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Copio ergo sum

La vulgata vuole che copiare sia male, ma basta osservare il concetto un po’ più da vicino per scoprire che è ben più sfaccettato di quanto appaia a prima vista.

14 Giugno 2010 alle 00:00

Surfando sul web apprendo dal sito di un grande quotidiano italiano come Daniele Luttazzi sia incappato nelle ire di un blog che da tempo raccoglie le prove - video canta - del fatto che molte delle sue battute siano fotocopiate dagli show di alcuni stand-up comedians americani. Mi dispiace per Luttazzi, che personalmente trovo simpatico, ma inevitabilmente mi viene da considerare che sul copiare ci sono in giro un sacco di malintesi e di pregiudizi.

La vulgata vuole che copiare sia male, ma basta osservare il concetto un po’ più da vicino per scoprire che è ben più sfaccettato di quanto appaia a prima vista. Per esempio, in alcuni contesti copiare è bene. Lasciando stare il concetto classico di mimesi, che ci porterebbe in territori troppo seri per una rubrica programmaticamente frivola come questa, tralasciando il valore degli amanuensi nella preservazione della cultura occidentale e via discorrendo, imitare è pur sempre l’unico modo che abbiamo per imparare a fare qualunque cosa, che si tratti di una sedia, di un affresco, di una proiezione di judo o di un poema in terzine. Prima si imita, poi si impara a far da sé. Inoltre, in certi ambiti l’atto di copiare si situa in una zona fortemente ambigua. Prendiamo la scuola.

I professori ovviamente non vogliono che si copi e tendono a reprimere con durezza tale attività; al contrario gli studenti la praticano con entusiasmo, ed è assolutamente indiscutibile che il secchione che si rifiuta di passare la versione ai compagni - in ogni classe ce n’è sempre almeno uno - è una figura odiosa e meritevole del più profondo disprezzo morale. Se vivessimo in un mondo giusto, però, la scuola dovrebbe essere più cauta nei confronti della nobile arte della copia, essendo essa stessa responsabile di iniziative che a lungo hanno rischiato di minare i circuiti logici dei virgulti da avviare alla vita: ricordate quando le maestre obbligavano a copiare cento o due cento volte la frase “Devo ricordarmi che non si deve copiare.”? Il tipico comando ineseguibile: se copio la frase sbaglio, perché copiare è male, e se non la copio sbaglio lo stesso, perché la devo copiare cento volte: alla faccia della pragmatica della comunicazione umana. Roba da far impazzire Watzlawick e tre quarti della Scuola di Palo Alto. C’era da meravigliarsi se poi i ragazzini diventavano nevrotici e da grandi torturavano la nonna?

Ci sono poi campi in cui l’imitazione è la norma. Per esempio, nella pubblicità. Alcune idee nascono in un qualunque paese del mondo e con modifiche minime vengono ripetute ad libitum, il più delle volte senza neppure riconoscere il debito con la creazione originale. Un esempio per tutti il celebre spot di una pasta dove si vedeva un bel tipo che scendeva da un treno alla Stazione Centrale di Milano, saliva su una Mercedes, guidava per le colline toscane e poi arrivava in un magnifico casale della campagna senese, il tutto accompagnato dalla musica magniloquente di Vangelis. Bene, c’è un precedente girato in America qualche tempo prima per i vini californiani Gallo, musica compresa. Nel mondo dell’advertising si sa che inventare è bene, ma copiare bene è un’arte. Del resto, se un’idea viene imitata significa che è buona: a chi verrebbe mai in mente di rifare una scemenza?
Vi sono poi casi particolari in cui sarebbe addirittura cosa buona e giusta emulare pedissequamente. Nel settore fiscale, tanto per dirne una. Mi risulta che ci siano paesi dove le tasse si riesca a farle pagare più o meno a tutti e la cosa non susciti nemmeno una particolare meraviglia. Mi chiedo: perché non adottare la stessa soluzione anche a casa nostra? C’è, è lì, basta fotocopiarla. Niente da fare: l’originalità è una qualità enormemente sopravvalutata.

Anche concupire la donna d’altri, ancorché sia peccato, è un po’ un modo di replicare un comportamento altrui giudicato degno di interesse. E gli esempi potrebbero continuare, ma forse è meglio chiuderla qui e cercare di capire in che momento l’atto del copiare da cosa positiva diventi male da reprimere. E a questo proposito mi viene in mente il titolo di un libretto di Giorgio Manganelli che recitava “Il delitto paga, ma è difficile”. Ecco, fermo restando il cielo stellato sopra di noi e con qualche eccezione rispetto alla legge morale dentro di noi, probabilmente il confine tra bene e male viene superato quando si è scoperti. Non per niente copiare con intelligenza è un’abilità non ovvia che deve essere affinata con il tempo e la pratica. A scuola era vitale modificare qualche parola nella versione di latino per evitare di essere sbugiardati coram populo; della pubblicità si è già detto e anche negli altri settori ci sono delle regole da rispettare. Certo, con la diffusione di internet farla franca è diventato quasi impossibile - ne sa qualcosa il buon Luttazzi - e oggi, forse, Manganelli non avrebbe dato quel titolo al suo libro.

Meglio allora rivelare subito la propria fonte e ammettere candidamente che si tratta di una citazione, di un omaggio, di un tributo: ci sono un sacco di formule per rivoltare la frittata in quest’epoca postmoderna o surmoderna (mai capita bene bene la differenza). Chissà, se uno riesce a incartarla abbastanza bene, magari se la bevono anche.

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