
“White Privilege Card” in vendita nei Trump store (Getty images)
Terrazzo
Non è un paese per bianchi
Negli Stati Uniti, sulle colline al confine col Missouri, nasce una comunità per soli caucasici, ma si dovrà mostrare ai costruttori le prove della propria whiteness
"Vietato l’ingresso agli ebrei e ai cani”, dice il cartello nella pasticceria. Davanti alla domanda del figlio, Benigni risponde con: “Eh, loro gli ebrei e i cani non ce li vogliono. Ognuno fa quello che gli pare, Giosuè”, e poi aggiunge che da domani nella loro libreria metteranno un cartello contro ragni e visigoti. Ognuno, come dice Benigni ne “La vita è bella” fa quello che gli pare, almeno in Arkansas.
Dei ragazzoni bianchi e biondi stanno costruendo un piccolo centro urbano, un development di case con un obiettivo: vietarlo ai non-bianchi. L’America, se si guarda lontano dalle grandi città, è ancora paese di pionieri, cioè di coloni, di persone che col sogno della terra vergine, una volta tolti di mezzo “gli indiani”, pensano di poter disegnare il loro mondo dei sogni. Chi vorrà vivere in questo complesso residenziale sulle colline al confine col Missouri, dovrà mostrare ai costruttori le prove della propria whiteness, con tanto di domande sull’eredità genetica, per evitare che ci sia qualche bisnonno nero o ispanico nell’album di famiglia (sono benvenute, nel colloquio per applicare, foto dei parenti). Ovviamente devono anche essere tutti eterosessuali – ma questo è più difficile dimostrarlo dalle fotografie dei nonni, ci si basa sulla fiducia. Il complesso residenziale – una sessantina di ettari a un’ora dalla città più vicina – si chiama Return to the Land. Per ora ci sono 40 residenti, tra cui una decina di bambini, e qualche capra. Autoghettizzazione con Coca-Cola, barbecue e istruzione domiciliare. Il tutto è stato ideato da Eric Orwoll, che passa la maggior parte del suo tempo – dice – a studiare Platone, facendo poi dei video divulgativi in t-shirt e cuffiette (col filo), definendosi un “cercatore di verità e saggezza”. Nel suo ufficio ci sono i classici greci e “Mein Kampf”. Suona il corno francese e in passato ha fatto dei live stream porno. Il cofondatore invece, Peter Csere, è un ex-pianista jazz che posta su X roba antisemita ed è accusato di omicidio in Ecuador, oltre che di furto di grosse somme a un gruppo vegano del centroamerica. Il suo modello è una città per soli bianchi in Sudafrica nata alla fine dell’apartheid. Orwoll dice che le persone con un forte senso identitario devono unirsi tra loro, creare comunità, e “i bianchi spesso non se ne accorgono, ma hanno questo vuoto”, causato dal mescolarsi di culture intorno a loro.
E anche se ci sono varie leggi federali e locali sulla discriminazione da bypassare, Orwoll dice che bisogna battere il ferro finché è caldo, cioè finché c’è Trump a Washington, e l’AltRight è la nuova right, e, parole sue, “c’è un clima piuttosto favorevole a livello culturale e legale”. Aggiungendo che, “se non ci fosse un’immigrazione di massa, se fossimo ancora una nazione omogenea, non ci sarebbe bisogno di comunità come la nostra”. Mentre si guardava all’isterica questione identitaria, prendendosela con le ragazze progressiste coi capelli blu dei campus, ci si dimenticava che dall’altra parte la questione genetica poteva interessare, in modo ancora più scientifico, i biondi bianchi come Orwoll e Csere, che sognano un loro Lebensraum redneck nell’altipiano degli Ozarks.