Veduta aerea del famigerato Watergate Hotel, Washington, DC 

Terrazzo

Cinquant'anni dopo, il Watergate racconta anche la storia d'Italia (e del Vaticano)

Michele Masneri

Il Watergate Complex però dove aveva sede l’ufficio dei Demcoratici non era un luogo qualunque. Era un complesso progettato da Luigi Moretti, il più fascista degli architetti fascisti, il più geniale dei razionalisti italiani. 

Chissà se la notte del 17 giugno 1972, quando scoppiò il caso Watergate, qualcuno dei protagonisti  - l’allora presidente americano, Richard Nixon, i cinque arrestati per spionaggio, i membri del comitato nazionale Democratico, e i cronisti del Washington Post poi leggendari, furono consapevoli che non si consumava solo una pagina di grande storia politica ma anche di storia architettonica-sociale tra Italia e Stati Uniti. L’inchiesta giornalistica del Post raccontò infatti di un presidente che spiava gli avversari, e si dovette dimettere, mentre “gate” divenne il suffisso per ogni scandalo o caso anche minore (come il “rubygate”). 

 

Ma il  Watergate Complex però dove aveva sede l’ufficio dei Demcoratici non era un luogo qualunque. Era un complesso progettato da Luigi Moretti, il più fascista degli architetti fascisti, il più geniale dei razionalisti italiani.  Moretti era già in sé autobiografia del meglio e del peggio d’Italia: figlio di una serva e di un grande architetto che non lo riconoscerà (Rolland, progettista del teatro Adriano), diventa il più elegante degli archistar di Mussolini (Accademia della scherma al Foro italico, palazzina Gil a Trastevere, per dirne due). Pur essendo assolutamente fascista, però, fa un’architettura che non ha nulla della monumentalità di altri colleghi: è più lecorbuseriano, assomiglia più ad Alvar Aalto che all’acerrimo nemico Piacentini. Sarà anche uno dei pochissimi che non abiura, rimarrà fascistissimo fino alla fine, dunque si fa la galera a San Vittore, ma ci fa networking,  perché lì conosce il sedicente conte Adolfo Fossataro, con cui appena usciti metteranno su una primaria società edile che poi costruirà il volto dell’Italia del Dopoguerra (i fenomenali edifici di Corso Italia a Milano e a Roma palazzina il Girasole a viale Bruno Buozzi, che sarà casa di Totò, per dirne due); poi, ancora, le meglio parti dell’Eur, e appunto il Watergate a Washington.

 

Come spiegava entusiasticamente Gio Ponti sul numero 419 di "Domus" del 1964, il Watergate “non è una ‘importazione’ in suolo americano di un modo di ‘operare architettura’ nel conformismo moderno da parte di un architetto europeo; è frutto invece di un modo europeo, italiano, di concepire l’architettura legata a quel luogo, a quell’atmosfera nella quale abbia a sorgere. È un omaggio all’America degli Stati Uniti da parte di un architetto italiano tra i nostri massimi, di un’opera autentica, unica, d’un impegno creativo: è un omaggio ai grandi non conformisti americani, da Frank Lloyd Wright ad Eero Saarinen”. 


In effetti: cinque edifici alti tredici piani, immersi nel verde, con balconi di diverse estensioni che creano una specie di chiaroscuro. Con questi cinque corpi tondeggianti sembra più Eur che Washington. Anche se questo originale frutto di innesto mediterraneo non piacerà subito agli americani. Intanto perché gli edifici previsti sono troppo alti (dopo vari tira e molla si accorderanno per un taglio del 25 per cento dell’altezza). L’altra questione, meno risolvibile, è che la città non vede di buon occhio che ci sia il Vaticano tra gli azionisti. Che sarebbe un understatement, perché la società costruttrice è una specie di Spectre immobiliare della Chiesa di Roma, è infatti la famigerata Società Generale Immobiliare o Sogene, che era stata fondata a fine Ottocento e che ha partecipato a tutti i sacchi edilizi (ma anche alle grandi edificazioni) dell’Italia unita. Costruì infatti a fine Ottocento a Roma i quartieri Esquilino, Prati, Ludovisi. Coinvolge e travolge speculatori anche molto chic che vi perdono i quattrini, papa Leone XIII, speculatore in proprio, e i Ludovisi, che sventrano la villa di famiglia, vendono, ricomprano, poi scoppia la crisi del 1885, rimangono col cerino in mano.


La Società generale ebbe un altro momento felice negli anni Trenta, quando, col Concordato, l’enorme cifra del risarcimento dello Stato (un miliardo e settecento milioni di lire) la inzeppò di liquidità: che venne tutta impiegata nel mattone; Balduina, e poi Olgiata, Casal Palocco, il teatro Olimpico, e l’Hilton a Monte Mario su progetto di Ugo Luccichenti e infinite polemiche di Italia Nostra. Velocemente si espanse all’estero: Messico, Francia, Canada (la Torre della Borsa di Montréal, su progetto sempre di Moretti insieme a Pier Luigi Nervi, è stato l’edificio in cemento armato più alto del mondo). Nel 1968 la società passò sotto il controllo di Michele Sindona, e da lì, altro capitolo, terminale, della saga: la grande crisi che si concluderà col fallimento nel 1987 (ma prima Sindona, il “banchiere di Dio”, era stato trovato morto impiccato sotto il ponte dei Frati neri a Londra).

Di più su questi argomenti:
  • Michele Masneri
  • Michele Masneri (1974) è nato a Brescia e vive prevalentemente a Roma. Scrive di cultura, design e altro sul Foglio. I suoi ultimi libri sono “Steve Jobs non abita più qui”, una raccolta di reportage dalla Silicon Valley e dalla California nell’èra Trump (Adelphi, 2020) e il saggio-biografia “Stile Alberto”, attorno alla figura di Alberto Arbasino, per Quodlibet (2021).