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Sempre la solita storia

Forse, l’orgia di repliche che ci sommerge dal piccolo schermo risponde a un disegno cosciente che mira a esorcizzare le nostre paure e a rigenerare la nostra fantasia,  come una volta faceva il "Gatto con gli stivali".

17 Maggio 2010 alle 00:00

Qualche anno fa ho letto un bel libro di James Hillman e Michael Ventura dal titolo volutamente provocatorio “Cento anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio” e l’altra sera, mentre guardavo per forse la quarta volta una replica del commissario Montalbano, mi è tornata in mente una frase dello scrittore ecologista americano Barry Lopez citata da uno dei due autori: “Le storie che raccontiamo alla fine si prendono cura di noi. Se ti arrivano delle storie, abbine cura. E impara a regalarne dove ce n’è bisogno. A volte una persona per sopravvivere ha bisogno di una storia più ancora che di cibo. Ecco perché inseriamo queste storie nella memoria gli uni degli altri. E' il nostro modo di prenderci cura di noi stessi.”

Non è scoperta recente che l’uomo sia un animale affabulatore e che abbia bisogno di narrare e di ascoltare delle storie. Altrimenti non si spiegherebbe come tutte le culture di tutte le epoche abbiano i loro racconti fondanti. Che siano scritti o solo orali, pare accertato che alla nostra specie proprio non riesca di stare al mondo se non si dà una spiegazione, preferibilmente in forma narrativa, del che cosa ci facciamo su questa palla lanciata nelle profondità dell’universo. Ed è una necessità che abbiamo da persino prima di scoprire che stiamo su una palla.

Ovviamente c’è storia e storia. Non tutti i racconti sono uguali. Con tutto l’infinito rispetto per l’ottima saga di Camilleri, probabilmente le vicende del poliziotto di Vigata non hanno la stessa potenza mitopoietica di quella dei Nibelunghi, del ciclo arturiano o della Bibbia, tuttavia trovarmi a sapere in anticipo le battute di Salvo e di quella gatta morta della fidanzata Livia (cosa che, confesso, non mi accade né con Sigfrido e Brunilde, né con Lancillotto e Ginevra, né tantomeno con Davide e Betsabea al bagno) mi ha scatenato una serie di elucubrazioni.

La forza di una storia, racconto, romanzo, fiaba, film, telefilm, fumetto o quel che sia, si misura anche dalla sua capacità di sopportare la reiterazione. Da bambini ci sono favole che ci sono state ripetute centinaia di volte e il bello era proprio che gli eventi si succedessero in quella sequenza precisa, immutabile, già conosciuta, come una formula magica, ed era fondamentale che la mamma, il papà o, per quelli della mia generazione, figli della tecnologia, il giradischi (anzi, la fonovaligia), ripetesse le stesse, esatte parole. Impensabile la frustrazione che ci assaliva se quella volta Giacomino, davanti alla pianta di fagioli, prodigiosamente cresciuta nella notte, invece di “trasalire” si trovava a “sussultare”. Trasalire si era detto la prima volta e trasalire doveva essere per sempre. Eccheccavolo! Se non altro sul piano dell’affidabilità la fonovaligia era incomparabilemente superiore alla nonna.

Al tempo della cazzata nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, tuttavia, anche le peggio nefandezze di cui una civiltà più evoluta della nostra si disferebbe subito con un senso di disgusto dopo averle concepite, vengono diffuse, ridiffuse, moltiplicate attraverso le vie dei media, quelle sì davvero infinite: certi filmacci da adolescenti craniolesi Sky te li rifila per mesi a tutti i livelli del palinsesto. Per fortuna c’è anche il lato buono: grazie alle repliche, ai dvd, agli mp3 e mp4, agli .avi e via discorrendo, ciascuno di noi, operando delle scelte oculate, può concedersi una sana regressione all’infanzia, lasciandosi cullare e ricullare da quei racconti che più sente affini. Quarant’anni fa era Troccoletto corridore (storia di un papero ciclista che riesce a battere una volpe scorretta e dopata antelitteram: il 33 giri s’incantava inesorabilmente sulla volpe che, sparata in aria dall’esplosione del razzo infilato sulla canna della bicicletta per essere più veloce, si lamentava “Volo, vooo…lo-vooo…lo-vooo… lo-vooo”), oggi sono le quattro amiche di "Sex and the city", che non a caso è in replica a loop da anni.

Che le storie abbiano un potere magico – specialmente quelle ripetute allo sfinimento – lo sanno ormai in molti: gli psicanalisti, da Bettelheim in giù; i politici, che hanno scoperto che lo storytelling funziona meglio di qualunque serio programma; lo sanno gli scrittori, che addirittura scrivono di altre storie (a puro titolo di esempio cito un testo di Nancy Peske e Beverly West “Cinematerapia” il cui sottotitolo “C’è un film per ogni stato d’animo” dice già tutto) e insomma, lo sanno un po’ tutti. Ma, come tutti gli strumenti molto potenti, dipende da che uso se ne fa.

Ecco allora che, forse, l’orgia di repliche che ci sommerge dal piccolo schermo risponde a un disegno cosciente che mira a esorcizzare le nostre paure e a rigenerare la nostra fantasia,  come una volta faceva il "Gatto con gli stivali". Ma se, invece, fosse un narcotico che ha lo scopo di farci considerare il rischio di diventare come la Grecia con lieta nonchalance? Boh! Sarà per quello che replicano le vecchie puntate di Montalbano invece che quelle della Pupa e il secchione. Altrimenti poi ce ne accorgiamo.

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