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Terrazzo

Videochiamare fa male alla salute. Almeno in treno, è ora di un bel reato

Michele Masneri

Le riunioni in video, nate col Covid e poi incorporate prontamente nel nostro stile di vita, sono una realtà nociva. Proposta: introduciamo un crimine di inquinamento acustico da vivavoce

Eccone un altro. Che fossero micidiali per l’umore lo si era capito da tanto, ma che facessero addirittura male alla salute ora lo provano nuovi studi scientifici. Le “call”, “gli Zoom”, o come vogliamo chiamarli, le riunioni insomma in video, nate col Covid e poi incorporate prontamente nel nostro stile di vita (altro che uscirne migliori) sono una realtà nociva. Lo prova un ennesimo studio, pubblicato dalla rivista Scientific Reports, e condotto su 35 studenti di Ingegneria in un’università austriaca nell’ambito di una ricerca sul “tecnostress”, insomma sul logorìo della vita moderna.  

 

Metà della classe ha seguito una lezione di 50 minuti in videoconferenza mentre l’altra metà dal vivo, e poi gli scienziati sono andati in cerca di segni di stanchezza sottoponendo entrambi a elettroencefalogramma ed elettrocardiogramma. Be’, insomma si sarà capito, quelli che han seguito in video eran più stressati e il risultato è che la videoconferenza dovrebbe essere presa in considerazione solo eccezionalmente, non come la regola.  In realtà la ricerca, ripresa dal Washington Post, non è che l’ultima  sui malefici delle riunioni online. Ce ne fu una anche del 2021 delle università di Stanford e Göteborg, secondo cui  la “Zoom fatigue” colpirebbe più le femmine che i maschi. Questa, più vasta, condotta su diecimila partecipanti, e ripresa dall’Economist, sottolinea come le “call” penalizzino le femmine: durano di più e hanno meno pause di quando ci sono gli uomini. Inoltre  producono alle donne più “mirror anxiety” cioè ansia da specchio, nel rivedersi in video.  

 

Ci sono però, oltre allo stress femminile, altri tipi di danno che non sono stati adeguatamente indagati. In primo luogo quello immobiliare: le conversazioni pixelate con schermate orrende che enfatizzano le occhiaie distruggono non solo la nostra autostima ma anche quella di casa nostra (si vede chi ha begli appartamenti e chi no, e questi ultimi generalmente ricorrono agli sfondi artificiali).  Anche nei collegamenti tv (le tv ormai sono così povere che si collegano via Zoom) vengono enfatizzate anche lì le occhiaie ma soprattutto gli orrori estetici delle case dei malcapitati. Se va bene, enciclopedie Treccani, se va male, soprammobili tipo Thun, librerie in massello massiccio, angoli con trumeau in stile sbreccati e dietro la macchia di umido. 


Un altro stress è quello dell’asincronia. Non esistono statistiche, ma sappiamo tutti che c’è sempre almeno un membro della “call” che non riesce ad accedere alla conferenza, proverà a collegarsi, riavviare il computer, lo si darà per disperso, poi rientrerà dopo minuti infiniti e gli altri dovranno ripetere tutto. L’altra grande asincronia è quella tra i precisini che se la riunione è alle 15 saranno collegati alle 14.58 e alle 15.01 mandano un WhatsApp dicendo: siamo tutti qui!, e l’altro partito, che alle 15 e un quarto si collegherà con calma dicendo “ah bene ci siamo tutti”. Ma il  vero grande stress di cui non si parla e di cui non ci sono ancora evidenze scientifiche (ma empiricamente lo soffriamo tutti sempre di più) è quello ferroviario. Non si sa se sia anche questa conseguenza del Covid,  ma da pochi anni è stato normalizzato l’uso della videochiamata in vivavoce sui treni, rigorosamente senza auricolare. Lo spazio audio del treno è stato così privatizzato da una maggioranza per niente silenziosa che parla e ascolta copiosamente sovrastando gli annunci che tiepidamente ricordano di non dare fastidio ai vicini (non ottenendo alcun effetto ma contribuendo al frastuono).

 

C’è chi si attrezza con cuffie da ruspista (si trovano su Amazon,  stringono molto la testa, si scende con una forte emicrania); in alternativa ci sono i tappi di cera svizzeri ditta Calmor; oppure si possono impostare le auricolari  su qualche rumore bianco che simila un fruscio tipo aereo. A quel punto soprattutto gli habitué del Milano-Roma stanno cominciando a rivalutare l’aereo vero e proprio: sì, più scomodo, gli aeroporti son lontani, ma almeno non prende telefono né internet, si può stare in pace per un’ora. Anche perché la privatizzazione dello spazio ferroviario comporta usi sempre più creativi: notizia di ieri il treno fermato non da un ministro ma da una signora che si è messa a piastrarsi i capelli facendo scattare l’allarme antincendio. 

 

Altri navigatissimi  consigliano: in treno mai andare in classe business, piena dei finti managerini che sbraitano  di “schedulare” e “revenue” tutto il tempo, meglio l’economica (qui però il rischio è la famiglia patri o matriarcale del sud che parla con la nipotina mettendo al massimo il telefono protetto dal portafoglino di pelle). I più scaltri preferiscono la vecchia carrozza cinema di Italo, dove nella penombra molti sonnecchiano e gli altri si fingono morti.

 

In Giappone intanto sui famosi treni iperveloci stanno sperimentando vagoni appositi per le videochiamate, con insonorizzazione e 3G potenziato. Saranno utilizzate le vecchie carrozze fumatori (il messaggio è chiaro: videochiamare nuoce gravemente alla salute). Per chi al contrario sta a casa  o in ufficio ma vuole mostrarsi dinamico, Amtrak, le ferrovie americane, offrono sfondi per Zoom scaricabili con gli interni dei loro treni. Insomma, è una gara di creatività. In Italia dove però l’estro ultimamente è soprattutto penalistico, dopo il reato di omicidio nautico e quello di  interruzione ambientalistica di strada, un crimine di inquinamento acustico da vivavoce si ritiene che porterebbe grandi consensi bipartisan. Anche in vista delle Europee; il paese intero sarebbe riconoscente, pensiamoci, aiutiamoci. 

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  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).