•
Neymar torna in Nazionale. Il sabato del villaggio di O Ney
Tra nostalgia leopardiana e samba di popolo, il Brasile attende il ritorno del suo Peter Pan del dribbling: convocato da Ancelotti per il Mondiale 2026, Neymar riaccende la promessa di un sogno che sembrava perduto
di
20 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 01:17 PM

Foto Epa, via Ansa
Poiché la vera gioia non risiede nel raggiungere un piacere ma nell'attesa che lo precede, l’intero popolo brasiliano sta vivendo il proprio personale sabato del villaggio, tra echi leopardiani e riflessi di torcida, aspettando che il Peter Pan del dribbling con nuove rughe e vecchie meches dia ragione a Carlo Ancelotti, che tra la sorpresa, ma anche no, di una platea in adorazione l’ha convocato per il Mondiale 2026.
Abbiamo visto: è successo nel tripudio generale, una sorta di annunciazione in diretta - le lingue velenose dicevano che sembrava un Oscar alla carriera - con quell’esplosione di ingenua felicità che è solo brasiliana, corredata da danze sfrenate, petardi e fuochi d’artificio per le strade di Santos, la città dove vive e gioca Neymar da Silva Santos Júnior, in arte O Ney. Sorretto dalla fidanzata, appena ha sentito scandire il suo nome, il nostro si è sciolto in un pianto a favore di reel: indossava un orologio per polso, un bizzarro berrettino marchiato dallo sponsor personale e occhiali da sole veloci, a rimandare - chissà - quella velocità di pensiero e di gambe che è stata la sua cifra stilistica per molto tempo. E' chiaro: Neymar è stato arruolato da Ancelotti a furor di popolo, assecondando più che la realtà di una stagione anonima - nel 2026 ha giocato solo tre partite ufficiali - il sentimento popolare dei brasiliani. Perché Neymar porta in dote una promessa. E tanto basta. Alimenta il sogno di tornare a vincere quella Coppa del mondo che al Brasile manca dal 2002, da quando Ronaldo si confermò Fenomeno e trascinò la Selecao nell’edizione nippo-coreana.
Per la cronaca: Neymar ha giocato l’ultima partita con la Selecao il 17 ottobre 2023, a Montevideo, Uruguay-Brasile 2-0, erano le qualificazioni al Mondiale del 2026 - che ha visto dal divano di casa - era la presenza numero 128 (corredata da 79 gol) da consegnare agli annali. In quell’occasione Neymar si ruppe crociato e menisco, chiuse anzitempo la stagione e a tutti - ma proprio a tutti - diede l’impressione che fosse quella la fine della storia. Tirate giù il sipario, anzi no. All’epoca Neymar si era appena trasferito a Riad, giocava con l’All-Hilal. Scelta di vita, grattando un ingaggio da nababbo, sull’ordine dei 100 e passa milioni. Era reduce da sei stagioni al Paris Saint-Germain, cominciate tra gli osanna e chiuse tra i tormenti, mettendo in bacheca per inerzia titoli nazionali ma fallendo sempre l’appuntamento con la Champions League e venendo infine relegato nell’album delle figurine costosissime ma inutili con cui gli sceicchi avevano pensato di costruire, in quegli anni, un club vincente.
Quando si parla di Neymar - oggi 34enne - bisogna sempre tener conto che si parla di un fuoriclasse nato nel momento sbagliato, quello segnato dalla dittatura dei due dioscuri, gli eterni Messi e Cristiano Ronaldo (al Mondiale ci saranno anche loro, ovviamente).
C’è un momento preciso, nella sua carriera, che segna un prima e un dopo. Quel momento spartiacque si manifestò con Il Mondiale 2014 che si giocò a casa sua, in Brasile, che avrebbe dovuto consacrarlo re del mondo e che invece si concluse con un infortunio e un’assenza nella partita decisiva, la semifinale contro la Germania, il celebre Mineirazo con cui i tedeschi - 7-1 la sentenza - condannarono il Brasile al muro dei rimpianti. I brasiliani quel giorno sventolavano, a mo’ di esorcismo, bandiere con pittata la sua faccia. Quella faccia che oggi torna a campeggiare sui tg nazionali, da Rio a San Paolo. La verità è che mentre si sta avvicinando al viale del tramonto della sua carriera, Neymar - al 4° e ultimo Mondiale - ha la netta contezza di aver fatto molto - soprattutto nelle stagioni d’oro a Barcellona - ma non ancora abbastanza - soprattutto per il suo paese. Ancelotti gli offre ora la possibilità di riannodare il filo che si era nascosto da qualche parte, lì dove ci si culla su un materasso di soldi e si sfida la noia con una Caipirinha. Non sappiamo se Peter Pan troverà l’Isola che non c’è, ma almeno sulla mappa quell'isola ha preso forma.