Elaborazione grafica di Enrico Cicchetti

La solitudine costringe l'uomo a fare i conti con il destino

Giulia Ciarapica

Aurelio Musi pubblica un saggio per Neri Pozza in cui rintraccia un indirizzo che in termini letterari ha dato buoni frutti: la solitudine è donna e lo è fin dal principio perché viene formandosi in quel luogo magico che è l’utero

    Nell’arco dell’ultimo anno il sentimento con cui abbiamo avuto più a che fare è stato la tristezza, così vibrante e mordace che restando a galla per tanto tempo ha finito per evolversi in qualcosa di irredimibile. E non neghiamo che la solitudine abbia giocato un ruolo fondamentale, perché ne abbiamo sperimentato tutte le latitudini per poi capire che in mezzo alle sfumature possibili di significato ne restano due a dominare il nostro umore: o viviamo una condizione di “beata solitudo” o siamo costretti a esperire una “maledetta solitudine”.


    Lo spiega bene Aurelio Musi che per Neri Pozza ha pubblicato un saggio dedicato alla solitudine (“Storia della solitudine. Da Aristotele ai social network”) in cui non solo coglie fin da subito la doppia oscillazione semantica del termine – positiva o negativa a seconda che venga intesa come soddisfazione di un desiderio di pace o come costrizione – ma rintraccia un indirizzo che in termini letterari ha dato buoni frutti: la solitudine è donna e lo è fin dal principio perché viene formandosi – come concetto tangibile ma inconscio – in quel luogo magico che è l’utero.


    “La solitudine è una condizione oggettiva e soggettiva. Si sta soli in uno spazio-tempo determinato. A partire dall’utero materno, che è un ambiente vivo”: nell’apparente contraddizione tra un ambiente “vivo” e la “solitudine” che vi germoglia, s’innesta un’idea più ampia: la donna è votata a una solitudine più potente, sottile e sfaccettata di quella maschile. Lei che non può condividere con nessuno lo stato di gravidanza, porta dentro di sé una doppia solitudine. La sua e quella della creatura che ospita.


    Donna che dona vita e solitudine; donna che dalla solitudine costruisce il proprio sé; donna che della solitudine si fa portavoce assorbendone l’energia oscura. È forse per questo che anche la Letteratura ci ha regalato opere che hanno verbalizzato la solitudine femminile narrandola in tutta la sua spietata raffinatezza.


    C’è la solitudine di Maria Maddalena (nomen omen) che ne “La madre” di Grazia Deledda deve portare in silenzio il peso della condanna di suo figlio, Don Paulo, il quale s’innamora non di Dio ma di Agnese, in carne e ossa; lei, sola, è obbligata a fare i conti con il senso di colpa e con la consapevolezza che quello di Paulo per Agnese sia un amore sano, imprescindibile, perfino legittimo. Poi c’è la solitudine delle sorelle Tettamanzi, che ne “La spartizione” di Piero Chiara vivono fuori dalla società, chiuse nella loro “bruttezza singolare, e consapevoli della ripugnanza che ispiravano agli uomini”.


    E ancora c’è un’altra solitudine, quella che in Teresa Ciabatti diventa vera e propria emarginazione, incomunicabilità e infine rancore, la miscela perfetta che fa di “Sembrava bellezza” un romanzo ai limiti della verità.


    Ma forse una delle solitudini più feroci resta quella della Clotilde di Carmen Pellegrino ne “La felicità degli altri”, costretta a cibarsi di una tristezza che ha radici profonde, quasi mitologiche, e che trae vigore proprio dall’isolamento emotivo di una donna che ancor prima è stata figlia indesiderata e poi bambina interrotta.


    “Le donne sono più sole degli uomini”, scrive Musi, e forse ha ragione. La solitudine, che sia scelta o prigione, costringe l’uomo a fare i conti con il destino, ed è per questo che nella donna la solitudine non è soltanto consapevolezza, ma diventa arte e bugia, imbroglio e certezza.