Il Salone del Mobile rilancia la sfida: più alberghi, meno tinelli

La festa milanese non deve ingannare. La bulimia di eventi riempie le pagine, ma non i bilanci. Il vero tema resta uno: chi compra. E con consumi incerti, il rischio non è immediato ma esiste
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21 APR 26
Ultimo aggiornamento: 07:50 PM
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Un'istallazione del Fuorisalone all'Università Statale di Milano (foto Andrea Carrubba/Anadolu via Getty Images)

Con le presenze istituzionali il Salone del Mobile di Milano ha iniziato alla grande: una premier e due vice premier in un sol giorno. Di più forse non si poteva ma non è certo la copertura politica il possibile lato debole della manifestazione milanese. La città in questi giorni cambia aspetto, esplodono le esposizioni di marchi dell’auto, della moda e dell’oreficeria ma tutto alla fine gira attorno al design, alle tendenze di mercato che lo riguardano e alle prospettive in quest’epoca di incertezza dei mercati e di globalizzazione malconcia. Insomma se si vendono i mobili italiani tutto continua a girare: la Fiera, i distretti del design, gli alberghi, la movida, il glamour ambrosiano. Se i mobili non dovessero vendersi più (occhio all’andamento dei consumi) tutto rischierebbe di crollare. Fortunatamente non siamo assolutamente al bivio ma guardando alla Milano di questi giorni vale la pena ricordare chi paga il conto della festa. La bulimia di eventi può riempire le pagine dei giornali, non genera però fatturato ed esportazioni. La dirigenza del Salone lo sa bene e per quest’anno – prima che scoppiasse il conflitto in medio oriente – aveva trovato la strada per rilanciare la sfida. La parola chiave è contract, ovvero forniture chiavi in mano per alberghi, aeroporti, uffici, teatri, ristoranti e stazioni. “Nell’arredo finora il mercato degli oggetti per la casa era prevalente, adesso sta prendendo sempre più piede il mercato del contract” ha dichiarato per tempo Paolo Feltrin, presidente di Federlegno e imprenditore veneto proprio nelle forniture per grandi clienti.
Il nuovo mercato promesso ha delle regole differenti. Le scelte non viaggiano con le visite nei negozi ma attraverso gli studi di architettura che lavorano per le grandi catene alberghiere o attraverso le decisioni di grandi compagnie che progettano uffici. Il negozio di arredamento, secondo il Feltrin pensiero, quindi viene bypassato da questi flussi e di conseguenza tutti dovranno fare i conti con le regole del contract. Che appare addirittura “un cambiamento del paradigma distributivo”. Quantitativamente la terra promessa vale almeno quanto fattura la casa ma le consegne e i contratti sono più severi e i montaggi ad esempio diventano un punto qualificante dell’offerta. Manco a dirlo è evidente che il nuovo paradigma favorisce le aziende più grandi e strutturate e mette in difficoltà le pur vivaci Pmi del nostro made in Italy.
Individuata la strada, e incrociando le dita, il Salone ha deciso di virare proprio dalla parte del contract per esercitare una regia nei percorsi dei flussi di business. Poche balle e niente aperitivi: se il Salone è stato storicamente un grande catalizzatore di energie nell’ambito del mercato casa – il consumatore famiglia – altrettanto vorrebbe esserlo nel traghettare le nostre aziende nel nuovo contesto. Quest’anno si comincia con una lectio dell’architetto Rem Koolhaas e da un forum internazionale, poi dal 2027 ci sarà un vero Salone Contract. A comandare questo mercato oggi sono le major americane come MillerKnoll e Haworth ma, garantisce Feltrin, c’è ampio spazio per un approccio italiano che sappia fornire soluzioni industriali di larga scala. Vedremo se il verbo di Federlegno sarà abbracciato dagli industriali iscritti, per ora però il Salone continua a essere largamente rappresentativo della realtà produttiva anche se qualche grande brand ha scelto di restare fuori dalla Fiera e rafforzare l’investimento sugli showroom in città. A loro Feltrin manda a dire che oggi un punto di riferimento mondiale del mercato del contract non esiste e il Salone applicherà il vecchio motto “mercato ricco, mi ci ficco”.
Dall’esterno queste idee sembrano sensate e giuste, certo è che devono fare i conti con quello che, con pudore, gli analisti chiamano contesto geopolitico. La globalizzazione del gusto – la vera patrona del made in Italy – riuscirà a tenere di fronte agli sconquassi bellici? Ad esempio, il mercato dei paesi del Golfo, appetito da tutti i brand italiani, ripiegherà inevitabilmente? Il turismo terrà e autorizzerà crescenti investimenti in alberghi? E’ chiaro che a queste domande il Salone non riuscirà in una settimana a dare delle risposte convincenti. Una cosa però appare chiara: non si può pensare che sia il mercato interno a dare risposte. Finora la filiera del legno-arredo – richiamata pure da Meloni – ha tenuto ma i consumi non si prospettano certo in crescita. L’italiano medio, di fronte all’incertezza, preferisce risparmiare piuttosto che cambiare il divano.