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Olivettimania

Anniversari. 110 anni fa nasceva la Apple italiana. Mostre e libri celebrano Adriano Olivetti, il genio, l’elettronica, il design. Only connect

8 Aprile 2018 alle 06:00

Olivettimania

Sarà per la nemesi o il senso di colpa del paese incanaglito e anti-expertise, saranno i treni che l’Italia ha perso nella produzione industriale nel dopoguerra e nelle invenzioni insospettabili - dal personal computer alle company town disegnate dai migliori architetti che ora le varie Google e Apple cominciano a costruire anche loro sul modello di Ivrea (ma spesso con risultati inferiori): oggi comunque l’Olivettimania non si ferma più.

 

Propiziata dal padre Camillo, l’epopea di Adriano Olivetti e la fondazione dell’azienda nascono nel 1908, in un progetto che oggi si direbbe “olistico” di un hardware di macchine per ufficio e soprattutto un software morale-politico con una precisa idea dell’industria e del Paese, che oggi nessun magnate siliconvallico riesce a tenere insieme, neanche quelli à la Elon Musk che mandano i razzi su Marte (ma poi i loro dipendenti dormono in macchina).

 

L’olivettiade si è poi dipanata in mezzo mondo con un’originalità che ancora oggi fa spavento. Non solo AO inventava le prime macchine da scrivere elettroniche disegnate da architetti e designer quando ancora non esisteva la categoria e l’etichetta (in fabbriche avanzate e civili); nominava pure come direttori di filiale dei neolaureati in storia medievale e organizzava concerti di Luigi Nono nella mensa aziendale.

 

Per anni con backlash comprensibili il Paese reale cattocomunista si è ribellato a questo genio piombato da una immaginaria Silicon Valley italiana, e ha cercato di farlo passare per pazzo, o almeno capitalista paternalista (che però pagava il 20 per cento in più gli operai e assicurava un servizio sanitario allora non previsto per tutti).

 

Certo AO era assai eccentrico e poliedrico e dunque assai sospetto. Di padre ebreo e madre valdese, non frequentò scuole elementari ma fu tirato su con degli home schooling dal piglio steineriano, e crebbe collezionando libri sulla mistica. Fu di fatto un riformista schiacciato tra le due grandi chiese italiane, quella cattolica e quella comunista, e lui in mezzo a progettare l’uscita del paese dalla decrescita infelice e invece l’entrata nel futuro sotto forma di elettronica, per di più di consumo. C’era pure la visione politica, con l’idea di un piccolo partito moderno decisivo in grado di contrapporsi a DC e PCI.

 

Poi certo c’era il design, l’aspetto più facile dell’Olivettiade, e il più glamour: c’era l’abusato Sottsass, che fino ai quarant’anni faceva la fame, fino a quando non fu assunto da Adriano e poi salvato dal figlio Roberto, che gli firmò un assegno in bianco per andare a curarsi a Stanford (nello stesso ospedale dove poi si curò l’Adriano Olivetti americano, cioè Steve Jobs).

 

Il design comunque per AO non era formale ma politico: era la responsabilità dell’azienda verso il destino dell’oggetto nella società (e prima di Sottsass all’Olivetti c’erano già stati Marcello Nizzoli e pittori e architetti intenti a disegnare utensili vent’anni prima del Compasso d’Oro).

 

Mostre e testi restituiscono oggi l’epos olivettiano. A Roma: “Looking Forward. Olivetti: 110 anni di immaginazione”, a cura di Ilaria Bussoni, Manolo De Giorgi e Nicolas Martino, fino al 1° maggio alla Gnam. La seconda è a Firenze dove si trovava il meno noto CISV-Centro Istruzione e Specializzazione Vendite: The Olivetti Idiom (1952-1979) a cura di Caterina Toschi, fino al 5 maggio, a Villa La Pietra in collaborazione con la NYU Florence.

 

E qui, oltre al design dei prodotti e alla grafica, fa impressione l’ambizione dell’“only connect”, di mettere in Rete i massimi talenti internazionali al servizio del marchio: progetti dei negozi Olivetti nel mondo (Franco Albini a Parigi, Bbpr a New York, Ignazio Gardella a Düsseldorf, Gae Aulenti a Buenos Aires) e eccelsi fotografi (Paolo Monti, Ugo Mulas, Aldo Ballo, Gianni Berengo Gardin). Infine, un libro di Elena Tinacci, “Mia memoria et devota gratitudine. Carlo Scarpa e Olivetti 1956-1978” (Edizioni di Comunità) risarcisce l’intuito di Olivetti verso il genio che ci ha regalato il celebre negozio in Piazza San Marco (prima degli Apple Store tutti bianchi).

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