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La vuvuzela di Walter Benjamin

Fino all’inizio dei Campionati mondiali di calcio non se ne sapeva niente. A parte un paio di africanisti estremi e alcuni cronisti sportivi della Confederation Cup, nessuno aveva la benché minima idea di che cosa diavolo fosse la vuvuzela.

5 Luglio 2010 alle 00:00

Fino all’inizio dei Campionati mondiali di calcio non se ne sapeva niente. A parte un paio di africanisti estremi e alcuni cronisti sportivi della Confederation Cup, nessuno aveva la benché minima idea di che cosa diavolo fosse la vuvuzela. Eppure oggi a non conoscerla deve essere rimasto solo qualche arcigno accademico della Crusca che non guarda la televisione e non legge i giornali. Questa trombetta di plastica è diventata parte del corredo di nozioni inutili con cui ci farciamo la testa per avere il privilegio di vivere i questi tempi assai confusi.

Il fatto che nel mondo sia dilagata la febbre per questo tremendo aggeggio di plastica mi sembra preoccupante. Già, perché non è neppure uno strumento tradizionale. No, se l’è inventato nel 2001 un bel tomo dal nome impronunciabile di Neil Van Schalkwyk. E se andate su Youtube potete anche guardarlo in faccia mentre spiega a una giornalista di una tv africana come, dopo che tutti gli hanno rotto le balle perché la sua invenzione fa troppo rumore, ne abbia anche prodotta una silenziata. Roba da matti. Non solo si è inventato un’inutile trombetta allo scopo di fare un gran casino, ma adesso ne ha fatto una versione per fare casino sì, ma sottovoce: un’idea degna di Duchamp. Ma questo non vuole essere l’ennesimo biasimo della vuvuzela; da settimane sui giornali non si legge altro. Qui si vuole riflettere sulla vuvuzela quale incarnazione mediatica dello spirito gregario, detto anche bieco pecoronismo.

Spazziamo subito il campo da un paio di equivoci. Negli anni sono stato un fiero utente di svariate trovatine più o meno ludiche, dallo yo-yo, alle clic-clac, al Going (che era quel  coso da spiaggia a forma di pallone da rugby un po’ più piccolo che scorreva avanti e indietro lungo corde manovrate da due giocatori che dovevano divaricarle a tempo). Ogni tanto fare quello che fanno tutti è riposante e appaga il desiderio di appartenenza che ognuno porta con sé. Ma il caso della vuvuzela è qualitativamente diverso. Innanzitutto per il suo potere di annullamento del senso critico. Sarà perché emette quel suono micidiale che alla lunga crea una sorta di ipnosi auditiva: dopo novanta minuti non te ne accorgi più, ma quando spegni la tv o cambi canale, le orecchie svengono, sfinite, come quando si fermano le macchine di una segheria. Il suo potere però va al di là della mera molestia fisica, è qualcosa che agisce sulla psiche. Lo prova il numero di articoli comparsi in ogni dove sulla malefica trombetta (e questo non fa che allungare l’elenco).

Ma c’è di più e di meglio. Da qualche giorno YouTube ha apportato una stupefacente modifica alla sua interfaccia. Provate a digitare la ricerca di un video qualunque (se cliccate su quelli che vi propone l’homepage il risultato non è sempre garantito) e vedrete che in basso a destra è comparsa l’icona di un piccolo pallone. Se ci cliccate sopra parte l’orripilante barrito della vuvuzela. Roba da non credere. Come se per esprimere giubilo guardando, che ne so, il filmato di uno che rompe cento tavolette del cesso a testate,  in preda a un moto di cretinismo si sentisse il bisogno di confermare a noi stessi che lo spettacolo ci piace levando nell’aria il demenziale muggito. Un modus operandi da manicomio criminale. Che qualcuno mi spieghi. Perché dovrei farlo? Cos’è? Bisogno di conferme? Se non sento la vuvuzela non sono sicuro del mio giudizio estetico? Come certi forzati della cultura che se non leggono l’etichetta con il nome del pittore non sanno se il quadro gli piace o meno. Mah! La risposta deve essere più o meno: non si sa perché, ma visto che tutte le sere settanta, ottantamila persone stipate in uno stadio suonano la vuvuzela come dei mentecatti lo faccio anch’io. Sempre ammesso che in quel caso l’effetto sonoro non sia aggiunto elettronicamente, come vuole una  teoria che sa tanto di leggenda urbana; ma lasciamo perdere questa considerazione che ci porterebbe troppo lontano.
Quando ero alle elementari il maestro ci incitava a evitare di comportarci come ovini al pascolo, ravvisando in quell’attitudine ottusa e imitativa un requisito di base per il risorgere del fascismo. Certo, a sei anni non ce la spiegava proprio così, ma il concetto era grosso modo quello. Adesso invece pare che il “non capisco, ma mi adeguo” sia uno stile di vita che gode delle più ampie fortune. Non stupisce poi che non appena si diffonde la notizia che in Cina si prevede un decremento del 2% delle esportazioni di panda maggiore, dilaghi la sfiducia. Ergo: i signori del bambù esitano, i mercati traccheggiano, le borse asiatiche crollano e l’economia mondiale va allegramente a catafascio.

Walter Benjamin aveva scritto un bellissimo saggio nel 1936 in cui faceva delle assai sagaci considerazioni sul mutato atteggiamento di pubblico e artisti nei confronti dell’opera d’arte a seguito dell’introduzione, all’inizio del XX secolo, di tecniche che la rendevano riproducibile all’infinito e in grado di raggiungere grandi masse di persone. Meno male che il buon Walter è morto nel 1940 perché oggi avrebbe probabilmente dovuto scrivere “La cazzata nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”. E non se lo sarebbe meritato.

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