Paul Verlaine, Arthur Rimbaud (Olycom)

Una fogliata di libri

Rimbaud e la cartografia del non ritorno

Michele Silenzi

Nessuno più di lui rappresenta la fuga impossibile, il tentativo di cercare l'assoluto nel mondo dopo aver cercato di tracciarne il profilo attraverso le parole. "Le più belle poesie di Arthur Rimbaud" (Crocetti), la raccolta curata da Davide Brullo, per recuperare la dimensione del viaggio come avventura nell'"assolutamente altro" 

In questa fine estate molti di noi hanno terminato il loro viaggio festivo e si accingono a ricominciare la routine, spesso più riposante del viaggio, del lavoro quotidiano. Il viaggio, rimane, nella sua intramontabile potenza metaforica che lo accomuna alla vita, un mistero. Rimane, il viaggio, come l’immagine migliore e, allo stesso tempo, l’evento più reale di ciò che è transitorio eppure sostanziale dell’esperienza di tutti gli uomini. La partenza, il distacco sempre un po’ drammatico dalla routine, la gioia dell’arrivo, l’immersione nel nuovo, e poi di nuovo lo strappo, quello del ritorno nel posto d’origine che, appena ritornati ci appare diverso e straniante, per poi recuperare la forma propria, in apparenza mai mutata, il giorno successivo.


Forse nessuno come Giorgio Caproni ha colto, in pochissime parole, tutta la potenza di questa incommensurabile esperienza di distacco e ritorno che è il viaggio: reale, apparente o inventato che sia. In “Biglietto lasciato prima di non andar via” scrive “Se non dovessi tornare, / sappiate che non sono mai / partito. / Il mio viaggiare / è stato tutto un restare / qua, dove non fui mai”. Questa mistica del distacco e dell’estraneamento è una componente dell’idea del viaggio che ha a che fare con l’interiorità, con l’autoriflessione. E’ uno sprofondare in sé senza trovarvi alcunché di solido su cui riposare, su cui fermarsi appunto. Una meta transitoria che sparisce nel momento stesso in cui la si raggiunge. 


Oltre questo, però, il viaggio è stato per un lunghissimo tempo della storia dell’uomo, quasi da sempre tranne che per gli ultimi decenni, anche un avventurarsi nell’ignoto. E per quanto scendere dentro di sé può spesso avere a che fare con la medesima oscurità, l’idea del viaggio fisico in un luogo sconosciuto aveva in sé la potenza unica dell’avventurarsi “nell’assolutamente altro”. Hic sunt leones, scrivevano gli antichi cartografi per indicare i luoghi più inesplorati. Da quando però sappiamo tutto attraverso le immagini di ogni angolo della Terra, da quando sappiamo tutto perché ogni luogo si può sorvolare, e guardandolo dall’alto lo dominiamo e ne cancelliamo il mistero, da quando persino gli abissi marini sono via via tratti fuori dalla loro millenaria oscurità, sembra non esservi più alcun posto in cui effettivamente viaggiare per giungere ad un tangibile “altrove”. 


“Costretto al letto dell’ospedale della Conception di Marsiglia, Arthur Rimbaud scrive al direttore delle Messageries maritimes: vuole essere destinato ad Aphinar, benché ‘completamente paralizzato’. Morirà il giorno dopo, il 10 di novembre del 1891; aveva compiuto 37 anni il mese prima. Aphinar è un luogo che non esiste, è parte, forse, di una geografia ctonia, è un lembo di aldilà”. Così scrive Davide Brullo nella sua prefazione alla raccolta “Le più belle poesie di Arthur Rimbaud” (Crocetti editore). Un’ultima traversata sul definitivo battello ebbro, un ritorno forse nel cuore di tenebra africano dove voleva vivere la sua ultima stagione all’inferno. 


Nessuno più di Rimbaud, il veggente che a vent’anni abbandona la poesia dopo averla segnata in maniera insuperabile, rappresenta la fuga impossibile. Il tentativo di cercare l’assoluto nel mondo dopo avere cercato di tracciarne il profilo attraverso le parole. Cerca, Rimbaud, “l’esilio nell’enigma”. Eppure diviene nient’altro che un piccolo commerciante, si confonde anche lui con il mondo ormai interamente conosciuto. Non scopre nulla. Non trova nulla, o se lo trova, non ne lascia traccia. Eppure rimane il suo gesto, testimonianza di questo estremo tentativo di farsi ricercatore dell’assoluto, non molto diverso dall’uomo folle di Nietzsche, praticamente coevo, che cerca Dio, in pieno giorno, con una lanterna accesa, sulla piazza del mercato.  “Rimbaud lascia tracce. I suoi versi sono una mappa, una cartografia del non ritorno”. Potendo forse solamente dire, alla fine di tutto, al termine di tutti i viaggi, che non c’è nulla da trovare se non che ogni “io è un altro”. Niente di diverso dalla massima straniante distanza tra punto di partenza e luogo di ritorno. 
 

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