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Morello e Testa dal ring alla vita. I due pugili su raccontano
Gli atleti smontano i cliché sulla boxe: non salva tutti, ma può cambiare chi vuole. Testa torna sul ring, si affida a Cammarelle e punta all’oro olimpico
18 APR 26

Dario Morello e Irma Testa durante l'evento Il Foglio a San Siro 2026 (foto di Fabio Bozzani)
Si fa presto a dire pugile. Gli ultimi fatti di cronaca hanno affibbiato questa etichetta a un ex frequentatore del ring (ma spesso quelli che vengono definiti “pugili” in questi contesti, i pugni li hanno tirati solo per strada) protagonista di violenze efferate. Poi però vieni a Il Foglio a San Siro e sul palco all’interno del Meazza trovi due veri boxeur e scopri che i pugili sono tutt’altro. Dario Morello, 32 anni, campione europeo Silver dei medi, e Irma Testa, 28 anni, prima pugilessa azzurra alle Olimpiadi e prima a vincere una medaglia, uniscono personalità e parlantina sciolta. Dario è partito dalla Calabria per trasferirsi a Bergamo, Irma dalla Campania per arrivare ad Assisi dove nei raduni federali ha incrociato anche Morello coltivando una stima reciproca. Eccoli a ruota libera a parlare di boxe.
Dario Morello, che il 23 maggio difenderà il titolo con il fiorentino Paolo Bologna (“Non ci siamo simpatici”) nel Taf 13 all’Allianz Cloud di Milano e sogna un derby in Italia con l’astigiano Etinosa Oliha, co-sfidante al titolo mondiale, ha la sua visione delle cose: “Non dobbiamo assegnare alla boxe un potere salvifico. Il pugilato può essere un grandissimo strumento, ma noi pugili paghiamo questo affidamento di ruolo come se il ring fosse una pozione miracolosa. La verità è che la boxe migliora le persone buone che non fanno notizia, ma non fa miracoli con le persone cattive che restano tali. Altrimenti basterebbe mandare i malviventi, anziché in carcere, direttamente in palestra e diventerebbero tutti Santa Teresa di Calcutta. Questa retorica ci danneggia: si può fare pugilato anche senza salvare nessuno”.
Irma Testa, che dopo otto mesi di stop tornerà sul ring il 12 maggio in Serbia, ha vissuto sulla sua pelle cosa significa crescere in un quartiere difficile e trovare la strada giusta attraverso la boxe: “Quasi sempre, quando si parla di pugili nei fatti di cronaca, non ci si riferisce a tesserati della Federazione, bisognerebbe stare più attenti a usare questa espressione. Però penso che intervenendo nella fase preadolescenziale la boxe può ancora fare qualcosa. Da adulti non si cambia ma il bambino con la pratica sportiva, non solo la boxe, può diventare migliore. Io senza la boxe non sarei qui, la mia vita sarebbe stata più dura”.
Ma la festa del Foglio ha portato anche notizie importanti per la boxe italiana. Per seguire il percorso che per ora prevede la partecipazione alle World Boxing Series di giugno a Guyiang in Cina e ai Giochi del Mediterraneo, la Testa ha scelto di affidarsi a un allenatore d’eccezione. “Ho fortemente voluto al mio fianco Roberto Cammarelle, il miglior dilettante italiano, l’unico ad aver vinto tre medaglie olimpiche. Dopo la delusione di Parigi avevo deciso di smettere ma portando i ragazzi a combattere nel mio nuovo ruolo di allenatrice è scoccata di nuovo la scintilla e mi è tornata la voglia di salire le scalette del ring. Mi allenerò ad Assisi con l’obiettivo di vincere a Los Angeles 2028 l’oro olimpico che ancora mi manca. Ho analizzato la delusione di Parigi e penso che sia mancato qualcosa a livello di squadra perché avevamo le potenzialità per fare meglio. Dobbiamo avere l’umiltà per capire dove abbiamo sbagliato: io, per esempio, ho fatto pochi “sparring”.
Irma è stata prima in tutto: prima azzurra alle Olimpiadi, prima a fare outing e prima (o una delle prime) a rispondere al presidente Gabriele Gravina quando, dopo l’eliminazione del calcio dai Mondiali, si è avventurato in un paragone fra professionisti e dilettanti nello sport. “Voglio chiarire che non ce l’ho con i calciatori, anzi mi sono immedesimata nella loro frustrazione. Ma ho voluto replicare alle parole di un dirigente che dovrebbe rappresentare tutti ed è come se avesse detto che la vittoria in uno sport dilettantistico conta meno di quella dei professionisti. Dopo una sconfitta, invece, bisognerebbe fermarsi, non cercare giustificazioni e ripartire dagli errori. Mi è sembrata una uscita fuori luogo che ha solo peggiorato la situazione”.



