride in un video.

 

Strada spianata al nuovo capo grazie al tradimento di uno dei macellai di Nicholas Berg, l’americano decapitato nel 2004. Il primo ruolo di Baghdadi, semplice messaggero, e il contatto con l’eminenza grigia dell’Isis

Una notte nel marzo 2010 qualcuno tradisce il Wali, l’intelligence irachena lo preleva da casa, un appartamento in una bella zona della capitale e non diffonde la notizia. Piuttosto, gli uomini dei servizi costringono al Rawi a collaborare in una messinscena: deve subito fissare un appuntamento con il corriere che passa i messaggi tra lui e il capo dello Stato islamico, Abu Omar al Baghdadi (predecessore di Abu Bakr). Al Rawi convoca il corriere davanti al posto che usano per questi abboccamenti, un negozietto di frutta e verdura che si chiama Mr Milk, recita la sua parte e poi viene di nuovo gettato in cella. Gli altri seguono il corriere fino a giungere al nascondiglio del capo dello Stato islamico, a centinaia di chilometri, e lo uccidono (andò così: assaltarono il compound in mezzo al deserto ma non riuscirono a entrare, allora chiamarono gli americani che fecero l’ennesimo raid). Grazie alla cooperazione di uno dei macellai di Nicholas Berg c’era bisogno di un successore e la strada era ora spianata davanti ad Abu Bakr al Baghdadi. Fine digressione.

 

Nel 2013 un ex uomo dello Stato islamico ha cominciato a far girare una sua testimonianza poco lusinghiera su al Baghdadi prima che diventasse capo, che però era piena di dettagli succosi e quindi si è diffusa in fretta. L’uomo racconta che al Baghdadi non contava nulla dentro l’organizzazione e che il suo unico ruolo in realtà era di fare il messaggero, anzi, meno: quando un corriere aveva un messaggio per la leadership lo gettava nel giardino della casa di al Baghdadi e poi un altro corriere passava a prenderlo. Lui faceva soltanto da casella postale. Quando poi il suo predecessore Abu Omar viene ammazzato durante la cattura, allora entra in scena l’eminenza grigia della storia dell’Isis, il perfido Haji Bakr, un ex ufficiale dell’esercito di Saddam, un membro del partito Baath che usa il gruppo estremista per vendicarsi di avere perso il potere.

Al-Baghdadi candidato ad essere il nuovo Osama Bin Laden parla a Mosul


 

Haji Bakr riesce a fare eleggere al Baghdadi come capo del gruppo con un trucco subdolo, perché approfitta del fatto che i membri del consiglio che governa lo Stato islamico sono tutti isolati e non comunicano fra loro per ragioni di sicurezza – c’è da capirli, sono sotto schiaffo, il 2010 è un anno orribile per loro, i leader sono tutti catturati o uccisi – e li convince a uno a uno che anche gli altri stanno per votare al Baghdadi, ormai è deciso, sono tutti convinti, è cosa fatta. Al Baghdadi è eletto con nove voti su undici (il meccanismo interno del consiglio dello Stato islamico colpisce molto, fanno una votazione democratica in un gruppo che è votato alla distruzione della democrazia perché la considera “una falsa religione dei nostri tempi”). Qualcuno ha anche mandato una richiesta di parere a Osama bin Laden, il capo di al Qaida allora nascosto in Pakistan, ma sempre per la solita storia dell’isolamento e per il fatto che anche Osama usa corrieri per comunicare il suo ordine arriva con dieci giorni di ritardo rispetto alla nomina di al Baghdadi. Per inciso, Osama aveva detto di nominare non Baghdadi ma un altro – che però era in carcere in quel momento, all’insaputa sua e pure degli americani che lo credono un pesce piccolo. Tre anni dopo questo incidente lo Stato islamico romperà con violenza con al Qaida. Come primo atto del suo mandato, al Baghdadi nomina l’ex ufficiale dell’esercito iracheno Haji Bakr a capo di una speciale unità che si occupa della pulizia interna dello Stato islamico e che in breve tempo uccide uno a uno tutti i dissidenti che si opponevano a Baghdadi e al suo consigliere baathista. Altri ex ufficiali di Saddam sono cooptati al loro posto ai vertici del gruppo. Dentro le celle delle carceri irachene, i prigionieri pii e iperfanatizzati si disperano quando vengono a conoscenza che i baathisti, che negli anni passati li avevano perseguitati per la loro fede, si stanno prendendo i posti di comando. Insomma, il racconto è una versione malevola per dire che Baghdadi fu scelto soltanto per la sua eloquenza religiosa, ma che è l’utile idiota dei baathisti che si sono presi i posti che contano dentro lo Stato islamico.

