Ultimi ma qualificati: il trucco della Svezia è nel regolamento

Bocciata sul campo, promossa dal sistema: la Svezia va ai Mondiali. E lo fa per la porta di servizio, quella che nel calcio moderno sembra una beffa e invece è una regola. Una storia già diventata un caso da manuale: due punti nel girone e ultimo posto, ma pass finale ottenuto grazie agli incastri del calendario, ovvero la Nations League

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1 APR 26
Ultimo aggiornamento: 11:33 AM
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I giocatori della Svezia festeggiano la qualificazione ai Mondiali 2026 (foto di Michael Campanella per Getty Images)

La Svezia, paese che ha fatto della funzionalità quasi un tratto identitario, è riuscita nell’impresa di qualificarsi ai Mondiali dopo aver fatto di tutto per non meritarselo. Nel girone di qualificazione ha chiuso ultima con appena due punti, due pareggi con la Slovenia e quattro sconfitte, un bottino che non ha evitato qualche riflessione imbarazzata in conferenza stampa. E invece no: gli scandinavi andranno al torneo iridato passando dalla Nations League, quella struttura regolamentare che nel calcio contemporaneo finisce per trasformare il fallimento in una seconda occasione.
Il dato ha un suo fascino contorto: la nazionale di Gyokeres e Isak sbaglia il girone, ma trova un’altra strada per andare in America. Arriva agli spareggi, vince quando conta, ovvero contro Ucraina e Polonia, e si prende il biglietto per i Mondiali. In sostanza: bocciata all’esame, promossa in quello di recupero.

Il trucco è nel regolamento

Qui sta il punto, e anche la piccola lezione per chi continua a immaginare il calcio internazionale come qualcosa di lineare. Non lo è. Le qualificazioni europee prevedono le vincitrici dei gruppi di Nations League, se non qualificate direttamente, possano rientrare dagli spareggi. La Svezia ha sfruttato proprio questa via passando dalla Lega C, la terza serie della competizione, alla possibilità concreta di rientrare dalla finestra quando la porta principale era già chiusa.
È il genere di meccanismo che irrita i moralisti e diverte chi conosce bene i regolamenti. Premia una squadra che nelle qualificazioni ha fatto poco o nulla, ma le riconosce un credito costruito altrove. In un altro calcio si sarebbe parlato di miracolo, oggi è più semplicemente una conseguenza del regolamento.

La morale svedese

La qualificazione non cambia il giudizio sul percorso: la Svezia ha disputato un girone mediocre, ha sempre perso con Kosovo e Svizzera, tanto da averlo chiuso all’ultimo posto con due punti. Però ha saputo muoversi dentro una struttura che ormai è parte del gioco tanto quanto il campo. Ed è forse questa la notizia più interessante: non la rimonta, ma l’abitudine al paradosso. Quella che l’Italia non ha più: si lamenta di non avere avuto un premio per essere arrivata seconda in un girone dove le ha prese dalla Norvegia. Eppure il regolamento è uguale per tutti. Non è ingiusto, è asettico. Bisogna vincere quando conta davvero.
In un’altra epoca quella svedese sarebbe stata una storia di fallimento. Nel calcio di oggi può diventare altro: una squadra che si presenta ai Mondiali dopo essere stata rimandata allo scritto. Che poi è una buona sintesi del calcio di oggi: pieno di scorciatoie e abbastanza contorto che anche una sconfitta, se incastrata bene, può trasformarsi in qualcosa di utile.

Le
altre qualificate

E poi ci sono le altre qualificate, in un giro di qualificazioni che ha avuto il sapore del regolamento e della sua crudeltà. Al contrario degli svedesi, la Danimarca ha pagato carissimo quel 2-2 con la Bielorussia nel girone, unico neo in un percorso quasi perfetto prima della sconfitta in Scozia, una distrazione che l’ha spedita ai play-off e ieri l’ha vista cadere ai rigori contro la Repubblica Ceca. Meglio è andata alla Turchia, che ha fatto il suo in Kosovo, con Montella eroe nazionale a 24 anni dall’ultima qualificazione mondiale. E negli spareggi intercontinentali, il Congo ha avuto la meglio sulla Giamaica, come l’Iraq sulla Bolivia: il calcio, quando vuole, sa essere un atlante di storie da raccontare.