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In Italia la musica si divide in prima e dopo Berlusconi

Parliamo di voci italiane, o per essere più precisi, di filoni stilistici, di modi interpretativi che per un certo periodo di tempo si sono imposti, hanno creato un genere, un’impronta locale di cantare il rock.

14 Giugno 2011 alle 00:00

Parliamo di voci italiane, o per essere più precisi, di filoni stilistici, di modi interpretativi che per un certo periodo di tempo si sono imposti, hanno creato un genere, un’impronta locale di cantare il rock. Avete presente, a fine Novecento, quando i fiorentini Litfiba erano considerati il gruppo nostrano di maggior successo, quella vocalità particolare di Piero Pelù, maschia, stentorea, altamente declamatoria, di gola e di dramma, una storia di sopracciglia corrugate, polmoni rigonfi e un certo qual gusto per il melò. Beh, divenne appunto un filone, accoppiato a un suono che lo sosteneva da par suo, magniloquente, rumoroso, elettricamente teatrale. Per un po’ in tanti cantarono come Pelù, fieri e sgolati. Poi finì, passò, anzi divenne perfino un po’ caricaturale, come del resto avvenne altrove, dove si era cantato allo stesso modo, a pieno mantice e gestualità esagerata – presente, chessò, i Simple Minds o gli Spandau, i Killing Joke o i Big Country? E adesso? Tutt’altra storia. Diversissimo.

Il canto pop-rock dell’Italia berlusconiana (sì perché lo slittamento è coinciso – non chiedetemi perché – più o meno con l’ascesa del Cavaliere) è praticamente il contrario di quanto sopra, ma non per questo però, col passare del tempo, non finisce per appiattirsi in un genere decentemente codificato, soprattutto con tipo di attitudine e di atmosfera che pare condivisa da un numero crescente d’interpreti. Adesso a comandare è il laissez-faire, il canto apparentemente distaccato e distratto, la vocalità pigra e scivolosa, un modo di dire le cose come senza sforzarsi, di pronunciare pure cose tremende e ricostruzioni di sciagure con la più spietata lontananza, il fatalismo. Lo chiameremo il “cantare astratto”, perché ci fa pensare a quelle caricature degli artisti fatte nei film comici italiani anni Cinquanta, chessò “L’imperatore di Capri” tutti stravaganza e atteggiamento. Ma mica vogliamo denigrarlo, perché poi ci piace, ci ipnotizza, si fa ascoltare e perfino un po’ invidiare. Solo che contiene una certa percentuale di posa, che poi si nota di più quanto s’ingrossa il numero di adepti e praticanti. Qualche esempio? Il modo di cantare che accomuna Francesco Bianconi dei Baustelle (a proposito: complimenti per il bell’esordio narrativo con “Il regno animale” – leggetelo se vi capita, perché in fondo rientra in questo discorso di “generi”) con Manuel Agnelli degli Afterhours, con Tommaso Cerasuolo dei Perturbazione e Vasco Brondi de Le luci della centrale elettrica (di solito, tra l’altro, come capostipite della tendenza viene identificato un apparente outsider come Max Gazzè: che sia tutto un suo complotto?) e anche OfflagaDiscoPax.

Costoro sono tutti poeti veri e contemporanei, ma il modo che hanno di porgere le loro liriche si è progressivamente omogeneizzato (ma anche i beats, dopo un po’, recitavano tutti allo stesso modo) facendo della noncuranza il loro fattore stilistico dominante. E non che nelle parole che dicono ci vadano leggeri, tutt’altro: è grazie a loro, a parer mio, che abbiamo un ritratto emotivo calzante delle silenziose classi italiane attorno ai trent’anni. La ritraggono e ne narrano le gesta, comiche e tragiche, ma comunque coi timbri della leggerezza, della trascuratezza, certamente dell’apparente indifferenza (che confina, e ciò ci piace, con la consapevolezza di quanto gli eroismi siano inutili e vistosi). Tutto questo ragionamento ci è venuto in mente in questi giorni, dal momento che abbiamo dato ascolto all’album della discografia indipendente italiana del quale si parla di più al momento “Il sorprendente album d’esordio de I Cani” a opera appunto della mistery-band de I Cani, in circolo da un annetto con il pezzo-provocazione “I pariolini di 18 anni”, e ora protagonisti di un notevole caso di hype almeno in ambito underground, per la rivelazione della loro identità, d’altronde imminente dal momento che per l’estate hanno già in programma una mezza tournée nazionale. 

Due cose, perciò: su una base punk parecchio tirata via che ci ha fatto tornare in mente i Prozac+ che ci piacquero assai proprio per la loro adesione al dettato di nonchance di cui si parla qui, la voce dei Cani racconta storie spassose (e ovviamente terribili) in una città pericolosa e inevitabile. L’ascolto è, al tempo stesso, fastidioso e magnetico, ergo tanto di cappello. Ma, soprattutto, il mister X al microfono, per quanto abbia scelto di giocare a nascondino, poi si è subito assoggettato all’omologazione allorché si trattava di decidere come pronunciarle le proprie sentenze. Anche lui figlio del nichilismo estetico che pare sinonimo di coolness al presente italiano. Non che qui, comunque, si vogliano tranciare giudizi e sentenze. Ci interessava sottolineare un modo che si condivide, che poi chi legge può scegliere di discettare sulle sue cause. E comunque il disco dei Cani è una novità da tener d’occhio, in attesa di guardare le bestie dritto negli occhi.

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