  

Anche a Osama bin Laden fu chiesto un parere sulla nomina, ma l’“endorsement” del leader di al Qaida, allora in Pakistan, arrivò in ritardo, e non era per Baghdadi. Tre anni dopo lo Stato islamico ruppe con violenza con al Qaida

Trattasi appunto, però, di contropropaganda da parte di al Qaida, inviperita per la scissione. Baghdadi in realtà è un leader predestinato a diventare capo supremo. Suo padre insegnava recitazione del Corano, che è una disciplina molto riverita: il Libro sacro va infatti letto come se fosse una cantilena, con le sue pause, i suoi accenti, i suoi raddoppi e diverse scuole di intonazione e ritmo (fate caso, nei discorsi audio del Califfo e dei suoi, quando le parole lasciano il posto a un canto molto lento allora è una citazione del Corano). Lui prosegue la specializzazione del padre e scrive la sua tesi di laurea su quell’argomento e negli anni a venire il suo comando della dizione coranica – recita il Libro a memoria – gli conferisce un’aura mistica, alla pari con i dotti e i condottieri islamici, almeno agli occhi dei suoi che spesso vengono da zone desolate. L’arabo è una lingua con mille registri e accenti, parlarlo bene affascina gli ascoltatori e alza lo status sociale. “Non soltanto posso dirti se uno viene da Aleppo, posso dirti in quale università di Aleppo ha studiato”, disse una volta un professore siriano al Foglio.

  

Con il nome di Abu Bakr al Ansari oppure Abu Du’a, tra il 2008 e il 2010 è il comandante dello Stato islamico nella zona di Mosul, che è come dire sindaco della Lega nord a Varese: mentre nel resto dell’Iraq il gruppo terrorista è in declino, lì ancora conserva la sua forza e continua a essere pericoloso. La regione di Mosul confina con la Siria, da cui arrivano i volontari stranieri che si offrono per le missioni suicide – sono aiutati dal governo del presidente siriano Bashar el Assad (sì, proprio lui, il baluardo contro il terrorismo, il difensore della Siria laica, l’uomo che oggi vorrebbe essere alleato dell’occidente contro i fanatici e che però, quando gli conveniva, li foraggiava e li appoggiava). Inoltre la città è ricca di imprese e commerci, che finiscono tutti sotto il controllo in stile racket mafioso dello Stato islamico. Il gruppo estrae milioni di dollari al mese dalla città, sotto il naso di governo e militari impotenti. Infesta la zona a tal punto che quando i cittadini di Mosul protestano per le bollette dell’energia elettrica troppo care lo Stato islamico si presenta alla centrale elettrica e ottiene una riduzione della tariffa per tutti, in un misto di populismo e forza militare che riscuote molto consenso, ancorché tacito. Risale a quel periodo un video di Abu Bakr che arringa un gruppo di guerriglieri locali – lui è in passamontagna, si riconosce dalla voce – e il confronto con i video di oggi è impietoso: uno dei suoi si tuffa a bordo di un pick up che sta partendo, in una prova di sveltezza militare, ma resta incastrato con le gambe e i piedi fuori dal finestrino, come in un film di Renato Pozzetto. La differenza con i video prodotti con cura estrema di oggi, che sfoggiano potere militare e uomini ben addestrati, è enorme. Abu Bakr è attivo nella zona di Badoush, al confine occidentale di Mosul, dove c’è la prigione che rinchiude centinaia di uomini del gruppo e secondo fonti  dello Stato islamico sarà proprio lui, dopo un assalto militare, a spalancare i cancelli del carcere all’alba del 6 giugno 2014. Quando arriva il momento della successione, nell’aprile 2010, non sorprende che lui, capo di Mosul, perlopiù benedetto da una dizione coranica impeccabile, ottenga il posto di leader supremo.

