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Il digital enabler italiano e il braccialetto che serve a prevedere attacchi epilettici

2 Aprile 2015 alle 06:18

Cari lettori, aiutateci a raccontare le più belle (o peggiori) start up italiane. Segnalateci a startup@ilfoglio.it le storie imprenditoriali più interessanti, curiose e assolutamente da conoscere. Fatelo in non più di 5 righe (le email più lunghe non verranno prese in considerazione), fatelo adesso. Noi sceglieremo le migliori e proveremo a raccontarle qui.


In Italia a oggi ci sono oltre 3.600 start-up innovative iscritte nel registro delle imprese, la maggior parte si trova in Lombardia. Bisogna subito precisare che il numero delle start up è superiore a quello presente nel registro delle imprese perchè quelle che si trovano nel registro hanno delle specificità: ultimo bilancio minore di 5 milioni di euro, sono costituite e svolgono l’attività da non più di 48 mesi, hanno la sede principale in Italia e altre caratteristiche. La domanda che tutti si pongono, specialmente i non addetti ai lavori è la seguente: cos’è una start up? Per anni gli addetti ai lavori hanno dato definizioni diverse, alcune molto contraddittorie, altre poco chiare.Ma quindi cos’è una start up? Una idea innovativa? Una piccola impresa? Una impresa che ha pochi dipendenti? Risposta precisa non esiste, anche perchè se parliamo per esempio di valutazione di aziende, Xiaomi produttore cinese di cellulari è valutata 41 miliardi di dollari e vendite per oltre 4 miliardi di dollari nel 2013, ma nonostante questo è definita una start up. Evernote, nota azienda hi-tech statunitense, nonostante sia sul mercato da oltre cinque anni viene considerata una start up. Premesso tutto questo, sia in Italia che nel resto del mondo ci sono delle realtà interessanti che vale la pena raccontare. In Italia l’azienda Alkemy è un digital enabler, ovvero aiuta le realtà italiane a connettersi in rete in modo professionale. Dallo sviluppo di strategie, a siti internet, ad applicazioni per smartphone e indossabili: nata soltanto due anni fa, oggi ha oltre 200 dipendenti, è già alla seconda acquisizione e fattura oltre 30 milioni di euro l’anno con una proiezione di crescita ed espansione internazionale molto incoraggiante. Alla guida di Alkemy c’è Duccio Vitali come amministratore delegato, in passato manager nel colosso della consulenza Bain & Company. Nel gruppo Alkemy è presente anche la TSC Consulting arrivata sul New York Times e sul Guardian per aver realizzato una applicazione per i Google Glass dedicata al teatro Turandot di Cagliari: il primo spettacolo dove gli artisti indossavano gli occhiali intelligenti.

 

Un’altra importante realtà italiana è Empatica, impresa di menti italiane con esperienze importanti all’estero. La start up focalizzata nel settore e-health, realizza dei braccialetti indossabili capaci di acquisire e analizzare segnali fisiologici di chi lo indossa per fare ricerca o aiutare nella prevenzione di attacchi di epilessia. Importanti realtà come la Nasa, Microsoft, Intel e numerose università statunitensi sono già clienti e il futuro per questa impresa guidata da Matteo Lai sembra essere interessante.

 

Il fenomeno Periscope

 

Nel frattempo dall’altra parte del mondo, precisamente negli Stati Uniti è iniziata la video streaming mania. Due applicazioni, Meerkat e Periscope, stanno letteralmente facendo impazzire addetti e non addetti ai lavori. Queste due start-up offrono la possibilità con i propri smartphone o tablet di diventare citizen journalist, ovvero con un semplice click quello che vedono le nostre fotocamere lo vedono potenzialmente altri miliardi di utenti con accesso a internet. In realtà l’idea dello streaming dei video immediato non è nuova, ma quello che differenzia queste due app dalle precedenti è il design innovativo, la semplicità di utilizzo e l’idea di collegarsi a Twitter per poter attrarre gli utenti del social network.

 

Twitter è oramai noto a tutti, è diventato punto di riferimento per organizzazioni, governi, personaggi famosi. Gli annunci si fanno su Twitter, le breaking news si scrivono su Twitter, tanto che Twitter ha deciso di vendere i cinguettii alle aziende che intendono fare intelligence analysis, ovvero estrarre dai tweet e da chi li ha scritti informazioni utili per vendere un prodotto, per fronteggiare il crimine o per sapere chi vincerà le elezioni.

 

Sia Meerkat che Periscope sono due ottimi prodotti, ma il secondo è di proprietà di Twitter e quindi per Meerkat la strada si fa leggermente in salita. Non è chiaro ancora quale sia il modello di business delle due applicazioni, domanda che probabilmente resterà senza risposta per un bel po’: infatti l’evoluzione dei modelli di business legati alle applicazioni che noi oggi utilizziamo sui nostri smartphone e tablet è in continuo cambiamento. Mentre per Periscope il problema diventa secondario adesso che fa parte della famiglia Twitter, per Meerkat potrebbe diventare un problema importante. Vae la pena ricordate che moltissime applicazioni popolari a livello mondiale non hanno avuto un modello di business efficace da subito: la stessa Whatsapp nei primi sei mesi del 2014 ha perso oltre 200 milioni di dollari incassandone appena 15. Nessuno però si sognerebbe di parlare di fallimento, visto che WhatsApp fa scambiare oltre 30 miliardi di messaggi al giorno e nel grande puzzle di Facebook è un tassello vincente.

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