Sofia Stefan (Ansa)

La coppa del mondo in inghilterra

Le cento presenze in nazionale di Sofia Stefan, corpo e mente del rugby femminile. Intervista

Marco Pastonesi

La padovana, mediano di mischia, festeggerà il prestigioso traguardo contro il Sudafrica nella seconda partita della competizione mondiale. Con il Foglio ripercorre la sua esperienza azzurra. "Il rugby è un frullato di vita, una dichiarazione d'amore. Il sogno? Arrivare in semifinale"

Domani alle 16.30, a York in Inghilterra, in tv su RaiSport e RaiPlay in diretta, Italia-Sudafrica, seconda partita della Coppa del mondo di rugby donne, l’Italia reduce dalla sconfitta con la Francia, il Sudafrica dalla vittoria con il Brasile, incontro decisivo per la qualificazione ai quarti. La prima a entrare in campo, da sola, sarà Sofia Stefan: è il dono che si fa a chi celebra la sua centesima partita in nazionale. Lei, 33 anni, padovana, mediano di mischia anche nel Tolone.

La prima partita con l’Italia?

“Con l’Inghilterra, in Spagna, per gli Europei Fira, nel 2011. L’Inghilterra era quella A, la seconda squadra, anche l’Italia era quella A, ma era anche quella vera, perdemmo 5-0, un risultato memorabile, però è l’unica cosa che ricordo. Una partita che non figura fra le mie 99, perché non ufficiale, altrimenti sarebbero molte di più”.

L’ultima partita?

“Una settimana fa, qui in Inghilterra, con la Francia. Abbiamo combattuto e perso 24-0, difesa super, attacco insufficiente, ci siano lasciate travolgere dalla loro pressione, intestardite e incapaci di risolvere i nostri problemi”.

La partita più bella?

“Forse quella del cinquantesimo ‘cap’, con la Francia al Sei Nazioni 2019, vinta. Forse quella con gli Stati Uniti alla Coppa del mondo 2022, vinta. Forse quella con il Galles, al Plebiscito di Padova, o con l’Inghilterra, a Ivrea. Forse quella con il Canada alla Coppa del mondo 2022, persa, ma con rimpianti, certe occasioni non si dovrebbero mai mancare”.

La partita più dura?

“Nella fatica o nel risultato? La fatica si dimentica in fretta, il risultato no. Allora quella con l’Inghilterra al Sei Nazioni 2023 a Northampton, giocavo ala, finì 68-5, per loro”.

La partita dei sogni?

“Il quarto di finale che, vincendolo, ci porterebbe alla semifinale”.

La partita del cuore?

“Sei Nazioni 2018, con la Scozia al Plebiscito, pubblico tanto, partita vecchio stile, pioggia e fango, vittoria 26-12, erano gli anni in cui cominciavamo finalmente a vincere di più e la gente si accorgeva di noi”.

Numero 9, mediano di mischia, un direttore d’orchestra?

“Il vero direttore è il numero 10, mediano di apertura. Il mio ruolo è più da manovale: gestire la lotta territoriale infame delle avanti in mischia e il gioco di corsa e spazi delle trequarti, quindi le azioni più fisiche e quelle più strategiche, per me – insieme – corpo e mente”.

Allora uno speciale gioco degli scacchi?

“Sarebbe riduttivo. A meno che non si concepisca il gioco degli scacchi interpretato fisicamente, corporalmente, umanamente, con mosse immediate, istantanee, addirittura anticipate”.

Sofia, il rugby le ha più dato o più tolto?

“Non ho mai rinunciato alla mia libertà di scegliere. Se il rugby mi avesse tolto qualcosa, non avrei mai insistito, non avrei mai continuato”.

Il rugby costruisce donne migliori?

“Persone migliori. A me ha dato apertura mentale, la capacità di convivere e condividere, con le compagne e lo staff, stare insieme, lottare insieme, uscirne – da una sconfitta ma anche da una vittoria: ‘due impostori’ scriveva Kipling – insieme”.

Da rugbista, che cosa invidia alle pallavoliste italiane?

“Lo sviluppo del loro movimento”.

Alle calciatrici italiane?

“Il professionismo. Il nostro è un semiprofessionismo, che ha anche i suoi vantaggi, per esempio quello di rimanere attaccati alla vita di tutti i giorni”.

Alle tenniste italiane?

“I soldi. Scherzo. Invidio i successi, che significano visibilità, e la visibilità significa allargare la conoscenza, la base, il sistema”.

Italia-Sudafrica: se fosse un film?

“’Paura e delirio a Las Vegas’”.

Se fosse una musica?

“Rock tendente al punk”.

Invece?

“Semplicemente rugby. Lo sport che si gioca in paradiso, per chi crede in Dio, o un frullato di vita, per chi crede in Ovalia”.

Uno sport sentimentale?

“La speranza durante la preparazione, la concentrazione della vigilia, la paura e la consapevolezza nello spogliatoio, la fiducia e l’orgoglio in partita. Insomma, una dichiarazione d’amore. Altrimenti non ci sarebbe un’altra spiegazione per chi mette così a repentaglio il proprio corpo”.

Poi il terzo tempo. C’è anche alla Coppa del mondo?

“Molto deludente. Doccia e via”.

 

 

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