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Nuove band e vecchi motivi. L’indie rock che attira, i rituali noiosi, i modelli che mancano

Accidenti, che diavolo sta succedendo tra il sottoscritto e la musica indipendente – che sia americana, tremendamente inglese e poi anche quella nostrana e tricolore? Sono ormai un bel po’ di mesi che semplicemente non la sopporto più.

di Stefano Pistolini

6 Agosto 2013 alle 20:23

Accidenti, che diavolo sta succedendo tra il sottoscritto e la musica indipendente – che sia americana, tremendamente inglese e poi anche quella nostrana e tricolore? Sono ormai un bel po’ di mesi che semplicemente non la sopporto più. Aspettate: mi riferisco ai grandi numeri, a ciò che accade “di norma” quando mi avvicino a un nome nuovo o a un ritorno dopo un esordio per qualche verso incoraggiante, non esattamente a tutto ciò che di musicale viene prodotto al di fuori del circuito delle majors (dove le cose vanno semplicemente… peggio!) ma a un’atmosfera predominante. E parlo di band. Di prodotti della ricerca in ciò che potremmo identificare “postrock”, suoni elettrici intimi e contorti, con una gran voglia di canalizzare una qualche angolare creatività artistica e, apparentemente, con finalità commerciali scarse o secondarie. Brooklyn, no? Oppure Richmond, Madison, Orange County e ovviamente le puzzolenti cantine di Camden e di Londra nord. Dove sempre nuove schiere di ragazzini assaporano il brivido del poter dire “sì, adesso anch’io suono in una rock’n’roll band”. Questi album che spuntano copiosi nei negozi o in rete adesso mi attraggono poco, contrariamente a quanto invece fanno, sempre di questi tempi, le uscite dell’hip hop, della dance e perfino certe cose di solitari, liquidi cantautori o di azzimati country singer. Insomma, se sono gruppi già conosciuti, fatico a tornarci, a meno che di loro non ricordi qualcosa di recente che davvero mi abbia commosso o convinto – chessò… My Morning Jacket, Vampire Weekend, Grizzly Bear, roba, questa, ormai di calibro internazionale. Se sono dei debutti, a primo acchito è meglio, m’avvicino speranzoso. Ma poi non funziona quasi mai. Cosa c’è che non va più giù di quei giri di chitarra dissonanti e ridondanti, di quelle ouverture che sembrano già essere state suonate tutte dai Nirvana, in quei cantati singhiozzanti e timorosi, certe volte pure antipatici, in quei pezzi costruiti in modo bizzarro, ma spesso punitivo per chi ascolta, perché sembra che sia il narcisismo a prevalere, l’indifferenza per l’ascoltatore, un perverso, ingenuo esoterismo dei messaggi da dire, ammesso ce ne siano. Ma basta chiacchiere. Facciamo ancora un altro esperimento e vediamo come va, perché questa crisi la devo superare, mica posso sputare nel piatto dove per tanto tempo ho mangiato e qualche volta perfino ho sognato. Prendiamo un disco di cui adesso si parla parecchio: si chiamano Speedy Ortiz e sono diventati un gruppo da poco, dal momento che inizialmente si trattava più che altro del nome d’arte del progetto solistico della vocalist Sadie Dupuis, originaria del Massachusetts, che per sostenere degnamente “Major Arcana”, ora si è dotata di un valoroso trio di accompagnatori. Il risultato a prima vista è attraente: copertina ben fatta e ammiccante, facce che ti fa piacere guardare, un attacco inconsueto – e, ciò va detto a onore di Sadie e dei suoi, un album che dall’inizio alla fine ha un bel valore nei testi, insoliti, spiritosi, originali, seppure in quell’autoironico solco del cosmico deplacement dei creativi musicali alternativi, che confina con una sfiga infettiva. Il fatto, man mano che si consumano tracce nelle quali, ad esempio, la Dupuis ci racconta della volta che s’è fratturata il ginocchio e ha passato l’estate sulle grucce, sopportando le canzonature degli amici, il fatto è che le canzoni denotano una forma musicale che adesso ci sembra incongrua, per quanto appartiene a un passato consumato, e poi ci sembra ostinata, per come ripropone spigolose, fastidiose introversioni, ci sembra ingenuamente arrogante, per quanto si sente necessaria e sufficiente per proporsi pubblicamente, riproponendo una combinazione di suoni, parole e immagini già fatta un milione di volte, priva di stimoli e sorprese, prevedibile e perfino rituale, oppure soltanto semplicemente, ingenuamente, inutile. Ecco, forse di questo si tratta: scoprire, e verificare in un numero di casi che sta diventando pericolosamente alto, l’inutilità della ripetizione, sebbene paludata di giovanilismo e mascherata da gesto liberatorio, da formato d’espressione spontanea, intensa e disinteressata. In effetti, semplicemente, la musica – quella di Speedy Ortiz, ma per carità non crocefiggiamo loro, perché è un’attitudine quella che vogliamo mettere in discussione – è una replica senza importanza, di un gesto ormai così consumato da essere puro cerimoniale, come quelli del prete sull’altare. Siamo delicati, forti e liberi, ci ribadiscono: no, ragazzi, non basta più sentirvelo dire. Le vostre canzoni ora sono rituale, non ricerca. E la cosa sconfortante è che le eccezioni sono sempre più rare, casuali. E che l’indie rock del presente ci annoia e non ci attira. Che fare? Sentire altro. Discutere. Non smettere di dar loro chance, ma inchiodarli all’indolenza e alla pura descrittività. Loro aderiscono a un modello. A noi, i rompiballe, il compito di stuzzicarli. Per vedere se saranno capaci di svilupparne nuovi di modelli. Finalmente, i loro.

di Stefano Pistolini

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