Buttare via gli stereotipi e sperimentare l’underground

L’invito è: fate uno sforzo, non fate gli scettici. Non fatevi vincere dalla pigrizia. Mi capita spesso d’incontrare amici che mi dicono di aver letto le ultime puntate di questa rubrica e di essere stufi: possibile che si parli quasi sempre di musicisti sconosciuti e di dischi difficili da trovare?

15 Aprile 2014 alle 00:00

Buttare via gli stereotipi e sperimentare l’underground

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L’invito è: fate uno sforzo, non fate gli scettici. Non fatevi vincere dalla pigrizia. Mi capita spesso d’incontrare amici che mi dicono di aver letto le ultime puntate di questa rubrica e di essere stufi: possibile che si parli quasi sempre di musicisti sconosciuti e di dischi difficili da trovare? Dove sono finite le buone vecchie recensioni di una volta, dedicate regolarmente alle nuove uscite degli artisti noti, in un valzerino rassicurante e privo di scosse? Possibile che ci si debba calare nei panni degli esploratori, solo per il piacere d’ascoltare un po’ di musica nuova? O forse, e qui le allusioni sono esplicite, è colpa mia, che per snobismo o per ossessione, coltivo il piccolo campo ma dimentico i padri fondatori? Segue, ovviamente, esame di coscienza. Il risultato, all’incirca, è questo: se si è stati a lungo esposti all’ascolto di musica pop, si sono acquisiti parametri di conoscenza e indagine sofisticati. La reazione più frequente all’ennesimo prodotto di un artista molto noto è quella dell’abitudine: un affettuoso già sentito, che non porta avanti il discorso e spesso rasenta la noia. Lo spettro produttivo di un singolo artista ha limiti precisi e prevedibili (le eccezioni sono rare e meravigliose: chessò, Bob Dylan o i Beatles, ma non gli U2 o gli Stones. E comunque mai ci sogneremmo di non dedicare attenzione ai nuovi dischi del club dei maestri). Tutto il resto però, concedetecelo, è noia. E’ refrain. E’ culto, è vita di tutti i giorni. Non è ciò che ci attendiamo dall’insostituibile emozione di ascoltare musica nuova. Fine del sermone e invito: non perdete il gusto della scoperta, della ricerca, dello sforzo d’ascoltare lo sconosciuto. Sfuggite alla ripetizione. Le soddisfazioni dietro l’angolo sono infinite. Perciò ricominciamo da qui, anzi da uno strato più profondo del solito. Gli artisti di cui parliamo oggi appartengono a quello che definiremmo l’underground contemporaneo. Può esistere un underground nel superconnesso 2014? Artisti e addetti ai lavori rispondono di no. Noi pensiamo il contrario. Esiste, ma non ha i connotati distintivi che ne fecero un vero movimento fino a un recente passato. La sua caratteristica essenziale non è la trasgressione o la marginalità, ma l’intimità. Esiste in aree di produzione ultradomestiche, è fatto da individualisti o piccoli gruppi isolati, non minaccia ma racconta. Non siamo nella sfera della musica indipendente ma solo della musica per la musica. Dell’espressione. Come potete pensare che ciò non richiami la nostra attenzione? Ma ecco un paio di esempi per dar corpo al discorso. Tanto non ci sono più scuse: un qualsiasi Spotify può mettere chiunque in condizione di reperire istantaneamente questi dischi.
Per esempio dando una possibilità di ascolto a “The Redeemer”, il nuovo disco di Dean Blunt. L’inizio è soprendente: una ricca, morbida suite d’archi sulla quale, poco alla volta, Dean recita il proprio credo, “I Run New York”. Blunt è un caraibico che vive e lavora a Londra e che con la bionda d’origini russe Inga Copeland ha formato un collettivo variamente etichettato come “metamusic” o “hypnagogic”, ma che si pone a cavallo tra elettronica minimale, contemporanea, riadeguamenti della musica per film, citazioni di Debussy e anche di Terrence Blanchard, con periodiche sortite pop. Un pastiche intellettuale, a prima vista poco allettante, che si risolve in un album che è puro cibo per le orecchie e stimolo per la mente, ricco com’è d’invenzioni, spunti ed esplorazioni. Ripeto: sfidate il sospetto per ascoltare questa musica. Non ve ne pentirete.
Stesso discorso per un altro duo, questa volta canadese, i Majical Cloudz, che hanno appena pubblicato “Impersonator”. Anche qui minimalismo, elettronica scheletrica e campionamenti creativi con un fattore chiave: la voce potente del 24enne Devon Welsh, ideatore del progetto, nato nel suo studio casalingo di Montreal, dove studia storia delle religioni. Coi suoi toni baritonali larghi e avvolgenti, Welsh scrive un nuovo capitolo nell’evoluzione della torch song per il XXI secolo, declamando con sublime intensità lirica, su beat fluidi e lievi tappeti organistici. Una formula elementare, facilmente consumabile, suggestiva. Al punto che il progetto, partito per hobby, è stato intercettato dalla Matador, grande etichetta del panorama indipendente americano, e trasformato in vero prodotto musicale del quale “Impersonator” è il primo capitolo, affascinante e dalle ampie possibilità commerciali. Si tratta, alla fine, di dare una possibilità a chi muove i primi passi al di fuori dell’hype e del tribalismo promozionale. E’ un mondo creativo sconfinato, in continuo ricambio e pieno di sorprese. Bisogna aver la voglia di visitarlo. Lasciando indietro gli stereotipi.

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