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Un desktop chiamato desiderio

Qualche tempo fa ho aggiornato il software del Mac e per alcuni giorni il mio computer ha avuto dei problemi con l’immagine di fondo della scrivania. Dopo quattro minuti la macchina, sua sponte, riportava il desktop a quel blu elettronico che è la moderna incarnazione dell’indifferenziato primordiale.

24 Maggio 2010 alle 00:00

Qualche tempo fa ho aggiornato il software del Mac e per alcuni giorni il mio computer ha avuto dei problemi con l’immagine di fondo della scrivania. Dopo quattro minuti la macchina, sua sponte, riportava il desktop a quel blu elettronico che è la moderna incarnazione dell’indifferenziato primordiale. Preda di una sottile inquietudine ho passato quarantott’ore a setacciare i forum di tutti gli invasati informatici della rete e, alla fine, ho scoperto che il problema consisteva nell’incompatibilità con EarthDesk, un’applicazione che avevo inconsultamente scaricato e mai più usato. Rimossa quella, la bella composizione di foglie rosse autunnali ha riacquistato la sua stabilità, con mio enorme sollievo.

L’episodio è in sé trascurabile, ma è grazie a questo stupido inconveniente che mi sono trovato a riflettere sul desktop.
Lo aveva già scoperto Edgar Allan Poe nella "Lettera rubata": se volete nascondere qualcosa mettetela sotto gli occhi di tutti. Gli uomini sono fatti così, si accorgono delle cose più facilmente quando gli vengono a mancare. Lo fanno con gli affetti, con gli oggetti e lo fanno anche con i desktop. Già, ma a quale categoria appartengono i desktop? Di sicuro non sono affetti, per quanto possano rappresentarli, e non avendo una materialità loro propria, giacché prendono a prestito quella del monitor che li ospita, non sono propriamente neanche oggetti. Possiamo provare a definirli immagini. Anche se forse sarebbe più esatto idoli, nel senso etimologico di figura, rappresentazione. Sono delle rappresentazioni di persone, oggetti, situazioni, luoghi che per una qualche ragione ci fa piacere tenere sotto gli occhi. Non a caso la saggezza dei popoli dice lontano dagli occhi, lontano dal cuore; quindi il tenere a portata di sguardo la propria fidanzata o il proprio divo preferito o la spiaggia dove si desidera ritirarsi a sorbire mojito e cubalibre è, implicitamente, una forma di scongiuro.

Del resto, la parola desiderio viene dallo stare sotto le stelle e aspettare. Nello specifico, nel "De bello gallico", i desiderantes erano i soldati che stavano sotto le stelle ad aspettare i compagni non ancora tornati dalla battaglia (per la verità, c’è anche un’altra scuola di pensiero che sostiene che il significato derivi dallo smettere di stare sotto le stelle ad aspettare a scopo augurale). In ogni caso, il desiderio è sceso dalle stelle, così, per esorcizzare l’infausta ipotesi che se ne torni da dove è venuto, ci teniamo l’immagine di ciò che desideriamo sotto gli occhi, nella speranza che possa restarci per sempre.

Caso a sé quelli che hanno attivato la funzione refresh, per cui ogni tanti minuti l’immagine della scrivania cambia, ma qui ci troviamo in presenza di una forma di bulimia iconografica che travalica ogni mia possibilità di comprensione e che, quindi, mi limiterò a ignorare. Come ricordava Hannibal Lecter a Clarice Starling, che lo era andato a trovare in prigione per chiedergli lumi sull’identità del serial killer del caso, “si desidera quel che si vede”. Ne discende che le immagini hanno una loro potenza. Sanno suscitare emozioni, pulsioni, moti dell’animo. E' per questo, credo, che sia meglio abituarsi ad apprezzare la bellezza, perché così si cercherà di ricrearla intorno a sé e forse, se tutti lo facessimo, il mondo diventerebbe un posto meno triste.

Peraltro le immagini non sono come le parole che volano, ma assomigliano più alle scripta che manent, visto quanto saldamente si imprimono nella memoria di chi le osserva. A questo proposito, volendo insistere con l’orgia di citazioni letterarie (chiedo scusa, ma oggi va così), non posso esimermi dal tirare in ballo il Giordano Bruno del "De umbris idearum", in cui il frate di Nola avanza la teoria che meditando su certe immagini simboliche, di concatenazione in concatenazione, si riesca a risalire a praticamente tutto quello che costituisce il nostro mondo reale, fino agli archetipi che ne sono il fondamento. E, per venire ai giorni nostri, o quasi, anche il caro Carl Gustav Jung ha speso più di una parola sugli archetipi e, specificamente sui simboli, che ne sono il corrispettivo visivo al nostro livello di esistenza: immagini che esercitano il loro potere indipendentemente dal fatto che chi le maneggia ne sia consapevole.

Insomma, tutto questo per dire che bisogna stare attenti a quello che si mette nel proprio desktop. Personalmente evito le persone care, perché mi rammentano la paura di perderle, cosa che inevitabilmente – si spera il più tardi possibile – accadrà. Sono altrettanto contrario a divi e dive del cinema, specialmente in pose sexy, perché fa un po’ sfigato. Rifuggo dalle spiagge tropicali, perché fa tanto crociera trash. Aborro anche i personaggi dei fumetti, a meno che non si abbia un’età che lo consente. Restano le texture di natura (foglie, sassi, galassie, boschi), qualche foto di città, meglio se autoprodotta, e alcuni dipinti famosi non figurativi. Mettendola giù un po’ dura, nel mio piccolo, la mia composizione di foglie rosse autunnali è un tentativo di non desiderare, perché, come dicono gli zen, il desiderio crea distanza con ciò che si desidera. Peccato che confonda l’occhio rendendo di fatto irreperibili i file disseminati per il desktop.

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