Storia del gulag di Karaganda e della minoranza italiana, sterminata e dimenticata, di Crimea

Nel gulag, tra il 1931 e il 1960, passarono circa due milioni di prigionieri di 40 nazionalità diverse e si calcola che ben 500 mila di loro siano morti in prigionia

gulag crimea

Prigionieri che lavorano in un gulag in Crimea (foto LaPresse)

Il gulag kazako di Karaganda era vasto come la Lombardia e il Piemonte messi insieme. Lì, negli anni Quaranta del ’900, furono internati gli italiani residenti in Crimea e, in un secondo tempo, anche la gran parte dei soldati dell’Armir catturati dai sovietici. La colonia italiana di Kerch ha radici lontane. I genovesi vi si insediarono già nel 1200, ma nella seconda metà del Quattrocento non poterono resistere all’espansionismo dell’Impero ottomano e gli avamposti orientali creati dalla repubblica marinara dovettero essere abbandonati, unitamente alle fiorenti attività commerciali che vi si erano sviluppate. La migrazione italiana verso la Crimea (da sempre regione prediletta per le vacanze della corte zarista e, poi, della nomenklatura dell’Unione sovietica) riprese nei primi decenni dell’Ottocento, sollecitata da emissari russi inviati nel Regno delle Due Sicilie a reclutare pescatori, agricoltori, artigiani e così via. I Borbone aprirono addirittura a Kerch una sede consolare per assistere le migliaia di italiani emigrati, sopratutto dalla Puglia. Superati i tempi della collettivizzazione forzata (anni Venti) e dei processi di massa voluti da Stalin (1937-’38), sugli italiani rimasti la cattiva sorte si abbatté nuovamente dopo l’invasione nazista dell’Unione sovietica. Nella notte del 29 gennaio 1942, un rastrellamento casa per casa, come rappresaglia per l’alleanza dell’Italia con la Germania, portò alla cattura di 1.500-2.000 italiani. Gli fu detto che li si spostava per garantire la loro sicurezza. In realtà, furono deportati in Kazakhistan e disseminati su un territorio di più di 40 mila chilometri quadrati, dopo un viaggio in treno di 8 mila chilometri che li vide – per due mesi circa – ammassati in vagoni piombati.

Nel gulag (diviso in 26 sezioni e 192 campi), gli internati vennero impiegati in lavori forzati, con le temperature che in quella zona vanno da 40 gradi sopra lo zero nel periodo estivo e 30/35 gradi sotto lo zero in quello invernale. A Karaganda è stata ricostruita una baracca per gli internati: venti metri quadrati in cui dovevano stare fino a venti persone, che dormivano a turno sedute per terra o ammucchiate sui letti. La distanza tra le baracche degli italiani e le miniere di carbone (dove dovevano lavorare) era di una quindicina di chilometri, che i prigionieri percorrevano sempre a piedi. Altre destinazioni di lavoro erano i campi di cotone al confine con l’Uzbekistan, le cave, le foreste per il taglio degli alberi, le fabbriche di armi e la costruzione di giganteschi complessi metallurgici.

Il postino del gulag

Al cinema tripudio di agiografie di Neruda. Ma è scomparso il bardo che cantava le galere sovietiche. E mentre gli scrittori dell’est languivano in carcere, il poeta cileno a Budapest componeva versi sulla “cucina ungherese”.

Nel gulag, tra il 1931 e il 1960 (solo in quest’anno veniva riconsiderata la situazione), passarono circa due milioni di prigionieri di 40 nazionalità diverse e si calcola che ben 500 mila di loro siano morti in prigionia. Data la vasta superficie del gulag, era impossibile pattugliarne i confini, ma la distanza tra i villaggi (in alcuni casi, superiore anche ai cento chilometri) impediva qualunque tentativo di fuga a piedi, anche in funzione delle condizioni ambientali e di quelle fisiche degli internati. Si calcola che, nei soli anni della guerra, la mortalità tra i prigionieri abbia superato il 30 per cento, dato che in inverno, per coloro che erano al primo mese di detenzione, saliva fino all’80 per cento. Degli italiani, ne ritornarono a Kerch poco meno di 200. A Karaganda finirono anche molti nostri militari (circa 20 mila) catturati dall’Armata rossa durante la disastrosa ritirata: qui in Italia furono considerati dispersi, a parte le poche centinaia di fortunati che riuscirono a tornare miracolosamente a casa alla fine degli anni Quaranta. Dopo un primo tentativo di costituirsi in associazione (nel ’92), il 28 luglio 2008 gli italiani di Crimea hanno costituito l’associazione Cerkio, acronimo che sta per “Comunità degli Emigrati nella Regione Krimea – Italiani di Origine”, presieduta dalla fondazione da Giulia Giacchetti Boico (che, insieme a Stefano Mensurati, ha curato un prezioso, e completo, dossier su questa “tragedia dimenticata”). L’associazione organizza da allora corsi di italiano e celebra ogni anno, il 29 gennaio (il giorno del rastrellamento sovietico, come visto) la “Giornata del ricordo”.

