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Mauriac e il conforto perverso dell’umanesimo religioso

Il cattolicesimo in un XX secolo inibito dall’Inumano e dall’Assurdo ha viceversa ridato ossigeno alla psicologia, alla quotidianità, allo spirito

23 Settembre 2018 alle 05:27

Mauriac e il conforto perverso dell’umanesimo religioso

A volte, nei punti bassi della ciclotimia, riesco a leggere solo Tex o i thriller alla Connelly; al massimo, per ragioni atmosferiche, i Maigret. Tutto ciò che è troppo umano sparge sale sulle ferite di depressione e ossessione, dilata o contrae più dolorosamente il tempo. Ma di recente, in settimane difficili, sono passato dalla provincia torbida di Simenon a quella di Mauriac.

 

Salvo un timido ripescaggio adelphiano, il Nobel del ’52 è adesso un autore da mercatini. E lì infatti ho trovato gli Oscar che mi hanno sprofondato nei suoi flashback bordolesi, nell’aria viziata di famiglie dove i rancori suppurano fino a esplodere in una confessione o in un delitto dopo i quali, come conclude Thérèse Desqueyroux, “Nessuno può niente per me; nessuno può niente contro di me”. Siamo nel mondo del “cristianesimo decomposto”, per dirla col Bernanos di quella “Nausea” cattolica che è il “Diario di un curato di campagna”, in un paesaggio cupamente zoliano in cui però s’infiltrano il saggismo intimo e il moralismo della Francia che riduce Dostoevskij alla misura di giansenisti e gesuiti (non sono stati, i loro collegi, l’unica vera scuola di scrittura creativa?). Leggendo mi chiedevo perché mai, anziché aumentare la mia pena, questo paesaggio mi desse un perverso conforto. Forse proprio perché la sua angoscia è “umanistica”.

 

Il cattolicesimo, la religione che nell’Ottocento rischiava di azzoppare l’arte, in un XX secolo inibito dall’Inumano e dall’Assurdo ha viceversa ridato ossigeno alla psicologia, alla quotidianità, allo spirito, riconciliando con forme e sentimenti i narratori ma anche i poeti (da Claudel a Luzi) e i pittori (l’avanguardia addolcita di Rouault).

 

Così in Greene e Bernanos, in Soldati e Piovene diventa fonte di romanzesco e magari di poliziesco, o di certe sottili analisi del sadismo in cui eredità pie e libertine fanno tutt’uno. Un tale agio può suscitare dubbi simili a quelli che indussero Sartre a stroncare Mauriac: non è disonesto mettere in scena e insieme commentare temi che dovrebbero ormai essere risucchiati da un vertiginoso, inenarrabile faccia a faccia con Dio? “Per chiunque abbia l’abitudine della preghiera, la riflessione troppo spesso non è che un alibi”, scrive il curato bernanosiano esitando sul suo journal. Nella letteratura moderna l’esame di coscienza, il gioco a nascondino senza fine tra umiltà e orgoglio spinge fatalmente verso l’estetismo, anche quando la religione non è una spezia gratuita; e l’ultima trincea dello scrittore “cattolico” si rivela quel gusto del paradosso che unisce le sue trame implacabili e le sue massime scolpite, i suoi dialoghi febbrili e le sue omelie tormentose, il suo Zola e il suo Pascal. In ogni caso di questo umanesimo, come dell’esistenzialismo e del marxismo, il Novecento ci ha presto spogliati, relegandolo tra la polvere dei bouquinisti. Mauriac appare poi particolarmente sbiadito, non avendo né l’ironia dell’impeccabile sceneggiatore Greene, né l’eloquenza visionaria di Bernanos, né la vitalità fantastica o l’estremismo di altri. Un naturalismo angusto rende in lui più astratto l’intervento del Dio ex machina, della conversione: troppe stoffe spirituali pesano su scheletri narrativi troppo esili. Già mentre Stoccolma consacrava il suo nobile profilo, il grado zero degli strutturalisti si preparava a seppellirlo. E quanto alla religiosità, oggi anche da Parigi, come da ogni angolo del globo, arrivano le suggestioni di chi guarda al rovescio dell’umanesimo cristiano: a quel volto impersonale, “orientale” del divino che Hervé Clerc, in un libro appena stampato da Adelphi, chiama “parete nord” e riconosce sia nell’induismo sia nel suo antipode islamico. Coincidendo con il Reale, questo Dio non consente retoriche battaglie. Eppure Clerc è legato alla vecchia tradizione nazionale più di quanto vorrebbe: giornalista accademico, sotto la finta scioltezza zen recupera un pathos molto narcisisticamente francese quando vuol convincerci che dobbiamo arrenderci al Tutto. E nell’occidente imparzialmente incredulo, questa resa non somiglia poi all’ennesima droga o chimera? Io non vedo come ci si possa ricongiungere a Dio, da nord o da sud: perché anche un po’ di sud non mi dispiacerebbe, e spesso oltre che meditare vorrei pregare qualcuno. Ma mi sembra subito una tentazione insincera, letteraria, cioè diabolica: sparito il Signore, sotto il sole rimane Satana, la sua parodia. Forse per questo mi rifugio nell’umanesimo religioso e romanzato solo quando ho bisogno di stordirmi, prima di tornare faccia a faccia con una realtà che resta moraviana, tautologica, nuda, e davanti a cui qualsiasi parola è di troppo.

Matteo Marchesini

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