L'affresco del dio Priapo a Pompei nell'elaborazione grafica di Enrico Cicchetti 

una fogliata di libri

La catabasi del proprio coso. Lezioni di scrittura dal Satyricon

Marco Archetti

Poche scene divertenti come quella del capitolo 132 nel “Satyricon” di Petronio quando il protagonista Encolpio, dopo aver fatto due volte cilecca a letto con la bellissima e smaniosa Circe, fa la paternale al proprio pene

Poche scene divertenti come quella del capitolo 132 nel “Satyricon” di Petronio. Quella che vede protagonista Encolpio, studente scalcagnato e amante di Gitone, fuggitivo a causa della persecuzione del dio Priapo e voce narrante di questo maestoso Rimasuglio di Poesia e Romanzo – “voce plurisoggettiva” la definì Alfredo Giuliani. Quando cioè, dopo aver fatto due volte cilecca a letto con la bellissima e smaniosa Circe, fa la paternale al proprio coso. Sì, il proprio organo genitale: parla e inveisce a più non posso contro quel misero brandellino mencio, reo di averlo abbandonato sul più bello, un bello che non godrà, il che gli ha portato solo vergogna e vergate. “Già le labbra attaccate schioccavano per la lunga serie dei baci, già le mani avvinte avevano escogitato ogni tipo di carezza, già i corpi avvinghiati in un reciproco abbraccio avevano mischiato insieme perfino il respiro...” Senonché, nisba. Il fallimento, lo smacco. La catabasi del birillo. Constatata l’inagibilità, Circe la prende sul personale, convoca i suoi servi e mette loro in mano la frusta. Poi chiama a rapporto “tutte le sguattere e la feccia dei servi di casa” e li esorta a sputare. E quelli sputano, così Encolpio viene cacciato che più di malo modo non si potrebbe.

 
Approdato al proprio rifugio e camuffati i segni delle frustate così che Gitone non se ne rattristasse, Encolpio simula un malessere e si ficca a letto. “Rivolsi tutto il mio fuoco e il mio sdegno contro colui che era stato la causa di tutti i miei guai”. Una tempestosa rampogna al proprio pisello. “Che dici a tua discolpa, obbrobrio degli uomini e degli dei? Questo mi sono meritato da te, che mi facessi precipitare dalle stelle alle stalle? Ti scongiuro, rilasciami un’attestazione anche minima della tua esistenza”. Immediatamente Encolpio si rende conto di essere nel pieno di un’allocuzione assurda generata solo da un’imperdonabile perdita del senso del pudore, giacché, dice, “le persone di indole austera”, quella parte, “non ammettono di solito nemmeno che esista”. Tuttavia, ci pensa un momento. Va bene – dice a sé stesso – sto parlando a un interlocutore che non interloquisce e che se ne sta dimesso, accucciato tra le mie gambe, e me ne rammarico molto: ma a pensarci bene, perché?


“Non litiga anche Ulisse col suo cuore? E certi eroi tragici non rimproverano i propri occhi come se potessero capire?”. Chi ha la podagra se la prende coi propri piedi, chi ha la chiragra con le mani e i cisposi con gli occhi. Dunque?


Già, dunque? Dunque splendido: perché si tratta di una lezione di scrittura dritta dal I secolo d.C. in forma di lettera aperta a tutti gli scrittori e le scrittrici che scrivono per naturale predisposizione alle belle lettere e all’artificiosità squisita, così come a tutti coloro i cui romanzi e racconti sono pieni di arabeschi in sembianza antropoide, di esseri pensanti e poetanti e mai di animali desideranti, tormentosamente scaleni e energici come dovrebbero. Vien quasi da stilare una lista di ringraziamenti a tutti gli scrittori che, invece, hanno raccontato gli esseri umani capendo qualcosa delle loro interiora, oltre che del loro interiore. Al Philip Roth del tremendissimo “La mia vita di uomo”, al Martin Amis dell’efferatissimo “Money”, alla Doris Lessing del vitalissimo “Il taccuino d’oro”. E alla Lidia Yuknavitch del ferocissimo “La cronologia dell’acqua” – cinque atti e un gesto solo: afferrare tutta la vita, tutta la carne.
 

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