Il diplomatico nordcoreano che dà una guida alla rivolta al regime

Thae Yong-ho esce allo scoperto e spiega che la Corea del nord sta per collassare. “Sono scappato per il futuro dei miei figli”

Giulia Pompili

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Thae Yong-ho

Thae Yong-ho (foto via YouTube)

Roma. “Sono sicuro che altre persone scapperanno, anche di alto rango. Perché il sistema sta collassando”. Le parole di Thae Yong-ho, al suo primo incontro ufficiale con la stampa dopo la fine del suo periodo di “debriefing” in Corea del sud, sono significative. Anche perché la storia di Thae sembra un film: è stato uno dei più importanti diplomatici di Pyongyang, ha servito nei paesi scandinavi per molti anni prima di essere assegnato all’ambasciata nordcoreana a Londra. Tutti gli esperti di Corea del nord lo conoscevano per i suoi discorsi appassionati sul regime di Kim Jong-un, in un inglese fluente e impeccabile, frequentatore di circoli sportivi e ben inserito nella società londinese. Era uno di cui i Kim si fidavano, tanto da lasciargli la libertà di parlare con i giornalisti, con gli studiosi, e di muoversi senza l’ossessiva presenza dei minder, le “guardie del corpo”. Poi, nell’agosto del 2016, la decisione di prendere moglie e figli, e chiedere asilo alla Corea del sud. Appena finito il periodo di isolamento previsto dalla legge – soprattutto in questi casi c’è la necessità di capire se il “defector” mente, se sta facendo il doppio gioco oppure se ha qualche informazione utile all’intelligence – Thae ha annunciato il desiderio di trasformarsi nel volto del cambiamento nordcoreano e della propaganda anti nordista.

Perché è importante la storia del diplomatico che scappa dalla Corea del nord

La storia di Thae Yong Ho, il diplomatico nordcoreano dislocato a Londra che ha disertato e ora si trova sotto la protezione della Corea del sud, ci dice molto dell’attuale situazione dell’establishment di Pyongyang. Thae Yong Ho viveva da dieci anni nella capitale britannica, e aveva un rapporto piuttosto aperto con “il mondo esterno”.

Lui è diverso da tutti gli altri coreani che scappano dal nord (1.414 soltanto lo scorso anno, +11 per cento rispetto al 2015): non è un uomo della campagna, non è una giovane donna schiavizzata durante il passaggio in Cina. Non ha una storia drammatica da raccontare, è un membro dell’élite, un privilegiato che ha deciso lo stesso di disertare. In un’intervista di Anna Fifield pubblicata mercoledì 25 gennaio sul Washington Post, Thae ha spiegato il suo nuovo ruolo pubblico: “Tutti sapevano che ero scappato. Starmene a casa o cercare una vita tranquilla non avrebbe cambiato niente in Corea del nord”. Thae si augura una “primavera nordcoreana”, un’espressione già criticata in passato da parecchi analisti, visto che il paese è privo di una società civile e il dissenso è sistematicamente represso. L’unico modo per evitare la censura e la repressione, secondo Thae, è incoraggiare l’introduzione delle informazioni aggirando la censura, come quello – già molto usato – delle chiavette usb passate di mano in mano attraverso il confine o diffuse tramite droni. “Kim Jong Un è ancora giovane”, ha detto Thae, “ho temuto che anche i miei nipoti avrebbero dovuto vivere sotto questo sistema. Ho deciso che se non avessi spezzato queste catene di schiavitù, i miei figli prima o poi mi avrebbero chiesto: ‘Perché non ci hai permesso di essere liberi?’”. Secondo Thae, gran parte dell’élite nordcoreana, dopo la morte di Kim Jong-il, nel 2012, credeva che il figlio Kim Jong-un, giovane e con un’educazione all’estero, avrebbe modernizzato la Corea del nord: “Ma il perseguimento del programma nucleare sta mettendo Pyongyang in un angolo”.

 

Thae è uno dei più imbarazzanti casi di defezione per la Corea del nord, e lo sarà sempre di più se continuerà a sottolineare la claudicante tenuta del regime di Kim Jong-un. Non a caso, ieri, Pyongyang ha spedito davanti alle telecamere dell’americanissima Nbc Choe Kang-il, vicecapo del ministero degli Esteri delegato agli affari americani, che ha rilasciato un’intervista poco rassicurante per l’Amministrazione Trump. Choe ha detto che il leader supremo è pronto a essere “più amichevole” se gli Stati Uniti faranno lo stesso, ma su Trump ha detto che “bisognerà osservare le differenze tra la sua retorica durante la campagna elettorale e la sua politica da presidente”. L’aggressività e la minaccia, però, non è in discussione: “Il nostro arsenale nucleare è di natura difensiva. […] Siamo pronti a eseguire un test di missile balistico in qualsiasi momento, in qualsiasi luogo”.

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