Una fogliata di libri

Tutto il vero favolistico di Massimo Bontempelli

Giulia Ciarapica

Fantasia e immaginazione lavorano di pari passo con la presa di coscienza della realtà e dei meccanismi della psicologia terrena

    "La sua arte comincia dove il possibile ha il suo limite e la logica diventa un’operazione verso un mondo divino”: scriveva così Corrado Alvaro a proposito della poetica di Massimo Bontempelli, forse uno degli scrittori del secolo scorso più dimenticati di sempre. Alvaro faceva riferimento a mondi razionali e fantastici, a miti umani e ostacoli sovrannaturali, ma i lettori odierni – i più forti e anche quelli vicini all’universo editoriale – di Bontempelli ricordano poco. Allora mi verrebbe da dire che è un gran peccato non godere di gioielli come “La scacchiera davanti allo specchio”, “Vita e morte di Adria e dei suoi figli” o di “Gente nel tempo”, che però – e questa è la buona notizia – la neonata casa editrice Utopia – dal piglio giovane ma illuminato – ha da poco riportato in libreria.

     

    Di Bontempelli sappiamo che fu con Malaparte fondatore della rivista letteraria “900” (il cui viaggio fu breve, dal 1926 al 1929), e che aveva un obiettivo, quello di instaurare, proprio grazie alla rivista, un dialogo internazionale: il suo miraggio novecentista fu di aprire la provincia culturale nostrana all’Europa, esportando una letteratura fresca e innovativa – non per niente fu lui a far conoscere per la prima volta in Italia paragrafi tradotti dall’“Ulisse” di Joyce e da “La signora Dalloway” della Woolf, per non parlare delle influenze surrealiste e degli inediti di ČCechov. Insomma, la carriera giornalistica e letteraria di Bontempelli fu ricca di risorse e di idee, in special modo nel periodo che seguì la Grande Guerra, cui aveva attivamente partecipato. Da una prima posizione molto fedele alla tradizione letteraria degli ultimi decenni dell’Ottocento (soprattutto in poesia, con evidenti echi di carducciana memoria), Bontempelli subì una “conversione letteraria” di grande profondità, rinnegando tutta la produzione dei primi anni del Novecento e diventando uno dei maggiori esponenti del realismo magico.

     

    Cenni di avanguardie futuriste si andavano mescolando a quel che poi sarebbe diventato a tutti gli effetti il suo filone di ricerca privilegiato: l’esperimento metafisico, le atmosfere magiche e rarefatte, l’analisi di psicologie bizzarre ed eccezionali. Da un lato, Bontempelli si muove all’esplorazione della storia naturale, delle vicende del quotidiano, senza picchi e senza imbarazzi se non quello dell’ovvietà; dall’altro, spinge il suo terreno di indagine nel mondo dell’occulto, dell’extra-ordinario, dell’impossibile.

     

    Fantasia e immaginazione lavorano di pari passo con la presa di coscienza della realtà e dei meccanismi della psicologia terrena, arrivando alla creazione di quella che potremmo ribattezzare “Dimensione del Vero favolistico”, un territorio fatto di linguaggi disumani alla portata di tutti, dell’intera comunità. “Gente nel tempo” è, in tal senso, un esempio esatto di Vero favolistico, una fiaba metafisica in perfetto connubio con la concretezza dell’esistenza.

     

    A dispetto di quanto si possa pensare, “Gente nel tempo” non è un romanzo che narra storie di vita succedutesi nel tempo, né s’impone l’obbligo di raccontare il punto di vista del Tempo rispetto a quello della Vita; è piuttosto un romanzo che cerca di scandire le tappe della morte nel tempo della vita, che è la versione meno luminosa del concetto stesso di esistenza. Non la vita che avanza e poi a un certo punto finisce, ma la morte che evolve rapida, procedendo per tappe già prestabilite: muore la Gran Vecchia il 26 agosto del 1900 esclamando ai presenti: “Del resto, nessuno di voi morirà vecchio. Tutto è regola, nella vita e nella morte”.

     

    E così, il 26 agosto del 1905 morirà Silvano, il figlio. E poi Vittoria, la nuora, nel 1910. E poi Fausto, il primogenito di Nora, nipote della Gran Vecchia, nel 1915. Basta una maledizione a regolare il cammino della morte, ovvero basta un elemento sovrannaturale, extra-ordinario, immaginifico, a ribaltare il senso della vita e a squarciare il velo misterioso della dipartita. La morte non è più un arcano, è la banalità del quotidiano ad aver acquistato un senso magico. Perfino l’eccezionale musicalità di tutto il romanzo (non a caso il nostro fu anche compositore) e l’uso alternante di verbi al presente e al passato, confluiscono nella linea bontempelliana del passaggio tra due mondi, quello terreno e quello della sopra-realtà, perché non è il tempo a determinare il destino dell’uomo ma la sua percezione di possibilità: infinita e soprattutto indefinibile. Si muore vivendo per arrivare ai limiti del vero, dell’eterno.