La fine che non capiamo più

Ciò che il virus ci dice del nostro rapporto con la morte. In assenza di calamità o di guerre, l’allungamento dell’aspettativa di vita è diventato un diritto

Questo articolo è stato pubblicato su Un Foglio Internazionale spunti e segnalazioni dalla stampa estera a cura di Giulio Meotti


 

"L’epidemia da Covid-19 ha provocato un incredibile effetto lente di ingrandimento sui comportamenti dei contemporanei dinanzi alla morte” scrive su Causeur Guillaume Cuchet. “Ogni sera, alla televisione, l’ormai celebre direttore generale della Sanità, Jérôme Salomon, enuncia i dati sui morti del giorno. Ci si dimentica quasi che, prima dell’epidemia, morivano in Francia ogni giorno 1.700 persone. L’effetto lente di ingrandimento si spiega con un maggior numero di decessi simultanei. Abitualmente, si muore in ordine sparso e ognuno, i moribondi e quelli che sopravvivono, vive discretamente il problema nel suo piccolo, secondo un calendario individuale e aleatorio. In questo caso, eccezionalmente, viviamo tutti assieme le conseguenze dell’epidemia. Tecnicamente, in questo genere di situazione, si parla di mortalità straordinaria, benché sia molto limitata. Nel Diciassettesimo secolo, si produceva a livello locale una crisi di questo genere ogni dieci o venti anni, tanto che la mortalità ordinaria registrata nell’anno raddoppiava. Nell’attuale situazione, nel peggior momento dell’epidemia, abbiamo avuto un aumento settimanale di mortalità dell’ordine del 30-40 per cento, ossia un numero di decessi quotidiano che si avvicina a quello della Prima guerra mondiale (circa 950 morti), ma solamente per due settimane (e non per 52 mesi) e con 25 milioni di abitanti in più. A differenza dell’Aids, il coronavirus rispetta l’ordine di passaggio delle generazioni dinanzi alla morte e solo la sua sex-ratio (molto sfavorevole al genere maschile) è straordinaria. Insomma, siamo di fronte a un’amplificazione della mortalità ordinaria più che a una vera e propria crisi da mortalità straordinaria. Lo stress è assolutamente reale, ma in fin dei conti è assai limitato, e ci si rende conto che la maggior parte delle persone ha resistito alla tentazione di andare a confinarsi al sole col ritorno del bel tempo. I comportamenti dinanzi alla morte dipendono soprattutto dal regime demografico di una società, anche se non è l’unico parametro. Era il senso della formula profonda di Pierre Chaunu, secondo cui la storia della morte era ‘una derivata dell’aspettativa di vita’.

 

Ma il nostro regime demografico, nella forma in cui si è costituito all’indomani della Seconda guerra mondiale, sulla scia di evoluzioni più antiche, alcune delle quali risalgono al Diciottesimo secolo, è caratterizzato da quattro aspetti principali: 1) La quasi scomparsa della mortalità infantile-giovanile, che ha cominciato a calare fortemente alla fine del Diciannovesimo secolo e dieci anni dopo la Seconda guerra mondiale era di dieci volte inferiore. Ha raggiunto ormai dei livelli quasi incomprimibili, ma non dobbiamo dimenticarci che, fino al Diciannovesimo secolo, i bambini e i giovani fornivano il più ampio contingente di morti. 2) La conquista di una “vita in più”, di venti o trent’anni, che ha stravolto tanto la strutturazione delle esistenze individuali (contribuendo a spostare la soglia fisiologica e psicologica della vecchiaia) quanto l’equilibrio delle generazioni nelle famiglie. La cortina di protezione di fronte alla morte costituita dalla generazione dei genitori, scompare più tardi, fatto che ritarda di conseguenza il momento in cui gli adulti smettono in maniera vera e propria di essere dei bambini. Ne segue un’“infantilizzazione” psicologica massiva delle società. 3) La concentrazione tendenziale di decessi dopo i 65 anni, fenomeno inedito nella storia demografica dell’umanità (…) 4) La quasi scomparsa della mortalità straordinaria, quella delle carestie, delle epidemie e delle guerre che, addizionando spesso i loro effetti, pesavano fortemente nel bilancio globale della morte. L’ultima carestia europea risale al 1846 (in Irlanda), l’ultima epidemia veramente letale al 1918-1919 (la spagnola), l’ultima guerra veramente sanguinaria al 1939-1945. Da allora, più nulla se non degli eventi talmente modesti che le generazioni che avevano conosciuto il vecchio mondo demografico non hanno pensato di segnalare, così come si accettava negli anni Settanta che ci fosse una mortalità stradale di 15 mila morti. I sociologi sottolineano che i nostri contemporanei credono in una sorta di diritto a vivere fino agli ottant’anni. A tal punto che tutte le morti che si verificano prima di questa età sembrano loro più o meno premature. Si generalizza così un profilo di vita in attesa, che vede le esistenze terminarsi pacificamente verso gli ottanta o i novant’anni, come una candela che si spegne. Ormai si teme più il deterioramento fisico e psichico inerente alla terza età che la morte stessa, come si può constatare alla luce della vastità della letteratura sul tema dell’Alzheimer o delle nostre discussioni sul fine vita. L’imprevedibilità della morte è molto diminuita, ora è piuttosto la sua grande prevedibilità che ci angoscia.

 

L’aspettativa di vita, un tempo semplice reperto matematico deformato dalla mortalità infantile-giovanile, è diventata un pronostico assai affidabile sulla data della morte. E’ questa nuova rappresentazione dominante della morte che la pandemia rivela. Reagiamo in maniera eccessiva al fenomeno non solo perché non siamo più abituati a esso, ma anche perché abbiamo sviluppato una forte ipersensibilità nei confronti della morte. Sempre più materno, il nostro stato, traumatizzato dalla canicola del 2003 (in Francia, provocò più di diecimila morti, in gran parte anziani, ndr), applica il principio di precauzione profilattico che accentua ancor di più questa tendenza. Per la psiche collettiva, la focalizzazione mediatica sull’evento alimenta l’ossessione dei morti del Covid-19. Siamo certi che quelli tra noi che vengono da altre parti del mondo, da paesi in guerra (la “vera”, non quella “sanitaria”) o da paesi più poveri, non si sbagliano e si rendono conto della differenza. Da qui, probabilmente la tendenza a esagerare la portata dell’evento, presentato come uno spartiacque che definisce nella nostra storia un “prima” e un “dopo”, senza capire veramente su che basi riposa un tale diagnosi. L’evento Covid-19 non stravolge in maniera radicale i dati della situazione che esisteva prima che si verificasse. Nulla ci dice che il nostro mondo diviso sia veramente risoluto a trarne le conseguenze in maniera convergente. La cosa più probabile è che queste conseguenze saranno soprattutto economiche e sanitaria. La prossima volta, insomma, le nostre scorte di mascherine e di respiratori saranno piene. Per il resto, che ci rassicuri o ci dispiaccia, siamo gli stessi, o quasi. 

 

La traduzione è di Mauro Zanon

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