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La tortura della gocciolina

Da più parti, dopo quella radicale revisione di idee seguita al ’68, si è denunciato la famiglia come il luogo ove, oltre a imparare a relazionarsi con il prossimo, si impara anche a opprimerlo.

4 Ottobre 2010 alle 00:00

Da più parti, dopo quella radicale revisione di idee seguita al ’68, si è denunciato la famiglia come il luogo ove, oltre a imparare a relazionarsi con il prossimo, si impara anche a opprimerlo, manipolarlo e infliggergli tutta una serie di crudeltà. Caduta la maschera dei buoni sentimenti, il focolare domestico ha rivelato così la sua dark side più tenebrosa e sinistra. Romanzi, film, saggi si sono incaricati di anatomizzarne le perversioni. Questi prodotti, però, tesi a evidenziare le macroaberrazioni, inesorabilmente trascurano le microstorture, i minisoprusi, i nanotorti che la vita in famiglia inevitabilmente comporta per la delicata psiche infantile. Non per il fatto di avere una massa inferiore al rilevabile, e di sfuggire a ogni censimento, queste ingiustizie smettono di causare, dolore, stress o comportamenti nevrogeni. A chi non è capitato di essere accusato ingiustamente? Eppure, non avevate nessuna possibilità di provare la vostra innocenza: incastrati dall’evidenza, distrutti dall’impotenza. La prima esperienza kafkiana di un seienne. E dov’è andato a finire tutto quel dolore? Quell’indignazione per il torto subito? È forse scomparsa nel nulla, diluita negli anni? Non credo, se a distanza di più di quarant’anni il ricordo della disperazione provata allora è ancora vivo. Certo, poi se non si vuole sviluppare una psicosi, ce ne si fa una ragione e si passa oltre, ma quel contenuto emotivo non scompare. E dove va a finire?

Anni ’60. Litorale adriatico.
Spiaggia dalle parti di Cesenatico. Il tempio vacanziero della classe media in ascesa. La disciplina familiare consentiva una bibita al mattino e una al pomeriggio, sia per non abituare il giovane a sardanapaliche mollezze, sia in nome di una dignitosa sobrietà. Nelle imperscrutabili categorie cerebrali materne le bibite si dividevano in quelle decisamente nocive (Coca-Cola, Pepsi-Cola, Ginger, Aranciate -specialmente quelle rosse- Analcolici in genere) e in quelle relativamente meno nocive (Lemonsoda, Gazzosa, Chinotto); le prime, frutto di alchimie ingredientistiche assai dubbie, le seconde, prodotti di lavorazione di agrumi, e in quanto tali meno minacciose. Al di là dell’opinabilissima divisione, il Lemonsoda godeva di una reputazione assai migliore di tutte le altre, probabilmente a causa del prefisso lemon – se una cosa contiene il limone, non potrà fare veramente male – e anche per via delle fibre del frutto visibili in sospensione. Pertanto, con la tipica sensibilità dei bambini per il punto di minor resistenza, la mia scelta cadeva spesso su quella limonata industriale. Ma ecco che l’inconsapevole sadismo materno si estrinsecava. Consentitemi un inciso metodologico.

Crescendo ho scoperto che la propensione per le bevande fredde o a temperatura ambiente è scritta nei nostri geni: chi ha una costituzione di un certo tipo ricercherà le bevande fredde – e a meno che non se le scoli subito dopo aver corso la maratona non morirà di congestione – chi ha una costituzione di altro tipo, schiferà le bevande fredde e si pascerà di quelle a temperatura ambiente. Negli anni ’60 tale consapevolezza era ben lungi dall’aver raggiunto la mia famiglia, per la quale l’ingestione anche involontaria di un sorso di liquido fresco avrebbe comportato immancabilmente la morte tra atroci sofferenze, come il cianuro o l’acqua tofana.

In altre parole, io potevo comprare il Lemonsoda,
ma non potevo berlo. Non subito, almeno. Ricordo ancora con autentico strazio la bottiglietta verde che sul tavolinetto dell’ombrellone si copriva di uno strato di condensa: miliardi di goccioline che con il passare dei minuti diventavano più grosse, si riunivano e infine cominciavano a scendere lungo il collo, fino a formare una pozzetta alla base della bottiglia. La mamma, di tanto in tanto, saggiava con la mano la temperatura, la trovava troppo bassa e decretava la necessità di attendere ancora. Una variante familiare del supplizio di tantalo e di quello della goccia. Dopo altri lunghissimi minuti la mamma dava un sorsino dalla cannuccia e se la temperatura le pareva adeguata concedeva il suo placet. A quel punto mi gettavo avidamente sul Lemonsoda e bevevo un lungo sorso per scoprire che era diventato piscio di cavallo. Comprensibilmente perdevo ogni interesse per la broda tiepida.

Perché ho dovuto subire queste torture? Sono convinto della buona fede materna, ma forse che questo scusa la nefandezza? Se dovesse valere questo principio, estremizzando un po’, tutti i criminali della storia sarebbero non colpevoli, giacché convinti di agire per il bene. D’altra parte, che cosa si può imputare a quella cara donna, dopo quasi mezzo secolo? Di avere fatto bere delle bibite calde a suo figlio? Quale tribunale prenderebbe mai in considerazione l’accusa? Eppure, il fatto che la cosa non costituisca reato, fa forse sparire la rabbia e il rancore accumulato in anni di mesi d’agosto in spiaggia? Non credo. E allora, qual è la strada per uscirne? Il perdono. Come sempre. In alcuni momenti mi sembra anche di esserci riuscito. Non gliene voglio più: ora sono adulto e bevo il Lemonsoda con il ghiaccio quando voglio e non provo più risentimento. Eppure, perché questi ricordi non sono veramente neutri? Forse capirò nella prossima vita.

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