Eminem. Ovvero come imboccare la mezza età e riuscire a provare l’esistenza di un genio purissimo

La vita a quarant’anni suonati è davanti  a un bivio impegnativo, per l’uomo chiamato Eminem, al secolo Marshall Mathers. Come imboccare la mezza età e le obliquità che ne conseguono, dal momento che, malgrado tutto, si vive ancora sotto forma d’icona di una musica piena di condizioni e definizioni come il rap?

26 Novembre 2013 alle 00:00

La vita a quarant’anni suonati è davanti  a un bivio impegnativo, per l’uomo chiamato Eminem, al secolo Marshall Mathers. Come imboccare la mezza età e le obliquità che ne conseguono, dal momento che, malgrado tutto, si vive ancora sotto forma d’icona di una musica piena di condizioni e definizioni come il rap? Prenderla con filosofia e scegliere la strada del “classico”, iniziando a mettere in scena una rappresentazione tematica di se stesso, per tutto il tempo che durerà, in infinito déjà vu – malinconicamente stantio? O provare la difficile sfida della contemporaneità, entrando fino in fondo nella parte del Padrino, convivendo con la scena dei giovani leoni, che hanno la metà dei suoi anni, uno slancio diverso, un vissuto più compresso, un’immaginazione e dei riferimenti che ruotano altrove rispetto a lui, degno figlio del Novecento, con un carico esistenziale ingombrante quanto un Tir, sprofondato ben dentro la storia della decadenza della sua città Detroit, di cui Eminem è il figlio imperfetto e simbolico? Marshall risponde a questa incertezza in un modo intelligente, raffinato e rivelatore. E lo fa, in fondo, senza inventare niente, anzi, restando coerente con quanto ha prodotto artisticamente dagli inizi. A dispetto delle sue schizofrenie da scena pubblica, dei periodici annunci di ritiro, dei rientri detti e negati, delle sparizioni, dei periodi di riabilitazione e delle ricadute, di tutto quello zigzagare esistenziale che altro non è che la sua inestirpabile natura, Eminem ha ripreso a essere un cantante rap continuando dove aveva lasciato negli ultimi momenti di lucidità, riprendendo le vesti di narratore, sceneggiatore di una storia lunga quanto la sua vita, della quale ha eletto protagonista il suo alter ego chiamato Slim Shady, che altri non è che lui allo specchio, col coraggio di guardarsi negli occhi e di vedere cosa diavolo ci sia dentro. E di raccontarne le ansiogene, patetiche, terribili gesta, nel vortice della città e dei bisogni, dei desideri e delle voglie, soprattutto degli istinti dei peccati, dei vizi e dei pensieri turpi e disciolti, di rabbia, pentimento e autodistruzione. Dunque un nuovo grande romanzo di psicotico malessere americano, in versione decisamente adulta adesso, con un titolo volutamente privo di fantasia, “The Marshall Mathers LP2” (come dire: occhio, le questioni e le menate sono le stesse, è la cornice che cambia, ma se siete già stati qui, bentornati all’inferno della vita senza senso di una squadra di perdenti dissoluti – misteriosamente, artisticamente affascinanti). Il bello è che tutto ciò viene messo in scena con lo splendore, il talento, la grandiosità visionaria, la fantasia musicale, visuale, coreografica del più grande e stravagante rapper della storia (e tecnicamente virtuoso: preparatevi a sentire un’esibizione di acrobazie verbali/linguistiche senza precedenti…), il tutto applicato alle vicende del solito puerile cretino che Eminem ha scelto d’incarnare per diventare un eroe. Tornano i luoghi comuni dei suoi pezzi, che ormai sono una più generale materia condivisa dell’intera questione hip hop: lo svacco offensivo e odioso verso le donne, la madre e l’ex moglie in testa, le raffiche d’insoddisfazione, incomprensibile se non in base all’invincibile ignoranza nella quale sostiene di crescere nella sua America da trailer park, la testa che scoppia, i soldi, il successo, la sfiga, l’invidia e l’esibizionismo. Un panorama d’eterna, rassegnata immaturità, che Eminem continua a condividere senza scetticismi, con rassegnazione, aprendo il disco con una scena a effetto immediato. contenuta nei sette minuti di “Bad Guy”: è il fratellino di “Stan” a beccare Slim Shady, a chiuderlo nel baule della sua macchina e a portarlo a spasso per un ultimo giro per Detroit, prima di mettere fine ai suoi giorni, un tour d’addio durante il quale, ovviamente, gli rifà ascoltare per intero “The Marshall Mathers Lp”, l’antesignano di quest’album e l’origine del personaggio e del mito di Eminem. Da qui, l’album decolla con la potenza e la vastità di un’opera lirica, il che permette di ammirare l’ampiezza espressiva raggiunta da questa musica, grazie alla sua capacità di contaminarsi e reinventarsi continuamente, assorbendo i fatti e i suoni del presente. Pochi ospiti: Rihanna in “The Monster” che è il potente singolo commerciale tratto dall’album e Kendrick Lamar, unico rapper ammesso a competere col maestro, in quella che è un’autentica investitura per il nuovo fenomeno di Los Angeles. Per il resto è Eminem a imperversare, rappando, declamando, gorgheggiando, gridando, canticchiando – recitando istrionicamente, soprattutto. Un fenomeno. Chi avrebbe potuto supporre che, dopo tanti colpi andati a vuoto e altrettante false partenze, Eminem a 41 anni sapesse concentrare un simile apparato musicale in un disco così divertente ed elettrizzante? Niente da fare: l’età non c’entra, la caratterialità nemmeno. Questo è un genio, e che i guardiani celesti della musica ce lo conservino.
 

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