  

Una volta al vertice, Abu Bakr prende un gruppo terrorista che è quasi al punto del dissolvimento e in quattro anni lo trasforma in una giunta militare ultraislamista che governa milioni di persone e un’area grande come l’Inghilterra. C’entrano molto le condizioni storiche, i moti che scuotono il mondo arabo e offrono chance insperate a chi vuole imporsi con la violenza. Ma c’entrano anche le sue doti manageriali, o, perlomeno, le doti manageriali dello staff di cui si è circondato. La resurrezione e la strada del Califfato procedono per tappe, nel completo disinteresse dei media, e cominciano da una prima fase che potremmo definire “del mimetismo”. Il capo impartisce agli uomini l’ordine di agire in Iraq come se fossero infiltrati in incognito in territorio nemico. Niente più barbe e capelli incolti, va bene il taglio più detestato dagli islamisti, che è quello con i capelli rasati sui lati e un po’ più lunghi sopra, con gel abbondante: è un look da sedicenni che va contro i precetti del profeta Maometto, ma è tempo di crisi e tocca adattarsi per sopravvivere. Al posto dei vestiti larghi che celano le forme, indossano jeans attillati e magliette con scritte occidentali. Una foto rara di quegli anni mostra un sicario dello Stato islamico uccidere un ufficiale sparandogli attraverso il finestrino dell’auto in mezzo al traffico: potrebbe essere un agguato di camorra, il killer ha vestiti sportivi, un berretto da baseball e una pistola con un silenziatore. Ancora oggi, alcuni uomini dello Stato islamico ricordano “la campagna dei silenziatori” come uno dei momenti in cui il gruppo seppe adattarsi alle circostanze e tornare a incutere paura. In quegli anni, 2010 e 2011, anche Baghdadi si attiene a una prudenza estrema, sceglie una linea “se non sanno che esisti, non ti possono colpire”: non parla mai, non si espone nemmeno con un audio su Internet, quando incontra gli altri capi lo fa a viso coperto e i giornalisti lo chiamano “il fantasma”. Tre anni dopo diventerà molto più sicuro di sé, gli avvistamenti cominceranno a moltiplicarsi in Iraq e in Siria, mentre nomina nuovi capi (Aleppo maggio 2013) mentre discute un piano di attacco (confine turco siriano nel luglio 2013), mentre guida la preghiera dei combattenti a Raqqa (gennaio 2014).

  

Nel 2010 Baghdadi sa di non avere le stesse possibilità dei suoi predecessori in materia di grandi attentati. Arrivare a piazzare grandi camion bomba sotto le finestre dei ministeri è diventata una faccenda troppo complicata, le misure di sicurezza sono più alte, e il fatto che nel resto del paese in pratica non si combatte più aiuta le forze di sicurezza a proteggere in un bozzolo di soldati gli obbiettivi più appetitosi. A quel punto la strategia d’attacco cambia: invece che pochi attentati spettacolari all’interno della Zona verde, al Baghdadi inaugura una stagione di attentati a ondate, per esempio il 23 luglio 2012, quando trenta autobomba esplodono in cinque, sei città diverse in tutto il paese, da nord a sud, nel giro di un’ora. Di queste ondate di autobomba lo Stato islamico di al Baghdadi ne lancia 24 soltanto tra il luglio 2012 e il luglio 2013. In questo modo non c’è più la complicazione di superare le sentinelle e i checkpoint e i cani da guardia, in molti casi non serve nemmeno un guidatore suicida perché i veicoli carichi di esplosivo basta parcheggiarli vicino a un posto affollato, e l’obbiettivo – che è conquistare i notiziari della sera, meglio se anche sui media internazionali – è raggiunto lo stesso. C’è il problema che così le stragi sono ancora più casuali, perché non sono dirette a bersagli simbolici come ministeri e caserme, ma questo non interessa lo Stato islamico che vuole rimontare. “Il caos non è una fossa, il caos è una scala”, dice un personaggio di “Game of Thrones” – potrebbe essere il motto di al Baghdadi.

