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I nipotini di Bill Gates non ci pensano proprio a ritirarsi fuori città

9 Novembre 2016 alle 17:51

I nipotini di Bill Gates non ci pensano proprio a ritirarsi fuori città

Foto di Darshan Simha via Flickr

Tira una brutta aria nella Casa. Alla vigilia dell’Election Day qui nella postazione californiana del Foglio sondaggi informali condotti tra gli startuppari danno in vantaggio Hillary. Siamo andati nel quartier generale di Clinton che è qui vicino su Van Ness, a prendere degli adesivi (mi hanno rifilato anche uno enorme del candidato locale della Clinton, che io girato l’angolo ho buttato nel cassonetto). L’umore comunque era buono. Nella casa, invece, sospetti e veleni. L’unica startuppara americana, Stephanie, è tornata nel suo midwest a votare e prima di partire faceva molto la vaga, dicendo che era ancora indecisa, e comunque per niente scandalizzata da una possibile vittoria di Trump. Sarà come quei democristiani che non l’avrebbero ammesso mai neanche sotto tortura? Intanto la ricerca della casa prosegue.

 

A differenza di altre bolle tecnologiche del passato, che pure sbocciavano da queste parti, i nuovi billionaires delle tecnologie non vanno a stare nelle campagne o nella Silicon Valley o nei suburbi universitari di Berkeley o Stanford: i nipotini di Bill Gates no, sono giovani, vogliono stare in città, uscire la sera, pure. Dunque fanno salire tutti i prezzi dei quartieri ex poveri e sgarrupati, Pigneti globali che da un giorno all’altro diventano preda di snobismo immobiliare. In media, una stanza in affitto viene millecinquecento dollari; un monolocale, da duemila dollari; un one bedroom, da tremila. Il bilocale, questo misterioso status symbol, sta sui cinquemila, qualcuno giura che esiste per davvero. Quando mi cacceranno dal mio kinderheim per startuppari pischelli dovrò trovare una sistemazione; ho tirato giù degli annunci da Craigslist, il Portaportese locale poi divenuto globale.

 

Forse per tamponare la solitudine e l’Iban, meglio una stanza, dunque vado a vederne una sontuosa da 1.900 in casa di uno psicanalista gay a Duboce Triangle, sopra Castro, tipo una Villa Riccio romana, quartiere sibaritico di villette di legno dove donne e uomini etero sono stati aboliti da tempo, ci sono solo uomini di mezza età con cani al guinzaglio, e negozi d’antiquario. La stanza ha il letto a baldacchino, la casa è un po’ il cottage di nonna Speranza o della contessa madre di Downton Abbey, ninnoli ma con juicio, la richiesta è 1.900 dollari, ma è già stata affittata, mortacci. Lo psicanalista è simpatico, è inglese, non ha mai fatto niente in vita sua, ha un tavolo pieno di prime edizioni di Evelyn Waugh e di Financial Times, ha votato per la Brexit e tifa per Trump. Dice che bisogna investire nell’oro, è molto depresso: San Francisco non è più la stessa, soprattutto vorrebbe insegnare psicologia alla locale università ma lamenta che non essendo di qualche minoranza gli fregano tutti i posti nelle graduatorie, essere gay non è più un asset, ci sono i neri e i transgender che si stanno prendendo tutto. Però per fortuna ha affittato il piano di sopra a uno della Silicon Valley per tremila dollari al mese, e dice che quello non viene mai. Ha una palma altissima in giardino, risparmiata dal Punteruolo Rosso.

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