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Ciclismo e boxe, i perché della crisi
Dalla gloria al vuoto: cosa c’è dietro a due sport storici per il nostro paese. Le parole dell'ex ciclista Martinello e dell'ex pugile Duran
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2 MAY 26

Foto di Marc Cordeau su Unsplash
A essere in crisi profonda non c’è solo il calcio, con la sua lista lunga così di problemi, ma anche gli altri due sport che assieme al pallone sono stati i più popolari per buona parte del Novecento, il ciclismo e la boxe.
Il ciclismo non esprime un campione del mondo su strada dalla vittoria di Alessandro Ballan del 2008, il periodo di digiuno più lungo di sempre per la storia azzurra. L’ultimo grande giro conquistato è quello rosa di Vincenzo Nibali, anno di grazia 2016. La Classica Monumento vinta più recentemente da un corridore italiano è la Parigi-Roubaix del 2021, targata Sonny Colbrelli. Attualmente l’Italia non brilla nell’Uci World ranking e da anni non c’è traccia di una nostra squadra nel World Tour.
Silvio Martinello è di ritorno da Liegi dove ha commentato per la Rai la solita vittoria di Tadej Pogacar nella più antica delle classiche. “La crisi di risultati è vera solo in parte – dice al Foglio Sportivo l’ex ciclista professionista – Abbiamo Filippo Ganna, al momento uno dei migliori cronoman, Jonathan Milan, forse il velocista più forte di tutti, in pista siamo un punto di riferimento mondiale con le medaglie alle ultime Olimpiadi. Inoltre Lorenzo Finn ha vinto due Mondiali in due anni, tra Juniores e Under 23”. Tuttavia sembra esserci un però grande come una casa. “Il problema reale è che sta scomparendo la base – continua Martinello – cioè il tessuto territoriale che ha garantito per oltre un secolo che il ciclismo fosse uno degli sport più popolari in Italia. Ci sono sempre meno società e all’interno di queste manca il ricambio generazionale, scarseggiano le risorse economiche e la Riforma dello sport di luglio 2023, in una disciplina come il ciclismo fatta di piccole realtà poco strutturate, ha dato il colpo di grazia. Oggi se un ragazzino avesse la vocazione di correre molto probabilmente avrebbe la società più vicina a 30 chilometri di distanza. Ai miei tempi io ce l’avevo quasi sotto casa. Quale famiglia può permettersi di mandare un figlio a fare questo sport? Che poi, io sarò ovviamente di parte, ma il ciclismo è uno sport bellissimo che se ti si attacca addosso, non si stacca più”.
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In realtà l’amore per la bicicletta negli ultimi anni non sembra diminuito, nei weekend le strade sono piene, in edicola ci sono riviste specializzate molto interessanti, vengono organizzati viaggi da tour operator per andare a correre anche all’estero, i velodromi rimasti in piedi vengono noleggiati a ore dagli amatori. La passione da questo punto di vista non manca. “Tutto questo va benissimo – dice Martinello – ma è un indotto che non arriva alla base. I numeri lo dimostrano, c’è un trend negativo anche in regioni come Lombardia, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna da sempre la colonna portante del movimento. Faccio un esempio: nella mia provincia, Padova, sempre virtuosa, ci sono circa 50 società affiliate alla Federazione, ma solo vent’anni fa erano 200. In tutto questo i costi di affiliazione e tesseramento dal 2026 sono aumentati. Invece di fare un monumento a chi resiste, li stanno affossando. Le quattro medaglie olimpiche vinte non sono servite per migliorarsi, ma per nascondere la polvere sotto il tappeto. La nostra è una crisi strutturale e non vedo che ci siano azioni per provare a contrastarla. Il futuro non sarà certamente roseo. Sarei felicissimo di sbagliarmi, ma non credo”.
Dei tre sport novecenteschi oggi in difficoltà, il primo a vedere i segni del declino rispetto ad un passato luminoso è stato il pugilato. La boxe italiana non conquista un Mondiale vero (cioè di una delle quattro principali sigle professionistiche) dal 2016, quando a indossare la cintura Wba fu Giovanni De Carolis, attuale direttore tecnico della Nazionale élite. Anche a livello dilettantistico le cose non vanno più come nel passato: alle ultime Olimpiadi di Parigi e all’ultimo Mondiale di Liverpool non è stata conquistata nemmeno una medaglia d’oro. Non ci siamo proprio neanche avvicinati.
L’ex pugile Alessandro Duran è stato recentemente a Londra a commentare per conto di Netflix il ritorno sul ring di Tyson Fury. “Lì è tutta un’altra cosa – racconta al Foglio Sportivo – Sessantamila persone in uno stadio tutto esaurito come da noi succedeva negli anni Sessanta, con gente fuori dall’impianto che aspettava i pugili per una foto e un autografo il giorno della cerimonia del peso. In Italia mancano i risultati sportivi, c’è poca qualità tra i pugili. I titoli e le sigle che contano tra i Pro sono pochi e noi a quelle non ci arriviamo mai, anzi ci entusiasmiamo quanto arriva una sconfitta dignitosa in trasferta estera. Qualcosa è stato fatto negli ultimi anni a livello federale dopo che il professionismo era stato messo all’angolo per un dilettantismo di stato, ma rimane un problema enorme”. Quali sono le difficoltà di questo sport bello e dannato? “La mancanza di allenatori veri – continua Duran, ex campione italiano, europeo e mondiale Wbu – non si possono dare tessere a cani e porci, perché per insegnare il pugilato serve saper portare un diretto sinistro, mostrare come si schiva, come si rientra e tutto il resto. Mentre qui sembra tutta teoria e nessuna pratica. È un cane che si morde la coda perché senza maestri anche un ragazzo di talento non diventa campione. Poi manca la mentalità, vedo ragazzi abbandonare il titolo italiano per non affrontare un avversario che temono. Colpa dei pugili e di chi li gestisce, il manager quasi non esiste più, un tempo c’era questa figura mitologica che aveva la fama di rubare i soldi ai pugili ma di cui però non si poteva e non si può tuttora fare senza. Ammiro chi organizza eventi con continuità a livello locale, ma le società dilettantistiche possono arrivare fino a un certo punto, magari fino al titolo italiano, poi a livello internazionale servono figure forti che sappiano muoversi bene in quelle logiche”.
Analogamente a quello che accade nel ciclismo, anche in questo caso parliamo di uno sport che è molto vivace a livello amatoriale. Le palestre sono piene di appassionati ed è un bene perché tengono in vita queste attività. Tantissimi vip (attori, musicisti, colleghi di altri sport) le frequentano e si fanno vedere assiduamente a bordo ring, magari sono amici del pugile stesso. “Ma queste cose non servono, non ci portano il campione. I nostri pugili evidentemente non hanno il carisma per imporsi a livello mediatico. Negli anni Ottanta con Nino La Rocca e Patrizio Oliva la gente bloccava le strade per incontrarli. Oliva ancora oggi è più famoso dei pugili che magari hanno successo sui social network. Per certi versi il pugilato italiano si è fermato al 1971, quando ha dato l’addio Nino Benvenuti: gli appassionati non conoscono quelli di oggi, ma parlano ancora di Nino. Un tempo il pugile era una figura popolare e prendeva soldi, oggi quando incassa 15 mila euro per un incontro sembra abbia raggiunto una cifra astronomica”. Duran, ci sarà una svolta? “Non lo so, mi pare che come succede nel calcio ormai ci siamo abituati, non dico a non vincere il Mondiale, ma proprio a non disputare uno”.