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Il foglio sportivo

De Chiesa racconta la rinascita: “Dopo che la fidanzata mi sparò in faccia”

Umberto Zapelloni

Il ragazzino della Valanga Azzurra, oggi commentatore Rai si racconta nell'autobiografia "Ho sfiorato il cielo", un titolo che ha una doppia lettura, sportiva e umana: "Sono stato gettato in un precipizio senza preavviso e da lì sono dovuto risalire affrontando una lotta che non pensavi mai e poi mai di dover o poter affrontare nella tua vita”

"Io non sono stato un campione, sono stato sicuramente un grande sciatore, però non un campione. I campioni sono quelli che vincono, hanno la testa per vincere. Io sono arrivato sul podio 12 volte, ma mai davanti a tutti”. Paolo De Chiesa, il ragazzino della Valanga Azzurra, oggi commentatore Rai, non è generoso con sé stesso. Eppure non ha rimpianti. Perché nella vita, come tra i pali di uno slalom, ha sempre dato tutto quello che aveva. E di ostacoli, ancora più tosti di quelli che trovava sulla neve, ne ha dovuti schivare parecchi. Lo racconta senza paure nell’autobiografia scritta con Sergio Barducci per Minerva.

 

Ha deciso di intitolarla “Ho sfiorato il cielo”. Un titolo che ha una doppia lettura, sportiva e umana. Ha solo sfiorato il cielo occupato da Stenmark, Thöni e Gros senza mai entrarci davvero. Ma lo ha sfiorato anche in un altro modo, quando la morte gli è passata accanto lasciandogli addosso un tormento infinito. “A 18 anni sono entrato nella Valanga azzurra e ho avuto il grande piacere e l’onore di sciare con i migliori del mondo. Quella è stata un’avventura meravigliosa, interrotta però da quello che mi è capitato quando a 22 anni ho vissuto una tragedia dopo che la mia ragazza mi aveva sparato”. Una storia incredibile che Paolo ha deciso di raccontare solo molti anni più tardi, dopo essere uscito da quel buco nero e aver davvero rischiato di morire. “Eravamo a cena da amici a Busto Arsizio quando la mia ragazza mi ha sparato in faccia. Per fortuna in quel momento la padrona di casa mi ha chiamato e mi sono girato. Mi ha colpito al collo. La pallottola mi ha attraversato la parte sinistra del collo e si è conficcata nel muro passando a 15 millimetri dalla carotide e a 14 dalla spina dorsale. Sono vivo per miracolo. È stata durissima, ma dopo tre anni sono anche tornato a sciare”.

 

Che cosa successe quella notte è chiaro, perché successe no. E Paolo, che ai tempi era nella Guardia di Finanza, protesse tutti, raccontò di essersi ferito pulendo la pistola, anche se da una Smith&Wesson calibro 38 un colpo non parte all’improvviso. “È stata una di quelle storie che leggi sui giornali e dici: a me non capiterà mai. Invece la mia ragazza con cui stavo da quattro anni, ma con la quale mi stavo lasciando a un certo punto prende la pistola che un suo amico aveva messo lì sul tavolo e me la punta addosso dicendomi ‘hai paura?’. Poi è partito il colpo, Paolo si è trovato un buco nel collo, ha avuto la forza di tamponarsi la ferita e salire in macchina per raggiungere l’ospedale di Gallarate. “Ho pensato di morire”.

 

Da quel momento è cominciato un percorso fatto di dolore, di forza di volontà, anche di fede. Un percorso pieno di domande rimaste senza risposte. Perché quel bullo portò la pistola? Perché la sua fidanzata gli sparò in faccia? Perché nessuno lo aiutò tranne la padrona di casa? Perché qualcuno dall’alto chiese di non indagare facendo finta di credere che gli fosse partito un colpo? Perché nessuno gli ha mai chiesto scusa? “Quello che ha portato la pistola l’ho incontrato per caso una decina di anni fa. Mi è venuto incontro e mi ha chiesto ma tu sei De Chiesa? Pensavo fosse un appassionato che mia aveva riconosciuto. Poi invece l’ho riconosciuto io e mi sono venuti i brividi. Non mi ha mai chiesto scusa. Né lui, né lei…”. E Paolo, a parte quei tre anni persi nel pieno della carriera, quel lavoro enorme mentale e fisico (aveva perso 12 chili) per tornare, ha ancora delle ripercussioni: “Tutte le notti mi sveglio dopo 4-5 ore che dormo, mi sveglio e comincio a star male. Non è che penso a quella roba là, però comincio a star male, la ferita mi fa male, la testa mi scoppia e tutte le notti devo fare poi degli esercizi. Una volta mi capitava anche di giorno, adesso va meglio. Ma non sono mai più stato come prima”.

 

Paolo studiava medicina seguendo le orme del padre, ma ha dovuto smettere. Ha dovuto lavorare su se stesso per dare un senso a quello che gli era capitato. “È stato un miracolo, perché se tu prendi il miglior tiratore del mondo e lo fai sparare da tre metri in facci a uno o lo prende e lo ammazza o lo manca del tutto. Non lo attraversa con un proiettile che sfiora gli organi vitali”. Viene naturale pensare a un disegno divino, ma Paolo rallenta: “Mi sono avvicinato alla fede, ma non è stato un incontro così risolutivo. Perché ho cominciato a farmi altre domande. L’idea che Dio ti possa aver salvato è consolante in un certo senso. Però poi io mi sono chiesto: perché ha salvato me e non salva migliaia di bambini che nel mondo? E allora anche lì è crollato di nuovo tutto il castello. La verità è che non c’è una risposta: la mia storia non ha una risposta e questi punti interrogativi rimarranno con me finché vivrò”.

 

I pensieri tornano sempre a quella notte: “La tua vita fino a un secondo prima era una meraviglia e poi in un centesimo di secondo sei in un baratro, perché? Non so se tutta questa sofferenza mi ha fatto diventare un uomo migliore. Sicuramente ho conosciuto la vita, quella vera. Ho capito tante cose della vita, magari le avrei capite lo stesso e avrei preferito capirle in modo diverso, più normale. Ho accelerato i tempi, sono stato gettato in un precipizio senza preavviso e da lì sono dovuto risalire affrontando una lotta che non pensavi mai e poi mai di dover o poter affrontare nella tua vita”. Paolo, nei suoi anni d’oro, non mai ha vinto, ma forse il destino gli aveva riservato la vittoria più importante, quella di tornare a vivere, a sciare, ad amare e ad essere amato. “Mi hanno definito l’eterno secondo, ma sarebbe più giusto dire l’eterno piazzato. Ma non ho rimpianti, sono orgoglioso di aver sciato con quei campioni e di averli battuti qualche volta. Quando ho avuto l’incidente, ho dovuto affrontare una nuova sfida, ho dovuto veramente allenarmi come Rambo giorno e notte, perché sembrava impossibile che tornassi a quei livelli. Non parlavo, non camminavo, non leggevo, non scrivevo. Ero un cadavere, una larva. Tornare a essere più o meno quello di prima, a fare altri podi è stato andare oltre quello che immaginavo. Quindi non ho rimpianti, ho dato veramente tutto. Che cosa cambierebbe se avessi vinto una medaglietta o un paio di gare?”. La vita è quella che conta anche fermandosi a un soffio dal cielo.

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