Grafica di Enrico Cicchetti 

una fogliata di libri

A Dino Risi sono bastati sedici minuti per spiegare Cechov

Marco Archetti

 “Dino Risi e i racconti di Anton Cechov-1988”, intervista di Antonio De BenedettI. Su YouTube. “Mi insegnò che gli eroi possono essere anche i vicini di casa”

Sentir parlare di letteratura da Dino Risi e desiderare che continui all’infinito. Invece finisce: sedici minuti su YouTube, titolo “Dino Risi e i racconti di Anton Cechov-1988”, intervista di Antonio De Benedetti. Alla luce di una lampada, panneggi a righe sullo sfondo, semisdraiato su un divano di pelle maròn (sì, è semicit.), a suo agio in una penombra che si immagina notturna ma vai a sapere, con quella capacità tutta dinorisiana di risultare elegante anche da casual – sembrava nato per conversare, come tutti i veri osservatori –, volto disteso e sardonico, sorridente a tratti, e largo, un po’ da rana dalmatina, quei capelli bianchi gloriosi e una erre che si vorrebbe in prestito mentre dice “sai, allora andavano i russi... Io mi presi una cotta per Nataša di Tolstoj”.

  
Racconta di come, dodicenne, fu colpito dai racconti di Cechov. “Mi insegnò che gli eroi possono essere anche i vicini di casa”. E nel frattempo scorrono immagini dello scrittore insieme a quelle della famiglia di Dino Risi. Sorprendentemente, le une somigliano alle altre. Ma ancora più sorprendente è la grazia con cui Risi racconta i membri della propria famiglia, commentando foto singole e di gruppo – ce n’è una, scattata in occasione delle nozze d’oro dei nonni, in cui ci sono tutti, in posa, un Dino bambino seduto vicino al fratello e alla sorella – e la conseguente, inevitabile compenetrazione dei personaggi di Cechov nella famiglia di Dino Risi, che descrive sub specie cechoviana gli zii, le zie, i genitori. Poi l’apice, quando cita “Il vendicatore” di Cechov. “E’ la storia di un uomo che sorprende la moglie a letto con l’amante”, dice, “allora decide di vendicarsi e di uccidere la moglie, poi l’amante, poi se stesso. E va in un’armeria per comprare una pistola”. Vero: l’armaiolo dei magazzini Smuks gli mostra una quantità di pistole, magnificandone le caratteristiche. Esibisce una Smith & Wesson, “l’ultima parola per la scienza delle armi da fuoco. A triplice funzionamento, con estrattore, calibro medio. Richiamo, monsieur, la vostra attenzione sulla purezza delle finiture. E’ il sistema più in voga. Ogni giorno ne vendiamo una decina per i malfattori, i lupi, gli amanti. Colpisce a grande distanza e passa da parte a parte moglie e amante”. Perfetta. Ma costosa. Allora gliene mostra una più economica. “Questa rivotella sistema Lefoche costa invece solo diciotto rubli, ma... il sistema è già invecchiato, monsieur. Lo comprano soltanto gli intellettuali proletari e le psicopatiche”. Sconsigliabile anche la rivoltella di Tula: “Spari contro tua moglie e ti colpisci in una scapola.” Così, tra una proposta e l’altra, il cornuto rimugina, immagina il proprio e l’altrui funerale, si interroga se sia più straziante la morte o il senso di colpa. E cambia piani: ucciderà solo lei! Poi no, solo lui, solo l’amante, quindi se stesso, ma solo dopo essere andato al funerale dell’amante per spiare la moglie. Alla fine cambia ancora idea: non potrà uccidersi, sarebbe come affidare alla moglie la propria memoria, e lei, falsa e impudente, avrebbe certamente fatto di lui un ritrattino velenoso... Nasce anche una disquisizione con l’armaiolo circa il sistema giuridico russo. “Se dipendesse dal governo, tutti i mariti verrebbero deportati a Sachalin per lasciar campo libero agli amanti. Che tempi!”. Alla fine l’uomo ci ripensa: non si ammazzerà, non ammazzerà. Non ne ha il coraggio, la forza, la voglia. Così esce dal negozio e torna a casa. Con un retino per le quaglie da otto rubli.

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