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Ugola profonda

Carmelo Bene, Cathy Berberian e Demetrio Stratos. In mostra a Roma la voce d’artista. Quando John Cage andò a Lascia o raddoppia

28 Aprile 2019 alle 06:00

Ugola profonda

Demetrio Stratos durante una performance presso Pre-Art, Milano, 1978 - foto Silvia Lelli (Lelli e Masotti Archivio)

Gole, tonsille, laringi, respirazione col diaframma e senza. Non siamo alla Asl o a pilates, bensì alla bizzarra e interessante mostra dedicata al “Corpo della voce”, allestita al romano palazzo delle Esposizioni, che mette insieme e sul lettino tre “vocalist” defunti di primissima grandezza novecentesca come Carmelo Bene, Cathy Berberian, e Demetrio Stratos (il cantante degli Area).

 

In mostra più di 120 opere tra foto, video, materiali di repertorio, partiture originali, corrispondenze, documenti, scoperti da Anna Cestelli Guidi e Francesca Rachele Oppedisano; aree di ascolto e apparecchiature elettroniche utilizzate da questi tre artisti molto diversi che nella seconda metà del Novecento si son messi a indagare sulla voce.

La parte introduttiva-medicale è curata da Franco Fussi, specialista in foniatria e otorinolaringoiatria, e offre una specie di mini corso di vie respiratorie for dummies (con video di tonsille guizzanti). Poi, una tac musicale di una mezzosoprano che canta, ripresa ai raggi x.

 

E le tre ugole d’oro del Novecento: Cathy Berberian, americana-armena con faccia da attrice di Hollywood, moglie di Luciano Berio, fu una specie di Arbasino del canto: si esibisce in pastiche operistici-canterini, e diventa stimolo creativo per molti, da John Cage a Berio stesso che compongono per lei rispettivamente “Aria”, collage di stili e interpretazioni diverse, e “Thema” (Omaggio a Joyce), ad altri compositori che scriveranno appositamente per la sua voce, come Bruno Maderna, Henri Pousseur e Sylvano Bussotti.

La voce berberiana diventa poi utilizzatrice finale di “strisce” tra futurismo e pop art appositamente inventate da Umberto Eco e disegnate da Eugenio Carmi (quadri bianchi con le scritte “boingg”, “gulp”, “grrr”, “gosh!”) che lei poi recita o “canta” in pezzi di bravura (mai visti prima) che finiscono in tv generaliste (oggi parrebbe poco possibile, l’accusa di elitismo sarebbe inesorabile).

 

Strisce” anche per Demetrio Stratos, frontman del gruppo progressive rock Area, che in un decennio non solo di P38 e autocoscienza, evidentemente, si mette a studiare il concetto di musica oltre i limiti della tradizione. Collabora con John Cage e interpreta i suoi celebri micidiali “Sixty Two Mesostics” (e siamo subito nelle sordiane “Vacanze intelligenti”). Il tacet non è in partitura (cit.) bensì su rotaia, perché Stratos partecipa anche al “Treno di John Cage”, l’happening “alla ricerca del silenzio perduto”, che nel 1978 fece il percorso Bologna-Porretta poi registrando i suoni ferroviari e riproponendoli come base per interventi vocali e strumentali (ben prima dell’Alta Velocità e della Carrozza del silenzio. Chissà come si sarebbe divertito Cage con gli annunci stralunati delle Frecce, gli accenti inglesi e le comunicazioni astruse che intimano di vegliare sulle “bagagliere di vestibolo”).

 

Purtroppo però in mostra non ci sono i footage di quando Cage andò a “Lascia o Raddoppia” nel 1959 presentandosi davanti a Mike Bongiorno come concorrente da “Stony Point, New York”, ed eseguendo cinque performance tra cui un “Water walk”, cioè la riproduzione di una camminata sulle acque tramite una vasca da bagno, un bollitore, un frullatore, un petardo, un inaffiatoio, una bottiglia di seltz, due apparecchi radio.

 

Mentre è pieno di filmati di Carmelo Bene (oltre alle belle foto di Cristina Ghergo). Qui l’attore-performer viene finalmente spiegato una sua dimensione più comprensibile: più che macchina attoriale, amplificatore umano. Magnetofono temperamentoso, si capisce che fin dagli anni Sessanta Bene è soprattutto interessato a diventare un sofisticatissimo tecnico del suono. “Dopo la Callas e me non ne vedrete più – anzi sentirete più – di grandi artisti”, dice programmaticamente. E in filmati inediti spiega anche con tecnicalities i segreti della sua propria gola (“la voce palatale; il setto nasale deviato; la voce portata di petto; il colore vellutato”).

 

“Ha in gola un’orchestra”, dice in un vecchio documentario Rai un’altra voce mica male, quella di Sandro Bolchi. Bene è ugola più elettrificazione: sperimenta la potenza della strumentazione elettronica amplificata come nel “Manfred”, poema di Byron musicato da Schumann, nello spettacolo-concerto “Majakovskij” e nell’”Adelchi” manzoniano. Espertissimo di microfoni, anche: nella conferenza stampa di presentazione della Biennale Teatro del 1989 si premura di metterlo di sbieco, perché “è un modello Beyer, e questi microfoni se usati frontalmente danno una certa durezza” (la mostra, aperta fino al 30 giugno, offre anche alla cittadinanza laboratori di varia vocalità).

Michele Masneri

Michele Masneri è bresciano e vive prevalentemente a Roma. È editor at large di Rivista Studio, e scrive schizofrenicamente di economia, cultura e società oltre che sul Foglio, su IL del Sole-24 Ore, su Style del Corriere della Sera. Come molti italiani ha scritto un romanzo, si chiama "Addio, monti", non c'entra con l'ex premier, ed è edito da minimum fax.

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