E i libri a Milano, dov’erano?

Fra sculture neoclassiche e compositori danzanti la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali ha trascurato senza nemmeno accorgersene il fatto che la città ospitante sia mecca ed epicentro della nostra editoria
14 FEB 26
Ultimo aggiornamento: 07:48
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Foto Lapresse

Un po’ troppo italiana e un po’ troppo poco milanese, la cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali ha trascurato senza nemmeno accorgersene un aspetto chiave della vita culturale della principale città ospitante: il fatto cioè che Milano, sin da prima della nascita dei gemelli-rivali Arnoldo Mondadori e Angelo Rizzoli, sia mecca ed epicentro della nostra editoria. Un inchino a questa tradizione non sarebbe stato nulla di sconcertante, visto il felice precedente della cerimonia parigina – cui aveva dedicato una puntata anche quest’angolino di Foglio – che aveva reso onore a ben nove titoli di opere francesi in una clip ambientata nella Bibliothèque Richelieu. Fra sculture neoclassiche e compositori danzanti, tubetti di colore e Prisencolinensinainciusol, i libri, parte integrante dell’identità di Milano, sono apparsi solo di straforo. La presenza più insistita è stata quella muta, sottesa al divertente sketch di Brenda Lodigiani sulla gestualità, del Supplemento al dizionario italiano (Corraini, 118 pp., 15 euro) di Bruno Munari, lui sì milanese-milanese, la cui copertina ricorda oggidì ai milanesi-milanisti l’incredulità di Luka Modric che ha generato infiniti meme. Del resto, come ha notato il Guardian, la cerimonia è stata “la lettera d’amore disinvoltamente chic di Milano all’Italia”; purtroppo, a una nazione che legge poco, una città che pubblica molto deve rivolgersi in modo adeguato, senza troppi giri di parole.
Si spiegano così le altre due incursioni letterarie dello show: Ghali che recita “Promemoria” di Gianni Rodari (ne esiste una edizione illustrata da Guido Scarabottolo per bambini dai cinque anni, Einaudi, 40 pp., 14,5 euro) e Pierfrancesco Favino che recita “L’infinito” di Giacomo Leopardi (se volete viziarvi, potete prendere il catalogo della mostra “Leopardi, L’infinito e i manoscritti di Visso”, Silvana, 95 pp., 24 euro). Un po’ poco, per la città di Bianciardi e di Scerbanenco, di Gadda e di Testori. Si tratta della conferma che per gli italiani, alla fin fine, la scrittura si riduce a espressione di sentimenti in forma di lirica o di filastrocca; per gli italiani, alla fin fine, la cultura rimane quella cosa che si impara a memoria quando si va a scuola.