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Festival sì, ma con Nesquik

Più minacciosa del colpo di caldo estivo è l’overdose da festival. Addirittura in questi giorni all’École Normale Supérieure di Parigi si sta svolgendo il “Détrompez-vous” il Festival dell’Errore, con l’obiettivo di avvicinare i ragazzi alla scienza.

26 Luglio 2010 alle 00:00

Più minacciosa del colpo di caldo estivo è l’overdose da festival. Addirittura in questi giorni all’École Normale Supérieure di Parigi, città dove sono sempre un po’ più avanti, vuoi per vocazione, vuoi perché la mettono giù più dura degli altri, si sta svolgendo il “Détrompez-vous” il Festival dell’Errore, con l’obiettivo di avvicinare i ragazzi alla scienza. Già me li vedo battaglioni di “cancres” sostenere impavidi che la funzione clorofilliana è l’irritazione che viene sulla pelle dopo aver fatto il bagno in piscina, forti della consapevolezza che i grandi scienziati sono giunti alle scoperte che hanno cambiato il corso della storia dopo aver preso delle cantonate terribili.

Da noi, dove non arriviamo a simili vette concettuali, facciamo le cose più alla buona, però sopperiamo con l’entusiasmo. Ma apriamo una piccola parentesi metodologica e cerchiamo di capire il significato esatto della parola festival. Giorgio De Rienzo, insigne linguista che tiene una rubrica sul Corriere della Sera dal titolo Scioglilingua, dà questa definizione che riporto alla lettera:

Per l’Italia “festival” è parola relativamente recente. In origine è voce inglese, con un’etimologia a catena. In Inghilterra appare nel XIV secolo (con il significato di “festa popolare all’aperto”), ma è ricalcata sul francese antico “festivàl”, che viene dal latino medioevale “festivale(m)”, il quale risale al latino classico “festivus”, cioè piacevole, festivo. Nell’uso il termine entra in Italia molto tardi. Non la registrano i vocabolari dell’Ottocento. L’attesta nel 1900 Petrocchi in due versioni: “Féstival” all’inglese e “Festivàl” alla francese; significa comunque: “una festa musicale all’aperto in una piazza o locale fantastico alzato appositamente”. La ribadisce nel 1905 Panzini, che propone, per evitare un termine straniero, l’uso di una versione italiana curiosa: “Musicone”.

E in effetti in Italia si incontra un musicone a ogni piè sospinto. Dal musicone di Sanremo in giù non c’è comune o assessorato che si faccia mancare il proprio. Si spazia geograficamente e anche tematicamente, giacché la musica non è l’unico oggetto di cui ci si occupi.  Si va da quelli letterari (Mantova in primis), a quelli cinematografici, fino a quelli gastronomici, dove tra lumache liguri e gnocc frett la semantica del festival si stiracchia a inglobare il concetto di sagra. Ma ci si spinge anche più in là. Per esempio, il festival Biblico di Vicenza, arriva a lambire la metafisica (a proposito, non mi risulta che ne esista uno dedicato a questa branca del pensiero;  filosofia e psicologia hanno la loro brava manifestazione, ma la metafisica non mi pare: pensiamoci). C’è persino la giornata Europea dei Festival, che è un’idea interessante, perché è quasi un festival al quadrato.
Ora io non sono un esperto di musiconi, quindi non escludo che gran parte delle mie considerazioni sia dovuta alla temperatura eccessiva, ma il proliferare indiscriminato dei festival a me ricorda le trovate un po’ alla buona di certa arte contemporanea. Cerco di chiarire. Nell’arte contemporanea ci sono delle regole non scritte (di cui bisogna sempre negare l’esistenza se non si vuole essere tacciati di qualunquismo, oscurantismo, misoneismo eccetera) rispettando le quali chiunque abbia un po’ di energia e di denaro da investire può fregiarsi del titolo di artista contemporaneo. Per esempio, si prende una caffettiera, una moka di quelle comuni, la si fa alta tre metri e la si dipinge a elefantini viola, le si dà un titolo tipo “Caffè espanso” ed ecco un’opera d’arte contemporanea. Altro esempio. Compri un camion di fiammiferi svedesi, vai nel deserto iracheno, disponi le scatole a distanze regolari di pochi centimetri per un’area di cento metri per cento, dai fuoco alla prima e riprendi l’effetto domino di fuoco, ne fai un video che chiami “Desert storm” e hai fatto un’opera d’arte. In sintesi: una cazzata è solo una cazzata, una gigantesca cazzata o migliaia di piccole cazzate sono una creazione. Similmente accade con i festival.

Quelli che hanno più di quarant’anni ricorderanno di certo una pubblicità del Nesquik, una polvere solubile al cacao da aggiungere al latte. Il claim di quello spot che ha segnato così profondamente la mia infanzia diceva “Latte sì, ma con Nesquik!”. Poi, nei corridoi della mia scuola media, il giorno dopo veniva migliorato, genialmente, in “Scemo sì, ma con Nesquik!”. Altro che i lampi d’imbecillità di Filippo Tommaso Marinetti! Ecco, a me questa pandemia festivaliera sembra ispirata a quella pubblicità: si prende una cosa banale, le si dà un valore aggiunto (là il Nesquik, qui la denominazione Festival) e la magia è fatta.

Visto in questa luce il festival è un contenitore universale nel quale ciascuno può riversare quello che gli pare. Mi sono divertito a immaginarne alcuni che non ho trovato tra gli elenchi spulciati per scrivere questo pezzo. Se volete, fatelo anche voi, poi ce li scambiamo come le figurine: celo celo manca.

Festival dell’Irrilevanza. Da un’idea di Umberto Eco, un weekend a spaccare il capello in quattrocento.

Meeting Noia Giovane. Due giorni di seminari, tavole rotonde e workshop sull’orchite adolescenziale.

Festival del Mugugno. Adesso vediamo se ce lo lasciano fare, che sappiamo benissimo come vengono assegnati gli spazi culturali e se non si fa parte di certe consorterie...

Festa dell’Ignoranza. 1a Rassegna Nazionale delle grandi castronerie. Ospite d’onore il Motivatore, il manager della Telecom che ha detto che Waterloo è stato il capolavoro di Napoleone.

Festival internazionale del turpiloquio. Putain, quelle idée!

Coattissimo - Festival Nazionale delle sottoculture. Festival ce sarai te e tre quarti d’a palazzina tua.

Onychocryptosis Funny Fair. Un’allegra kermesse di due giorni sul lato comico dell’unghia incarnita.

Festival della Regressione. Sei invitato. Se non ci vieni non sei più mio amico.

Festival della mediocrità. Niente di speciale, ci si vede in piazza a una certa ora e qualcosa si fa. Intervengono alcuni personaggi di terzo piano del mondo della cultura, dello sport e dello spettacolo.

Festival della Fede. Ci sarà. Non sappiamo ancora dove o quando, ma ci sarà. E' sicuro.

Festival della psicanalisi. Si paga all’ingresso e si può restare solo cinquanta minuti.

Festival del meteorismo. Rassegna dei maggiori virtuosi contemporanei di una pratica antica quanto l’umanità, con la possibilità di apprendere i segreti di quest’arte da famosi maestri internazionali.

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