Le ragioni per riascoltare, trent’anni dopo, una leggenda del rock italiano

Guarda un po’, capita di tornare a parlare di musica italiana quando, dopo averne letto confusamente, ci mettiamo a smanettare sull’iPhone, attivando il search di Spotify, fino a trovare l’album in questione.

3 Dicembre 2013 alle 00:00

Guarda un po’, capita di tornare a parlare di musica italiana quando, dopo averne letto confusamente, ci mettiamo a smanettare sull’iPhone, attivando il search di Spotify, fino a trovare l’album in questione, per poi sentircelo tre o quattro volte di fila venir fuori da quella deprimente fonte di ascolto, per di più sbracati su un letto d’albergo in una città dove non ci va per niente di stare. Del resto è a questo che ci indirizza la modernità, o forse sono personali strade al masochismo, ma importa pochissimo, perché vi raccontiamo la storia di una piacevolissima agnizione e quindi, gioiosamente, tutto finisce in musica e gloria. Insomma, si tratta del fatto che Federico Fiumani, leggenda vivente del rock italiano, indissolubilmente legato alla vetusta, ormai ironica etichetta di “new wave”, in quanto su quell’onda si fece conoscere trent’anni fa, guidando i Diaframma, asse portante dell’allora effervescente rock fiorentino. La vicenda di Fiumani di lì a oggi è stata lineare e appassionante, per come si è, anno dopo anno, tradotta nella migliore, flagrante incarnazione dello spirito indipendente della nostra musica, metà poeta e metà cantore, sempre fiero della sua libertà creativa, dell’esistenza ai margini di un mercato idiota e titolare di una produzione prolificissima, che qui approda con “Preso nel vortice” al 16esimo capitolo di studio – a cui vanno aggiunti live, antologie ed edizioni celebrative (come quella recente di “Siberia” opera seminale dei Diaframma anni Ottanta, col suo memorabile suono lunare e vetrificato). Il bello è che Fiumani, 53enne, si ripresenta uguale a se stesso, coerente e netto negli intenti, nella scrittura e negli argomenti. Uomini malandrini, romantici e inaffidabili, donne con la propensione a restare deluse, comunque sospettose, un momento raggiungibili e poco dopo lontane. Il tutto strutturato in 14 canzoni elettriche, suonate con formazione minimale a trio, ogni tanto un ottone e un’altra chitarra a dare spessore, partecipazioni di culto (Gianluca de Rubertis alle tastiere, Enrico Gabrielli a sax, Marcello Michelotti ex-Neon e Alex Spalck ex-Pankow – solo gli ultraquarantenni sobbalzeranno – e un parlato a effetto di Max Collini degli Offlaga Disco Pax) e, in risalto, a dominare il tutto come s’addice a un fine e scapigliato dicitore con ciuffo d’ordinanza, la voce forte, concitata e pressante di Federico, a raccontare storie notevolissime. Citiamo con entusiasmo il killer-tune “Claudia Mi dice” (“Con le mie amiche ermafrodite / caliamo il nostro asso di cuori / siamo tutte più o meno fans / del Teatro degli Orrori”), il grottesco inno “Ho Fondato un gruppo” che ci ricorda il brano che lanciò un’effimera band britannica, gli Art Brut, quando cantarono “Formed A Band”, dicendo “Amore non so quando è cominciato / più che altro ho smesso di comprare i tuoi dischi al supermercato”, cui Fiumani scherzosamente risponde “Non c’è cosa al mondo che più mi appassiona / che un delinquente che canta / che suona”. Poi la ballata per convalescenti “L’Amore è un Ospedale”, la demenziale “Ottovolante (Una Canzone per Piero Pelù)” dove ci si attenderebbero rivelazioni attorno a un’antica rivalità e invece tutto sfuma in un “Io e te sopra l’ottovolante”, la gaglioffa “L’Uomo di Sfiducia” (Tu non vuoi venire con me / perché dici che io vado con tutte…”) e la blueseggiante “Luglio 2010” (“Solo nei sogni esiste / quello che cerco / quello che chiamo / serenità”). L’insieme col solito, adorabile stile ruvido, introverso, sbrigativo e vagamente raffazzonato di Fiumani, il suo impeto, che v’accorgete di lui e già sta da un’altra parte, una convinzione che sembra una missione, certamente una vocazione e appartiene a tempi diversi da questi. Tutto il nostro affetto riconoscenza va a un artista così, al fatto che ci sia e ci sia ancora, che canti canzoni italiane fatte in questo modo e suonate come fa lui. Ci sembra un grande antidoto sotto forma d’essere umano, ci pare anche un esempio di stile e perfino un modello che bisognerebbe fare arrivare a quelli più piccoli, come una possibile alternativa, come l’eventualità di un percorso che eviti la vita a eliminazione del mondo “X-Factor”. Poi c’è tutto un discorso sulla voluta, acclarata imperfezione in cui Fiumani vive la sua musica, la frugalità – che a tratti dispiace – nel trattamento di certi brani, quella voracità che gli fa pubblicare dischi come noccioline, preoccupandosi sempre troppo poco di venderne almeno la metà di quanto meriterebbero. Ma il quadro chiamato Diaframma è fatto così, è un fotogramma mosso, è un gesto da sentire e vedere ed è anche un piccolo episodio d’eroismo del quale ci dichiariamo, periodicamente, fedeli fans. Basta dare un’occhiata alla bella, calligrafica copertina di “Preso nel Vortice”, con Fiumani e i suoi spigoli eternamente senza età, e i suoi musicisti dietro un po’ sfuocati, pronti a martellare il necessario. E’ una dimensione della musica italiana che, finalmente e una volta tanto, ci rende orgogliosi che esista.

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