Le prodezze di Byrne e le ballate di Onyeabor

Eccoci già a riparlare di David Byrne, per un’altra prodezza appena espressa dalla Luaka Bop, la sua etichetta specializzata in scoperte dei suoni del mondo. Questa volta David e i suoi sembrano averla architettata bene, creando un hype che si sta diffondendo rapidamente.

12 Novembre 2013 alle 00:00

Eccoci già a riparlare di David Byrne, per un’altra prodezza appena espressa dalla Luaka Bop, la sua etichetta specializzata in scoperte dei suoni del mondo. Questa volta David e i suoi sembrano averla architettata bene, creando un hype che si sta diffondendo rapidamente. Al centro della storia c’è un personaggio fantomatico, talmente improbabile da potere perfino essere autentico, o forse no, magari solo un’invenzione della quale presto ci riveleranno l’arcano. Il tutto è ambientato in Africa, terreno d’esplorazione prediletto da Byrne e nel cuore dei musicisti di Soho, da John Zorn al trapiantato Eno, a giudicare da come Juju, Apala, Highlife, Soukous e gli innumerevoli filoni espressivi dell’African funk, siano sempre accolti con ammirazione tra i grattacieli di New York City. Creando, ad esempio, le premesse per questa apparente riscoperta d’un musicista nigeriano dimenticato, attivo durante gli anni Settanta e che risponde al nome di William Onyeabor. Va detta una cosa: a dispetto degli entusiasmi dei ricercatori americani della Luaka Bop, per noi non esiste speranza, nel consumare musica di questo genere, al di là del più puro e modesto spirito turistico. Troppe cose ci sono estranee della società nigeriana, degli stili di vita a Lagos, delle dinamiche della scena musicale locale, delle contaminazioni, degli intrecci, dei generi, dei sottogeneri e di tutte le relative motivazioni artistiche. Vista da qui, la musica africana è proprio quel continente sconosciuto a cui si fa riferimento negli stereotipi, per cui una vicenda così non possiamo che seguirla candidamente, con l’entusiasmo e la creduloneria del caso. Ma insomma, dicono gli esperti, questo William Onyeabor, davvero una quarantina d’anni fa da quelle parti fu un protagonista. Dal punto di vista musicale perché era uno sperimentatore, anzi un iniziatore: lui, per primo, aveva approfondito l’utilizzo del nuovo strumento dell’epoca, il sintetizzatore, in particolare col modello seminale Minimoog (di cui – sempre “forse” – era il rappresentante commerciale per il suo paese), e ne aveva fatto il proprio strumento solistico nell’esecuzione delle lunghe song in cui cantava con voce sottile e semi infantile. Dai solchi di “Who Is William Onyeabor?” l’album della Luaka Bop che rilancia il personaggio e ne alimenta il mito,  traspira una eccezionale musicalità, neppure sciupata dalla discutibile qualità sonora delle registrazioni, ricavate non dai veri master, andati perduti, ma ricavate copiando vecchi vinili. Insomma, la nostra curiosità verso Onyeabor è stata stuzzicata al punto giusto, e dunque, ascoltando le sue liquide ballate danzabili, abbiamo cercato di saperne di più. E la biografia che ne emerge, a sua volta sembra partorita da uno dei tanti bravi e fantasiosi romanzieri di Lagos (del resto la scorsa estate, il libro che ci ha deliziato più d’ogni altro, non è stato “Americanah”, il bel memoir di Chimamanda Ngozi Adichie?). Insomma pare che il giovane William sia nato nella città di Eunugu, nella Nigeria sudorientale, e abbia svolto studi di cinematografia nell’allora Unione sovietica. Che poi sia tornato in patria e qui abbia cominciato a produrre colonne sonore per l’allora fiorente industria dei film. Che a quel punto abbia fondato una sua etichetta e un proprio studio di registrazione, pubblicando otto album a suo nome, accolti trionfalmente. Ma che a quel punto sia stato colpito da una profonda crisi religiosa, sia “rinato” nel nome di Cristo, abbia abbandonato la musica e si sia dedicato interamente alla diffusione del verbo. E che da tempo sia tornato a vivere a Enugu, dove sarebbe proprietario di un mulino e di un internet café, rifiutando di farsi avvicinare da chiunque gli voglia parlare di musica. Se a questo punto avete voglia di approfondire ancora, leggetevi le note che accompagnano la stravagante riapparizione americana di William Onyeabor. Capirete come gli stessi curatori dell’antologia non siano riusciti a saperne di più, nonostante siano arrivati fino in Nigeria per seguirne le tracce, lungo le strade sterrate di Eunugu. Si direbbe, che l’uomo che hanno comunque avuto modo di conoscere e di (tentare di) intervistare, non fosse che un parente lontano del musicista smagliante che ascoltiamo nel disco e che ammiriamo sulla copertina, con quel buffo cappello da cowboy e il sorriso malandrino. Un uomo oggi disinteressato alla musica, che a malapena si ricorda del successo che lo circondò, che guarda programmi religiosi in tv e si occupa della sua comunità. Il resto è il passato. E a ben vedere, in tutto ciò, mentre restiamo ipnotizzati dalla liquida bellezza della sua musica, c’è una lezione. Il sapere andare oltre, il non soffermarsi più del necessario, perfino nella contemplazione della bellezza. In questi giorni di condiviso cordoglio per la morte di Lou Reed e di presa di coscienza dello sfaldamento di quello che un tempo fu il regno del rock, questo messaggio non può che farci del bene.

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