  

Un rapporto di esperti americani inoltre nota un cambiamento: per costruire le sue bombe il gruppo terrorista non usa più vecchi proiettili di artiglieria saccheggiati dai depositi di Saddam Hussein, ma è passato alla produzione propria di esplosivo. Prima attingeva alle scorte di munizioni, le apriva come scatolette, estraeva con cautela l’esplosivo e lo usava per farcire i veicoli-bomba. In quel periodo comincia a usare il fertilizzante, secondo una ricetta usata anche dai talebani, o meglio usa il nitrato d’ammonio contenuto nel fertilizzante, lo mescola a carburante diesel e ottiene materia esplosiva. In pratica al Baghdadi diventa autosufficiente per quanto riguarda la fabbricazione di bombe, almeno fino al 2014, quando s’impadronirà di un terzo dell’Iraq e svuoterà (di nuovo) decine di depositi militari.

  

La resurrezione e la strada
del Califfato procedono per tappe, nel completo disinteresse dei media. L’ordine di agire in Iraq
come infiltrati in incognito.
La stagione degli attentati
a ondate e la campagna
di assalti alle prigioni

Ma il perno della rinascita dello Stato islamico sotto al Baghdadi è una campagna di attacchi militari alle prigioni dell’Iraq che lui battezza “La rottura dei muri” nel suo primo discorso, messo su Internet all’inizio del mese sacro di Ramadan nel 2012. L’Isis assalta otto carceri nel giro di un anno e libera centinaia di suoi uomini, e tra loro veterani della guerra contro gli americani, leader che erano in attività da molto prima di al Baghdadi e che ora, riconoscenti, si mettono al suo servizio. “La rottura dei muri” culmina nell’attacco notturno al carcere di Abu Ghraib, luglio 2013, dove anche al Baghdadi fu rinchiuso meno di dieci anni prima, nel 2004 (risalgono a quel periodo le foto dello scandalo). Il capo dello Stato islamico si riprende le risorse umane più esperte e preziose e le installa ai posti di comando. L’uomo che un anno dopo progetta e lancia l’assalto che fa cadere l’intera città di Mosul è uno degli evasi da Abu Ghraib. E ricordate il video che mostra lo sgozzamento di venti ostaggi cristiani su una spiaggia libica e che si conclude con una minaccia esplicita contro Roma? Anche quello è opera di un evaso da Abu Ghraib. La lista potrebbe continuare. L’intuizione alla base della campagna è che alcuni uomini sono asset di valore, la loro carica ideologica, la loro indifferenza alla crudeltà e la predisposizione al combattimento li rendono speciali, non sono rimpiazzabili con altri uomini qualunque e quindi vanno recuperati (e questo spiega perché in molte foto segnaletiche i capi di oggi appaiono con la tuta gialla delle foto segnaletiche di quando erano in prigione). Al Baghdadi applica ad alcuni suoi fedeli incarcerati la teoria che un giornalista di guerra americano, C. J. Chivers, applica alle armi: sono oggetti robusti e pericolosi, una volta che ne perdi il controllo e finiscono in giro devi aspettarti che continueranno a circolare e a fare danni di conflitto in conflitto. Così i liberati da Baghdadi, che tornano subito al lavoro per il gruppo. Il messaggio che passa è anche terribilmente vincente, se sei dello Stato islamico i tuoi compagni ti vengono a prendere dalla prigione. Ma, per l’intelligence e per gli operatori della Delta Force che scandagliano le regioni dell’Iraq e della Siria alla loro ricerca, e alla ricerca del capo che ha ordinato la loro liberazione, è un motivo in più: se sono così bravi che valeva la pena attaccare le prigioni per tirarli fuori, allora oggi vale la pena dare loro la caccia.

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