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L’umanità profonda e oscura di Goliarda Sapienza

"L'arte della gioia" e la sua moralità che non si accosta in alcun modo a quella comunemente intesa

10 Febbraio 2019 alle 06:09

L’umanità profonda e oscura di Goliarda Sapienza

Goliarda Sapienza nei panni di Maria, in Gli sbandati (1955) di Citto Maselli

"Ma voi siete pazze! Questa donna (Modesta) uccide la madre, la sorella, la prima e la seconda benefattrice, fa sesso con uomini e donne, commette un reato dopo l’altro e in tutta la vita non paga mai una volta? Volete fare saltare in aria la Rai?”. Il dirigente che convocò nel suo studio il comitato che aveva proposto uno sceneggiato su “L’arte della gioia” fu onesto e previdente: mai una figura come quella di Modesta sarebbe potuta approdare in Rai, fuori com’è dai canoni di normalità (piccolo) borghesi a cui la gente perbene guarda con sollievo e, in qualche caso, perfino con rispetto. In fondo, c’era da aspettarselo. Goliarda Sapienza lo sapeva bene, perché prima ancora dell’arte della gioia lei aveva conosciuto a fondo l’arte del rifiuto – o meglio, dell’essere rifiutati.

 

Nel 1996, anno della morte, non esisteva più alcuna traccia della sua vita di scrittrice: morta lei, morte le sue pagine. Nessun accenno alle opere, giacché l’ultima pubblicazione di rilievo risaliva a ben troppi anni addietro. E poi, in fin dei conti, di Goliarda – che si portava dietro tutto il dramma di quel fratello morto annegato forse proprio “per il peso di quel nome” che non esisteva “in tutta Catania, e per me in tutto il mondo” – sarebbe stato meglio tacere. Ma chi la ricorda – e oggi sono molti più di ieri – ne ricorda il sorriso, l’entusiasmo e le crisi depressive, dovute soprattutto ai numerosi rifiuti editoriali che il suo capolavoro (oggi possiamo definirlo tale) dovette subire. Rizzoli, Mondadori, Feltrinelli, Rusconi – per citarne solo alcuni tra quelli contenuti in “Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’Arte della gioia”, curato da Angelo Pellegrino e edito da Edizioni Croce – tutti furono pronti a dire No: no a Modesta, no al suo anticonformismo (che fu un anticonformismo dell’anticonformismo, quello di maniera che sempre Goliarda ha disprezzato e osteggiato), no alla mole de “L’arte della gioia”. Quasi novecento pagine in prima battuta, un’opera che conteneva tutta la natura di Iuzza – come veniva chiamata Goliarda dalla famiglia – la sua visione del mondo e anche del suo passato, che in realtà, nella sua letteratura non è mai tale. Perché Goliarda non ha passato, ma ha sempre vissuto un lungo, estremo, infinito presente, anche perché “per lei l’unità di misura del tempo era una sola: la giornata”. Goliarda è dentro alla sua letteratura più di qualsiasi scrittore, ne è vittima consapevole e consenziente; abita le sue opere come fossero una casa (e lei fu molto attaccata alla casa, che viveva in modo quasi paranormale) ed è forse per questo che le sue opere incutono timore, spaventano per l’imponenza fisica e morale.

   

Moralità, questo è il punto. C’è chi ha additato “L’arte della gioia” come testo immorale, qualcuno si è spinto oltre, sostenendo che fosse addirittura amorale. Né l’uno, né l’altro. “L’arte della gioia” – e, dopotutto, la gioia in sé, come concetto di vita – conserva una sua moralità che però non si accosta in alcun modo a quella comunemente intesa: l’umanità profonda e oscura contenuta in questo romanzo monumentale è quella che Goliarda, donna e scrittrice, ha assorbito – e rilasciato nelle pagine scritte – dai vicoli di San Berillo, una zona della città vecchia di Catania dove sorgeva la casa della famiglia in via Pistone 20. Lì Goliarda, proprio come desiderava suo padre, l’avvocato Peppino Sapienza, crebbe e diventò figlia del mondo, immersa in quello spietato universo di reietti che formano il suo concetto di umanità. “Essendo derelitte, vittime della società” scrive Goliarda in “Lettera aperta”, “io fui costretta ad amarle, a conoscere le loro storie, metterle in un altarino, accendere lumini e a pensare solo a loro”. A lei interessava l’“amore”, che non è amore comune ma affezione per l’umano e amore per i posteri, per coloro ai quali si rivolge, ripetutamente, nella speranza di non essere dimenticata. Le parole, il valore dei singoli termini (“amore”, “odio”, “abnegazione”, “sacrificio”, “peccato”, come dice Modesta ne “L’arte della gioia”) compongono il suo pianeta letterario, che coincide perfettamente con quello della realtà.

  

Goliarda visse in modo armonioso e severo: l’armonia scaturiva dal suo modo “elegante e cameratesco” di accogliere l’altro e di ricongiungerlo con quel “nucleo infantile” a lei tanto caro; la severità nasceva invece da una profonda certezza: “sono libera e questa libertà la voglio far fruttare. (…) Ho fatto bene a rubare, sempre, la mia parte di gioia a tutto e tutti”.

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