Una ragazza che viene da Brooklyn e l’erede di Kurt Cobain

 

Un uomo e una donna. Come quel vecchio film di Lelouch, con l’indimenticabile soundtrack firmata Francis Lai. Due nomi da scoprire della musica americana, grazie a due dischi riusciti. Precedenza alle signore.

14 Maggio 2013 alle 00:00

Un uomo e una donna. Come quel vecchio film di Lelouch, con l’indimenticabile soundtrack firmata Francis Lai. Due nomi da scoprire della musica americana, grazie a due dischi riusciti. Precedenza alle signore. Lei si chiama Laura Stevenson, songwriter di Brooklyn, che non si è fatta pregare per darsi da fare quando il quartiere di Nyc è diventato la capitale mondiale della musica, all’alba del Terzo millennio, venendo inizialmente paragonata ad altre stravaganti stelle nascenti del cantautorato d’oltreoceano come Regina Spektor e Joanna Newsom. Laura ha militato in una serie di ensemble aperti della scena locale, quelli alternativi e impegnati, quelli dei concerti negli appartamenti e delle risonanze con Occupy. Quando si è sentita abbastanza forte, ha pubblicato il primo album solista, incanalando il suono nel solco frequentatissimo dove confluiscono country e punk che, in apparente contraddizione con la storia di queste musiche, si è di nuovo rivestito di contemporaneità. Adesso Laura presenta “Wheel”, terzo titolo della sua produzione e secondo per la Don Giovanni, label della Grande Mela che si sta facendo notare. La maturazione artistica di questa ventottenne è piuttosto impressionante, nelle tracce d’un album attraversato da profonde inquietudini esistenziali, com’è costume per una moderna cantautrice americana, cronista d’elezione della condizione femminile tra i marosi del suo strano presente nazionale – già, che fare? nascondersi dal mondo? mascherarsi? convivere col disagio o andar via? Di questi cosmici interrogativi, innocenti, lievi, inutili e belli vivono le sue canzoni. Fin quando, in “Swim Swim”, il suo immaginario cinematografico esplode nella storia di un terremoto che si divora la California.
Due cose in particolare rendono “Wheel” un disco verso cui fare uno sforzo: la perizia, se non il virtuosismo vocale della Stevenson, che fa correre la sua ugola sottile e cinguettante su e giù per scale, timbri e toni, instancabile, appassionata e con qualcosa di particolare dentro – una specie di missione emotiva e speciale. Secondo fattore d’eccellenza è il suono della band che accompagna Laura lungo 13 canzoni, ciascuna delle quali strutturata e ben sviluppata. La stampa americana, per sottolineare questa unità d’intenti, ha tirato fuori il paragone con Rilo Kiley, splendente band losangelina in cui la vocalità di Jenny Lewis e il talento di Blake Sennett crearono un sodalizio magnifico, quanto effimero. Ecco “Wheel”, nonostante torni ripetutamente agli intimismi di certo folk anni Novanta e al gusto punk dell’inno perfetto per l’apogeo d’un indimenticabile festival rock (“l’estate fa male!”, canta nel ritornello di “Runner”), è uno di quegli album mezzofondisti a cui ci si può legare in modo sbalorditivo: perché porta dentro lo stesso slancio di un romanzo piccolo e perfetto, di un memoir toccante e coinvolgente, di una storia di giovinezza che tramonta e dei tentativi inutili che noi tutti facciamo per restarle disperatamente aggrappata.

Andare avanti, facendo proprio il passato
Anche nel caso dell’artista maschile di oggi si parla di un talento prezioso che sta emergendo rapidamente. Dobbiamo spostarci sull’altra costa, nell’assolata California meridionale a cui appartiene, biograficamente e artisticamente, Mikal Cronin. Cresciuto con robusti studi musicali che costituiscono oggi l’ossatura di uno stile poi andato su strade di solito battute da autodidatti e autarchici, come quel Ty Segall di cui qui non ci siamo ancora accorti, ma che sulla West Coast è considerato il primo legittimo erede di Kurt Cobain. Cronin è stato il chitarrista di Segall per un paio di stagioni, facendo in tempo ad apparire su un pugno di quei vinili che, forsennatamente, il compare rovescia sul mercato. Poi è andato per la sua strada, più sofisticata, meno viscerale, meno neogrunge, infinitamente più connessa alla musicalità locale dell’ultimo mezzo secolo, con particolare attenzione agli exploit delle surf band dei primi Sessanta e alla psichedelia della Golden age della costa. Il fatto è che Cronin sembra possedere un istinto naturale per il pop nella sua essenza più semplice, immediata e irresistibile, e poi pare sappia plasmare questa materia con una raffinatezza artigianale, in perenne equilibrio tra il citazionismo, il gioco delle risonanze e delle evocazioni e la rappresentazione diretta dell’universo estetico e psichico d’una vita nella nowhereland a sud della Città degli angeli. Tra languori postadolescenziali e nucleari scosse liberatorie, “MCII”, suo secondo album solista, è il lavoro di uno sperimentatore e di un nuovo filosofo del suono elettrico americano. Che fa certamente il paio con quanto Matthew E. White sta facendo artisticamente sull’altra sponda della nazione. Spingere intensamente in avanti, però facendo proprio il passato. Mantenere e rinnovare, superare e poi ritornare. Percorsi emozionanti e in divenire. Che fanno pensare, chessò, a un Bon Iver (per dire un nome) già come a un classico stagionato. E al futuro come a un lontano west tutto da esplorare.

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