
Foto Ansa
Il Foglio sportivo - IL RITRATTO DI BONANZA
Cesc Fabregas, un visionario in Serie A
Chi osa spingersi oltre il confine del convenzionale apre nuove prospettive, spesso frainteso o sottovalutato. Nel mondo del calcio, questa visione fuori dagli schemi mette in discussione regole rigide, invitando a un gioco più fluido e creativo. Come dimostra l’approccio dell'allenatore spagnolo
Ho capito una cosa, il visionario non ha bisogno di essere giusto, corretto, esemplare. No, il visionario ha in sé una irregolarità che lo rende diverso, così diverso da risultare in certi casi anche un po’ scemo, quando scemo di sicuro non è. Vi è, nel visionario, un modo estremo di guardare le cose, un andare al limite oltre il quale noi vediamo il nulla, il baratro, un buio, mentre lui, il visionario, vede tutto. Mi chiedo quanto aiuti un allenatore l’essere così, un visionario.
E questa domanda mi combatte, perché le finte verità stanno ormai sopraffacendo il calcio, vittima di un sentito dire falso e strumentale, a cui tutti credono, allenatori compresi, spinti anche da noi poveri giornalisti che scriviamo e parliamo senza avere il tempo, o forse l’umiltà, di pensare. Chi sono i nuovi allenatori, fino a che punto riescono a essere liberi di vivere il loro mestiere con la creatività e la follia di un visionario? Cesc Fabregas a Como, sta portando avanti una sua personale filosofia. Crede nei calciatori, ma li usa come protagonisti all’interno di un film (da quelle parti circolano attori di ogni tipo) di cui lo spagnolo ha deciso sceneggiatura e modalità di interpretazioni. La sua “visione”, prevede un calcio totale, di profonda dedizione, con molte variabili, senza ruoli fissi: una sorta di sciame d’api che aggredisce per non soccombere sotto l’asfissia dei pesticidi della tattica. Sostiene che i giocatori italiani non sono pronti per giocare come vuole lui (discorso complesso, ma giusto), e allora si affida allo straniero.
Chi è Fabregas, è un visionario? Oppure è solo un allenatore dalle grandi idee. Mi viene in mente il film interamente muto di un genio, L’ultima follia di Mel Brooks. Soltanto a leggere la trama uno sorride, per la quantità di trovate assurde seminate qua e là. Tra queste, la figura di una coppia di agenti che opera nel mondo dello spettacolo. I due si chiamano Trangugia e Divora, due tipi loschi che tanto ricordano certi manager (resto generico) del calcio. Fabregas farebbe affari con Trangugia e Divora? Probabilmente no. Fabregas, come il mimo Marcel Marceau nel ruolo di se stesso, pronuncerebbe un NO robusto e forte, unica parola che si sente in tutto il film, per rifiutare un’offerta che non ritiene all’altezza delle sue idee? Probabilmente sì, e lo ha già fatto nei confronti dell’Inter. Basta tutto questo per ritenerlo un visionario? Non lo so, resto sospeso. E mentre riguardo, forse per la decima volta, L’ultima follia di Mel Brooks, rido come uno scemo. Anche se scemo, io non sono.