Ma la svolta è avvenuta l’11 settembre dello scorso anno, allorché la presidente Giacchetti Boico, insieme ad altri esponenti dell’associazione, saputo che il presidente Putin era in vacanza a Yalta insieme a Silvio Berlusconi, raggiunse quel centro e riuscì ad incontrare i due al caffè Villa Sofia, sul lungomare. Con lei era anche Natale De Martino, deportato all’età di 6 anni. Putin e Berlusconi ascoltarono interessati e il premier russo, il giorno dopo, modificò un suo precedente provvedimento sul problema in generale, riconoscendo alla comunità degli italiani in Crimea lo status di minoranza deportata e perseguitata. Un riconoscimento del genocidio che ristabilì la verità storica (i nostri connazionali furono anche privati delle cittadinanza per puro spirito di ritorsione) e che ha aperto le porte ai risarcimenti per i beni perduti durante la deportazione. “Ecco che a questo punto – fa presente Stefano Mensurati – si è fatta pressante la necessità di trovare conferma documentale e nominativa della detenzione delle famiglie italiane”. Assopopolari ha sostenuto l’iniziativa e nello scorso agosto è partita per Karaganda una missione di tre ricercatori, che ha riportato alla luce un primo elenco di 1.002 prigionieri di guerra, ricopiando tutti i dati disponibili e fotografando tutte le schede dei detenuti.

In ciascuno dei campi che componevano il gulag di Karaganda (ma lo stesso metodo era maniacalmente seguito anche negli altri gulag dell’Unione sovietica) per ogni prigioniero veniva infatti compilata una scheda con tutte le informazioni anagrafiche e personali (in particolare, se il prigioniero fosse – o fosse stato – iscritto al Partito fascista o al Partito comunista) e – ancora – con le notizie relative alla condanna all’internamento e ai fatti più importanti intervenuti durante la detenzione (trasferimenti in un altro gulag – molte volte, in funzione delle località nelle quali interessava al regime sovietico di poter disporre di manovalanza a costo zero –, rilascio a fine pena o morte) E quando il detenuto moriva o veniva trasferito altrove, i dati della scheda personale erano parzialmente trascritti a mano su grandi registri (che ora sono consultabili). Le schede, dal canto loro, sono state conservate, anche se non tutte; e comunque, possono essere esaminate solo dopo aver ottenuto un permesso speciale. Una delle prime schede che i ricercatori hanno trovato negli archivi del gulag kazako è quella di un soldato semplice della Divisione Torino, internato il 27 settembre 1943: Pietro Amani, classe 1921, residente a Piacenza. E a Piacenza due dei tre ricercatori, Helojsa Rojas Gomez e Dmytro Prosvietin, hanno illustrato i primi risultati delle loro ricerche. Per il momento, sono stati consultati i 27 registri di uno dei tanti campi del gulag, ciascuno dei quali contiene un migliaio circa di prigionieri di tutte le nazionalità. In sostanza, ogni libro va sfogliato pagina per pagina, segnando i nominativi (molti dei quali storpiati e abbisognosi, dunque, di confronti e correzioni per essere interpretati e capiti) dei detenuti di nazionalità italiana, che possono in sostanza essere suddivisi in tre “famiglie”: gli italiani di Crimea, i prigionieri di guerra, gli “altri” (vale a dire italiani deportati per la stessa ragione degli italiani di Kerch, ma residenti in altre zone dell’Urss o antifascisti rifugiatisi a Mosca negli anni Trenta e poi caduti in disgrazia).

Fra tutti i registri, sono stati reperiti 18 italiani di Crimea, 832 prigionieri di guerra, 3 “altri”. A Piacenza, insieme ai ricercatori, il reduce Amani ha dal canto suo raccontato toccanti momenti della sua personale vicenda. Come quando seppe da un medico del gulag che essendogli scomparsa la febbre tutto in un colpo, aveva le ore contate. O come quando dovette viaggiare per quattro giorni su una slitta trainata da buoi e condotta da una contadina russa, insieme a 6 commilitoni (“praticamente, sistemati uno sull’altro; la slitta non arrivava neanche a un metro e mezzo per due”). La tragedia, dunque, dei prigionieri italiani in Russia (finora del tutto dimenticata; ma questo è un momento storico nel quale si viene a conoscenza – finalmente – di tragedie nascoste per 70 anni e più) e la tragedia, ancora, degli italiani di Crimea, deportati per rappresaglia. Una tragedia, quest’ultima in particolare, di cui nessuno ha mai parlato, ignota a pressoché tutti gli italiani. Dopo le foibe, dopo il genocidio di Armenia, ora si parla finalmente anche di questa nuova “tragedia dimenticata” (come si intitola una mostra che, con 25 pannelli illustrativi, racconta questa vicenda volutamente ignorata; una mostra che è destinata a fare il giro delle città italiane). Visitandola, molti giovani si cwhiederanno di certo perché cattivi educatori (e cattivi politici) abbiano loro sistematicamente illustrato – fino ad ora – solo una parte della verità (che è come dire il falso). E si chiederanno se il pensiero unico che caratterizza, da tempo, la nostra epoca, sia conciliabile con la democrazia. 

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Commenti all'articolo

  • giesse

    23 Gennaio 2017 - 09:09

    senza memoria non c'è futuro. Migliaia di vite innocenti, uniche e irripetibili, vittime di una violenza ideologica, volutamente lasciate nell'oblio o perfino negate dai nostri sinistri fanfaroni che sono sempre lì ancorati al potere a prospettarci il paradiso all'orizzonte, menzogneri senza vergogna.

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